
Nel Bel Paese dei polli di Trilussa (1) la statistica non ha mai goduto di gran popolarità. Nell'attuale clima di forte scontro politico, l'informazione statistica è stata usata per contraddire le tesi altrui e sostenere le proprie. L'uso spregiudicato delle statistiche alimenta la percezione che ai "dati" si possa far dire di tutto e che possano essere addirittura manipolati a fini di parte. È proprio così?
Credibilità
Nel 1989 il presidente dell'Istituto internazionale di statistica riassumeva il problema di credibilità delle statistiche, legandolo alla presenza di asimmetria informativa: "L'informazione statistica è un prodotto con caratteristiche peculiari. Una di queste è che gli utenti sono raramente in grado di controllarne direttamente la qualità. Eppure dati che non siano ritenuti attendibili sono chiaramente di poca utilità, quale che sia la loro qualità intrinseca"(1).
L'informazione statistica svolge una duplice funzione: 1) è strumento d'analisi che permette di "misurare il polso" alla società, descrivendo in modo sintetico fenomeni sociali ed economici. 2) è strumento di controllo democratico che permette di valutare
È proprio questa duplice funzione a creare i problemi. Da un lato, l'ampiezza e la complessità della raccolta, elaborazione e disseminazione dei dati, nonché le esigenze di rigore scientifico, coordinamento tra agenzie, riservatezza, puntualità, consistenza, comparabilità internazionale richiedono che tali attività siano svolte da un'agenzia dello Stato. Dall'altro, la funzione di strumento di controllo democratico dell'attività di Governo richiede l'assoluta indipendenza dell'agenzia dal potere esecutivo. In parole povere, se chi è giudicato sulla base delle statistiche, controlla chi le produce, la credibilità dell'informazione è pregiudicata
Sospetti e furbizie
I casi di sospetta manipolazione dei dati statistici abbondano. Si va da episodi di presunta falsificazione vera e propria delle statistiche ai cambiamenti ad hoc nelle definizioni degli indici. Tra questi ultimi interessante è il caso dell'inflazione in Gran Bretagna: nel 1993 i tassi sui mutui bancari sono stati eliminati dall'indice dei prezzi al consumo, verosimilmente al fine di evitare che le politiche monetarie restrittive avessero l'effetto di far aumentare, con gli interessi, anche (la misura del) l'inflazione. Probabilmente per questa ragione Avinash Dixit e Charles Goodhart hanno coniato una definizione ironica di core inflation (nocciolo duro dell'inflazione ), che "misura la variazione dell'indice dei prezzi che considera i beni i cui prezzi non sono cresciuti".
L'adozione di regole fiscali in sede europea (vedi ad esempio le recenti discussioni in materia di cartolarizzazioni,) ha poi scatenato nel Vecchio Continente nuove forme di "contabilità creativa", collocabili in una zona d'ombra tra lecito e "furbizia" e spesso ritenute inammissibili da Eurostat. Eccone un piccolo elenco non esaustivo.
- si classificano i sussidi a imprese in difficoltà come fossero transazioni finanziarie (acquisto d'azioni): così il disavanzo e il debito pubblico non mutano.
- si creano appositi enti per la costruzione d'infrastrutture (ferrovie, acquedotti, aeroporti), in parte finanziati da prestiti statali o con garanzia pubblica: si trasferiscono così le spese e l'indebitamento di questi enti al di fuori del bilancio del settore pubblico.
- si classificano come entrate i proventi straordinari d'imposte sulle rivalutazioni d'attività patrimoniali quali le riserve auree o titoli di stato posseduti dalle Banche centrali o attività/dividendi d'imprese a partecipazione pubblica.
- sono dedotti dal debito pubblico, oltre ai proventi correnti delle privatizzazioni effettuate con le cosiddette cartolarizzazioni, anche quelli non ancora incassati.
Grazie al terzo espediente per esempio, nel 1997 il Governo francese, nel procedere alla privatizzazione di France Telecom, ne ha contabilizzato il Fondo pensione tra le entrate, riducendo di oltre mezzo punto percentuale il rapporto fabbisogno-Pil. In questo modo è riuscito a passare, in extremis, sotto l'asticella del 3per cento, richiesto dal trattato di Maastricht per l'adesione all'unione monetaria(5).
Una pagella per L'Italia
Per giudicare la qualità dell'informazione statistica nel nostro Paese, un buon punto di partenza è il rapporto Rosc (Report on Observation of Standards and Codes) elaborato dal Fondo monetario internazionale, che valuta la produzione statistica secondo cinque criteri. Per quanto riguarda i dati e le procedure dell'Istat per contabilità nazionale, prezzi al consumo e prezzi alla produzione, il giudizio è assolutamente lusinghiero.
Non è così per le statistiche della finanza pubblica, in particolare quelle di competenza del ministero dell'Economia e finanze (Mef). Il quadro legale: la responsabilità per la compilazione e disseminazione non ricade su una singolo ente, ma su Istat, Banca d'Italia e Mef, con gravi ripercussioni di frammentazione e consistenza dei dati. La metodologia: le rilevazioni sono conformi alle classificazioni di contabilità nazionale ma non agli standard del manuale di Government Financial Statistics 2001. L'accuratezza: il Mef riporta in modo incompleto e spesso con ritardo i dati sull'indebitamento dei governi locali per il finanziamento delle spese capitali. La consistenza: c'è un ampio divario nel 2000 e 2001 tra fabbisogno pubblico e suo finanziamento; i dati preliminari e le revisioni non sono spesso chiaramente identificati; gli studi di revisione non sono resi pubblici, tranne che per grandi revisioni. L'accessibilità: scarsa documentazione su fonti e metodi disponibile per i dati del Mef; né il ministero né la Banca d'Italia pubblicizzano la persona responsabile cui rivolgersi per informazioni (contact person).
E allora?
Come si può risolvere il conflitto tra statistica strumento di analisi e statistica strumento di controllo democratico, e come si può migliorare la trasparenza delle informazioni, soprattutto in tema di finanza pubblica? La commissione di garanzia sull'informazione statistica istituita presso la presidenza del Consiglio non sembra molto utile: non si può fare a meno di notarne il silenzio in questi tempi di polemiche. La soluzione di first best passa per l'Europa: è necessario rafforzare il ruolo di Eurostat, attribuendo al network europeo personalità giuridica, responsabilità nella produzione diretta delle statistiche e possibilmente nella nomina dei vertici delle agenzie nazionali, in un sistema ispirato a quello della Banca centrale europea (vedi Giovannini). Nel frattempo, è opportuno a) attribuire al Parlamento la responsabilità esclusiva delle decisioni sulle nomine Istat e della scelta dei membri della commissione di garanzia; b) attribuire all'Istat la responsabilità esclusiva della compilazione delle statistiche di finanza pubblica.
(1) I.P. Felligi (1989), ''Challenges to statistics and statisticians'', Presidential Address to the International Statistical Institute
(2) Per un approfondimento teorico si veda il lavoro di M.Bordignon, P.Manasse, G.Tabellini, (2001) "Asymmetric Information and Regional Redistribution", American Economic Review
(3) Per un approfondimento teorico si veda L.Bottazzi e P.Manasse, "Asymetric Information and Monetary Policy in Common Currency Areas", in corso di revisione per Journal of Money Credit and Banking".
(4) Un modo ci sarebbe. Gli errori di previsione dovrebbero essere "casuali", cioè con media zero privi di pattern sistematici. Le "furbizie", al contrario, dovrebbero avere media diversa da zero mostrare un pattern ben definito, ad esempio un tendenza sistematica a sottostimare il disavanzo.
(5) Per una discussione dell'impatto di questo tipo di misure fiscali sulla situazione finanziaria del governo si veda G.M. Milesi-Ferretti e K. Moriyama, (2003), "Nonstructural Fiscal Measures in EU Countries" (IMF, lavoro non ancora pubblicato)