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Guerra e identità europea

di Tito Boeri 20.03.2003
Proviamo a comparare i sondaggi su questa guerra con quelli sulla guerra del Golfo del 1991. I cittadini europei mostrano di pensarla sempre più allo stesso modo riguardo a come gestire le crisi internazionali e la lotta al terrorismo. Non sembrano credere nel ruolo internazionale dei loro paesi, ma nemmeno in quello dell'Unione Europea. I leaders europei devono trovare in questa crescente identità di vedute dei loro elettori motivi per mettersi d'accordo tra di loro. Se non lo faranno sono comunque destinati a diventare irrilevanti sulla scena internazionale.

I leaders europei che si riuniscono in questi giorni a Bruxelles per il vertice di Primavera sono abituati a leggere i sondaggi. Ma non a comparare le opinioni dei cittadini tra paesi e a seguire la loro evoluzione per lunghi periodi di tempo. Ci sentiamo quindi di offrire loro due grafici e non riusciamo a resistere alla tentazione di proporne una lettura.

Entrambi i grafici comparano i risultati di due indagini svolte da Gallup Europe per la Commissione Europea, nell'ambito del progetto Eurobarometro. La prima è stata condotta durante la crisi nel Golfo nel dicembre 1990, poco prima dell'intervento militare. La seconda è stata svolta nel gennaio 2003, quindi anche in questo caso alla vigilia di un conflitto in Iraq. In entrambi i casi, il campione era di 15.000 persone.

Il primo grafico analizza le opinioni degli europei circa la capacità di diversi organizzazioni multilaterali o paesi di fronteggiare la crisi in atto. Sia nel 1990 che nel 2003 le Nazioni Unite sono considerate l'organismo maggiormente in grado di affrontare la crisi mentre l'Unione Europea è collocata al terzo posto nella graduatoria. Facendo pari a 100 la fiducia nei confronti delle Nazioni Unite, tuttavia, il grado di fiducia nei confronti della UE si dimezza da un sondaggio all'altro, mentre rimane praticamente inalterata la fiducia nei confronti degli Stati Uniti. Sempre meno, infine, coloro che ritengono il "proprio paese" in grado di fronteggiare la crisi.

 

Il secondo grafico mostra il sostegno ad interventi militari. Le domande non sono strettamente comparabili perché nel 1990 l'intervento era prospettato come un'azione coordinata a livello europeo, mentre nel gennaio 2003 veniva presentato come un'azione degli Stati Uniti, anche senza il consenso delle Nazioni Unite. Ma quel che ci interessa, in questo caso, non è tanto quanto sia variato il grado di sostegno ad opzioni militari - comunque visibilmente diminuito rispetto alla crisi del 1990 - quanto come si siano modificate le differenze nelle opinioni dei cittadini in diversi paesi europei. Nel 1990 vi era molta eterogeneità nelle opinioni dei cittadini fra i diversi paesi dell'Unione Europea (la lunghezza della barra mostra la deviazione standard, che misura la dispersione nelle risposte tra paesi): si andava dal supporto del 40% in Danimarca a quello del 73% in Francia. Nel 2003 le distanze nelle opinioni dei cittadini si sono fortemente ridotte. Si va dall'11% della Grecia, al 29% del Regno Unito.

Ecco dunque i tre messaggi che questi grafici, a nostro giudizio, lasciano ai leaders europei.

Primo messaggio: l'immagine dell'Europa come agente in grado di intervenire con un ruolo importante nel fronteggiare crisi internazionali si è molto offuscata presso gli stessi cittadini europei.

Secondo messaggio: gli abitanti della UE non credono nemmeno che i lori paesi possano essere in grado, da soli, di fronteggiare queste crisi.

Terzo messaggio: i cittadini dei diversi paesi della UE hanno opinioni sempre più simili tra di loro riguardo a cosa bisogna fare per fronteggiare le crisi e combattere il terrorismo internazionale.

Dunque? I protagonismi dei diversi leaders della UE sono sempre meno giustificati dalla necessità di rappresentare opinioni pubbliche nazionali fra di loro distanti. Gli europei, infatti, pensano sempre più allo stesso modo. E se l'Unione non sarà capace di arrivare a posizioni comuni è destinata a giocare un ruolo sempre meno rilevante sulla scena internazionale. Lo pensano gli stessi cittadini europei. Figuriamoci gli altri.