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Ue, più grande e più piccola

di Tito Boeri e Fabrizio Coricelli 15.04.2003
Con l’allargamento a Est l’Europa sarà più grande perchè avrà 76 milioni di cittadini in più. Ma, con l’eccezione della Polonia, i nuovi membri sono tutti Paesi piccoli, con interessi in contrasto con quelli dei più grandi su questioni cruciali. L’Italia potrebbe assumere un ruolo di cerniera fra questi e le grandi nazioni che hanno sin qui guidato il processo di integrazione economica e politica. Si sta invece preparando al semestre di Presidenza nel modo peggiore.
Ue, più grande e più piccola

L'allargamento della UE ai dieci nuovi Paesi è in dirittura d'arrivo. Mercoledì 16 aprile i quindici Paesi della UE e i dieci Paesi candidati firmeranno il Trattato di adesione. La firma sarà ratificata nei nuovi Stati membri da referendum popolari, già tenuti a Malta, in Slovenia e in Ungheria. La vittoria dei sì è stata schiacciante in Slovenia e Ungheria, mentre a Malta i voti favorevoli hanno superato solo di misura quelli contrari. Negli altri Paesi candidati, i sondaggi indicano una netta maggioranza a favore dell'ingresso nella UE (vedi grafico).



Molto lavoro da fare

L'allargamento viene accolto con minor entusiasmo fra gli attuali membri della UE. A meno di un anno dall'ingresso di Cipro, Estonia, Lettonia, Lituania, Malta, Repubblica Ceca, Slovacchia, Slovenia, Ungheria e Polonia, più del 50 per cento dei cittadini europei dichiara di non conoscere quali nuovi Paesi entreranno nell'Unione. Finché si parla di allargamento a Est in generale, prevale quasi ovunque il consenso, ma quando si scende nel dettaglio, quando si tratta di esprimersi sull'opportunità di far aderire questo o quel Paese, ecco prevalere le opinioni contrarie. I sondaggi d'opinione indicano che ci sono potenziali tensioni fra allargamento e integrazione, che un'Europa più grande rischia di diventare meno unita e integrata, che servono correttivi in grado di rispondere alla maggiore eterogeneità dell'Unione.

I nuovi Paesi sono più piccoli e più poveri degli attuali membri. Se escludiamo la Polonia, hanno in media quattro milioni di abitanti, contro i venticinque dei Quindici. Il loro reddito pro-capite è inferiore al 40 per cento di quello medio dell'Unione. Prepararsi all'allargamento significa allora assegnare un peso maggiore ai Paesi più piccoli e riformare le politiche distributive dell'Unione, rendendole più efficaci di quelle attuali.

Le fobie dei piccoli

Ancora prima dell'ingresso ufficiale nella UE, i "Dieci" si sono più volte schierati contro le posizioni degli Stati membri, o almeno di alcuni di essi. La guerra in Iraq li ha visti prendere posizione a favore dell'intervento statunitense. I primi elaborati della Convenzione europea, soprattutto per ciò che riguarda l'allungamento del mandato del presidente del Consiglio europeo (eletto dal Consiglio stesso, dominato dai Paesi più grandi) e l'introduzione di un ministro degli Esteri della UE, sono stati accolti molto negativamente dai nuovi Paesi membri, alleati con gli Stati più piccoli della UE a quindici. Anche il progetto di riforma della Banca centrale europea, varato di recente dal Consiglio europeo, è stato fortemente criticato dai "Dieci", perché pone in una posizione nettamente svantaggiata i Paesi più piccoli.

Il comune denominatore di queste prese di posizione è il timore che si vada verso un'Europa a due gironi, con processi decisionali dominati dai Paesi più grandi. Ciò vale per il Consiglio europeo e per la Banca centrale europea, ma anche per la politica estera. La presa di posizione a favore degli Stati Uniti sulla guerra in Iraq è un modo per rivendicare un ruolo nel determinare la politica estera e di sicurezza della UE, non lasciandole in mano alle sole Francia e Germania.

Un'agenda da rivedere

L'agenda politica da qui al 2004 è stata costruita con l'idea che i problemi da affrontare prima dell'allargamento abbiano a che vedere unicamente con i processi decisionali e l'architettura istituzionale dell'Unione. È un grave errore. L'allargamento richiede revisioni profonde della politiche dell'Unione, non basta un semplice congelamento del bilancio e lunghi periodi transitori prima di concedere ai nuovi membri gli stessi diritti dei Quindici, come invece è stato deciso al vertice di Copenhagen. Si tratta di riformare radicalmente la politica agricola comune (Pac), rivedere le politiche strutturali e mettere in piedi un sistema di finanziamento trasparente e basato sulle differenze di reddito pro-capite, dunque in grado di redistribuire non solo nel dare, ma anche nel ricevere.

Queste riforme, soprattutto quella della Pac, saranno più difficili dopo l'ingresso di Paesi come Lettonia, Lituania e Polonia, con più del 15 per cento della forza lavoro occupata in agricoltura: faranno di tutto per mantenere in piedi i generosi trasferimenti che oggi destiniamo agli agricoltori (paghiamo al giorno due euro e mezzo per bovino). Allo stesso modo, non sarà facile portare a termine la riforma dei fondi strutturali, perché gran parte delle regioni dei nuovi membri hanno un reddito pro capite inferiore al 75 per cento della media UE, e dunque piena titolarità ai fondi secondo le regole attuali.

 

L'importanza del semestre italiano

L'Unione europea arriva impreparata all'appuntamento con i dieci nuovi membri. Per impedire che l'allargamento diluisca l'Unione, bisogna far sentire la voce dei Paesi più piccoli nelle riforme istituzionali e avviare fin da subito un ripensamento delle politiche distributive. La Presidenza italiana dell'Unione cade in un semestre decisivo. L'Italia potrebbe diventare cerniera fra le esigenze dei Paesi più piccoli e le posizioni di Francia e Germania. Dovrebbe guidare l'Europa fuori dalla crisi irachena, verso una politica estera e di difesa europee, le uniche in grado di tutelare davvero i più piccoli. Potrebbe includere nell'agenda, a partire dall'esame della Pac dell'autunno prossimo, una discussione delle politiche distributive dell'Unione. È nel nostro stesso interesse: se non apportiamo correttivi, diventeremo ben presto il secondo contribuente netto al bilancio dell'Unione.

Invece, ci prepariamo al semestre italiano con veti che difendono gli interessi di breve periodo dei nostri trasportatori e agricoltori. Il tempo che resta per rimediare a questi errori è davvero poco.

a pag. 2 si trovano statistiche utili per chi volesse approfondire l'argomento.

 

 
I principali indicatori economici dei nuovi paesi membri

 

Le seguenti tabelle sono tratte dal volume "EUROPA: più grande o più unita? Dieci domande sull'allargamento e le sue implicazioni sul processo di integrazione europea" di Tito Boeri e Fabrizio Coricelli di prossima pubblicazione per la casa editrice Laterza .

 
 
 
 
 
 
 
 
  
 

Tabella 6: Economie in transizione e gli obiettivi del Millenium Development (ONU 2000)