
Il Governo Berlusconi si è dato da tempo un obiettivo molto ambizioso. Vorrebbe che la Presidenza italiana dell'Unione europea si concludesse con la firma di un nuovo Trattato di Roma. Dopo aver gettato le basi della Comunità economica europea nel 1957, Roma dovrebbe così varare la nuova Costituzione europea nel 2003. Proposito tanto nobile, quanto arduo. L'Europa si è spaccata in due sulla guerra in Iraq, i due Paesi perno dell'integrazione, Francia e Germania, stanno violando regole comuni, come i vincoli di bilancio imposti dal Patto di stabilità e crescita, e attraversiamo una fase di stagnazione in cui ogni delega di poteri ad autorità sovranazionali viene vista con diffidenza dall'opinione pubblica. L'Unione si appresta ad accogliere dieci nuovi paesi, economicamente molto distanti dalla media UE, che hanno già mostrato (qualcuno si illudeva del contrario?) di voler far valere le loro ragioni una volta membri dell'Unione. Dulcis in fundo, il presidente della Convenzione europea, Valéry Giscard d'Estaing, ha in questi giorni lasciato capire che i lavori della Convenzione non si chiuderanno entro giugno. Questo renderebbe impossibile per ragioni di calendario la firma del Trattato all'ombra del Colosseo. Ma è giusto non darsi per vinti perché i cittadini europei nel 2004 devono esser messi in condizione di votare per il Parlamento europeo sapendo già quale sarà l'architettura istituzionale dell'Unione che verrà.
Dall'ostruzionismo al log-rolling
Mancano un mese e mezzo all'inizio della Presidenza italiana. Sarebbe legittimo attendersi dal Governo un atteggiamento volto a valorizzare gli interessi comuni. Invece, il nostro esecutivo primeggia nel ritardare l'approvazione di direttive su cui non vi sono pregiudiziali a un maggiore coordinamento europeo (tant'è che, dopo un ostruzionismo iniziale, le direttive vengono poi approvate col nostro consenso). È stato il caso del mandato d'arresto europeo, della direttiva sul congelamento dei beni e, successivamente, delle norme contro la xenofobia, tuttora bloccate dal nostro Paese. Da ultimo, alle ultime riunioni Ecofin, proprio mentre l'Europa cercava faticosamente una posizione comune sulla guerra in Iraq, la delegazione italiana ha praticato il log-rolling. In altre parole, ha bloccato un accordo su materie in cui viene richiesta l'unanimità per strappare -- in cambio del nostro voto -- concessioni su altre materie. Come recitano gli atti della riunione, la delegazione italiana ha "richiesto durante il pranzo di affrontare la questione delle quote latte", esprimendo poi "una riserva generale" sulla direttiva chiave del pacchetto di armonizzazione fiscale. I nostri rappresentanti non hanno proposto modifiche su aspetti specifici della direttiva, senz'altro perfettibile, come non manca di rimarcare Cecilia Guerra, ma hanno condizionato il proprio assenso alla direttiva sulla tassazione del risparmio dei non-residenti alla sanatoria delle multe agli allevatori italiani rei di aver superato le "quote latte" stabilite dalla politica agricola comune. Il tutto in nome della difesa degli interessi italiani.
Un ricatto. Ma per chi?
È giusto che un Governo si preoccupi innanzitutto dei propri elettori. Ma non è certo in questo modo che si tutelano gli interessi degli italiani. Per almeno tre motivi. Primo, il coordinamento nella tassazione delle attività finanziarie serve proprio a tutelare quei molti contribuenti italiani che, non investendo all'estero, non beneficiano dell'esenzione attualmente riservata dai Paesi UE ai redditi finanziari percepiti dai non-residenti e che sono colpiti dallo spostamento dell'imposizione fiscale dal capitale al lavoro. Perché allora contrapporre gli interessi degli allevatori a quelli dei percettori di redditi da lavoro che non investono all'estero? Non sono forse italiani sia i primi che i secondi? Il fatto è che gli allevatori ci hanno abituati a manifestazioni eclatanti. Più volte sono sfilati coi trattori vicino a una delle residenze del presidente del Consiglio, che ha risposto garantendo "il proprio impegno personale nel braccio di ferro in atto a Bruxelles". Di qui il secondo motivo per cui questi comportamenti sono controproducenti: il log-rolling autorizza ogni gruppo di pressione a chiedere al Governo di bloccare decisioni comunitarie che richiedano il voto all'unanimità, anche su temi che non hanno nulla a che vedere con la propria "nobile causa". Insomma, si presta il fianco al ricatto dalla lobby nazionale di turno. Gli autotrasportastori, ad esempio, non contenti degli sgravi ottenuti per il 2003, ne chiedono di ulteriori per il 2004. Non c'è da dubitare che presto faranno sentire la loro voce. A chi toccherà poi? Terzo motivo: durante la Presidenza italiana bisogna far avanzare la riforma della politica agricola comune (Pac). In un'Europa allargata, sarà molto più difficile ridimensionare la Pac, pagata coi soldi dei contribuenti italiani, perché Paesi come la Polonia hanno un occupato su cinque in agricoltura (contro uno su venticinque nella UE a quindici). Le proposte comunitarie prevedono lo sganciamento degli aiuti agli agricoltori dai livelli di produzione. È un principio giusto perché non incentiva la creazione di eccedenze: con che faccia il Governo italiano presiederà ora le discussioni sulla Pac dopo aver minacciato il ricorso al diritto di veto per spingere i nostri connazionali a produrre ancora di più delle eccedenze consentite?
Italiani in Europa
L'unico modo di tutelare i nostri interessi in Europa consiste nel mostrare i vantaggi per tutti di scelte che non ci penalizzino. Alcuni esempi? Utile battersi per una rapida approvazione da parte del Consiglio della direttiva sui fondi pensione appena licenziata dall'Europarlamento: rende più attraente la previdenza integrativa che stiamo faticosamente cercando di far decollare anche da noi ed espande i nostri mercati finanziari. Opportuno utilizzare la direttiva sull'Opa europea (vedi l'intervento di Stefano Micossi) per smantellare le strutture piramidali che rendono poco trasparenti i nostri mercati finanziari. Giusto chiedere che le modifiche al Patto di stabilità e crescita non precludano ai Paesi con un debito pubblico superiore al 60 per cento del Pil le deroghe all'obiettivo del quasi-pareggio di bilancio consentite in occasione del varo di riforme strutturali: la riforma delle pensioni in Italia avrà ricadute positive in termini di stabilità macroeconomica e di minori oneri fiscali per tutti i cittadini dell'Unione e quella norma oggi ci esclude. Utile, ancora, battersi per una politica europea dell'immigrazione, l'unica in grado di ripartire fra tutti i paesi UE la bolletta salata dei controlli sulle coste italiane. Sono tutti esempi di battaglie nazionali condotte in nome di un interesse generale. Al contrario dei veti serviti all'ora di pranzo, queste battaglie non ci condannerebbero a una Presidenza italiana che si preannuncia ricca di costosi convegni e scarna di risultati concreti.