
Tra i tanti interventi di economisti che si sono spesi nell'applicare i propri strumenti di lavoro al conflitto in Iraq, mi ha particolarmente impressionato per l'acutezza dell'analisi un articolo di Roger Myerson apparso sul Minneapolis Star Tribune in febbraio, prima quindi dello scoppio della guerra.
Myerson, un teorico dei giochi dell'università di Chicago, affronta il problema da una visuale diversa rispetto a quella utilizzata nel dibattito corrente. Non discute della "giustezza" o meno della guerra, non si chiede quando durerà, e neppure si pone il problema se gli americani vengano percepiti come liberatori o come invasori dagli iracheni. Più semplicemente, in un'ottica di lungo periodo, esamina le conseguenze per gli Stati Uniti della scelta di portare avanti il conflitto da soli, senza il supporto delle organizzazioni internazionali.
La sua conclusione è drastica: se nel breve periodo per gli americani questa strategia può essere vantaggiosa, perché riconferma ulteriormente il potere della superpotenza su nemici e amici, nel lungo periodo gli effetti possono essere solo disastrosi. La ragione è che le altre nazioni non staranno a guardare. Un'unica superpotenza militare è sostenibile in un equilibrio di lungo periodo se e solo se essa è disposta a accettare che gli altri impongano limiti al suo potere. Altrimenti, quale che sia la bontà delle intenzioni (che Myerson non discute), la pretesa di decidere da soli dove, come e quando intervenire, finisce per suscitare paura negli altri, e dunque li induce a prendere contromisure. Insomma, i vantaggi di breve periodo di una guerra "facile" ma unilaterale, possono essere dominati dagli "svantaggi" di una ripresa nella rincorsa agli armamenti (che non necessariamente i contribuenti americani possono essere disposti a sostenere all'infinito) e di maggiori rischi di conflitto tra le grandi potenze nel futuro.
La posta in gioco
Questo argomento mi sembra utile per capire quale è la vera posta in gioco nelle discussioni attuali sul dopo-guerra. Gli Stati Uniti sembrano intenzionati a istituire nell'Iraq del dopo Saddam un protettorato militare sotto il controllo di un generale americano in pensione, e di affidare la ricostruzione del Paese – finanziata, si immagina, in larga misura dallo stesso petrolio iracheno - prevalentemente a imprese americane. Questo sulla base dell'argomento che i membri della coalizione che hanno speso sangue, vite e denaro per la sconfitta di Saddam, hanno per questa stessa ragione acquisito un "diritto" alle spoglie del Paese sconfitto. Gli alleati, in particolare Tony Blair, si oppongono a questa soluzione, e ipotizzano per l'Iraq la formazione di un governo autoctono nei tempi più brevi, il ritiro delle forze militari, e la ricostruzione del Paese sotto il controllo dell'Onu e delle altre potenze occidentali. Lo stesso comportamento delle truppe in campo, che vede un netto contrasto tra la guerra lampo americana e il lentissimo avanzare delle truppe inglesi a Bassora, indotto dalla ricerca del consenso nella popolazione, segnala questa diversa disposizione politica dei due principali Paesi della coalizione.
Sulla sua capacità di convincere il Governo degli Stati Uniti, il premier britannico gioca certamente la sua stessa sopravvivenza politica e la sua ambizione ad apparire un leader di statura mondiale. Tuttavia, sulla base dell'argomento di Myerson, c'è in gioco ben più del destino politico del primo ministro inglese. Se l'amministrazione Bush accetterà la posizione di Blair e degli altri Paesi europei, ricondurrà la propria azione sotto l'egida delle organizzazioni internazionali e, implicitamente, ne rivaluterà il ruolo. In caso contrario, confermerà al mondo la pretesa di governare unilateralmente i conflitti internazionali, con la conseguenza di generare azioni compensative da parte degli altri Paesi.
L'Europa e la difesa comune
Un'indicazione in questo senso si è già vista con la ripresa dei colloqui tra Francia, Belgio e Germania, poi estesi a tutti i 15 paesi dell'Unione europea, per l'organizzazione di una difesa comune, nuce per una politica militare e una politica estera comune a livello europeo. Se questi sforzi per ora fanno solo sorridere, alla luce delle divisioni esistenti tra i Paesi europei e dell'enorme gap militare rispetto agli Stati Uniti, la situazione potrebbe essere ben diversa tra soli 10 o 15 anni.
Certo, mai come in questo caso è stata evidente l'impotenza dell'Europa di esprimere e sostenere un proprio interesse in campo internazionale, resa ancora più chiara dalla sostanziale unità delle opinioni pubbliche europee nell'opporsi alla guerra. Una riforma che porti all'adozione di una politica estera e di difesa comune in Europa apparirebbe inevitabile. Comunque, se anche i Paesi europei decidessero di non percorrere questa strada, condannandosi così a un ruolo sempre più marginale, altri lo faranno. In particolare, di fronte all'unilateralismo americano, pare difficile immaginare che potenze come la Russia o la Cina del miracolo economico rinuncino a una riorganizzazione sul piano militare.
Insomma, per i destini del mondo, i rischi del dopoguerra in Iraq appaiono perfino maggiori della guerra stessa. Alla vigilia del semestre di presidenza dell'Ue, è opportuno che il Governo italiano ne sia ben conscio e si impegni di conseguenza. Di fronte alla posta in gioco, qualche briciola in più della torta della ricostruzione dell'Iraq, indotta dalla posizione assunta del Governo italiano sulla guerra, sarebbe una ben magra consolazione.