
Le iniziative del passato
Patrimonio S.p.A., la nuova società costituita dal governo con il D.L. 63 del 15 aprile 2002, continua a far discutere. Come ha notato Piero Giarda non è da attendersi, in tempi brevi, una significativa valorizzazione del patrimonio pubblico. A partire almeno dal 1985, non c'è praticamente Governo che non abbia presentato progetti per valorizzare e cedere il patrimonio immobiliare dello Stato. Tuttavia persino un inventario completo dei beni si è finora dimostrato irrealizzabile. Nella passata legislatura si tentò di istituire, senza successo, un fondo immobiliare pubblico cui conferire il patrimonio disponibile (ad esempio, edifici residenziali affittati a terzi). La componente disponibile del patrimonio ha, comunque, dimensioni limitate (le valutazioni sono nell'ordine dei 1.000 miliardi di lire). Più ampio è il patrimonio indisponibile (edifici pubblici, caserme, ecc.), ma in questo caso le prospettive di cessione sono incerte poiché spesso è difficile stabilire il valore dei beni, che dipende dai piani regolatori dei comuni (a quale prezzo acquistare una caserma, senza sapere a quale uso potrà essere destinata?). Allo stato attuale non c'è molto (se non l'attribuzione di valore taumaturgico alla costituzione di una S.p.A) che giustifichi la previsione per la Patrimonio di un successo maggiore delle iniziative estemporanee prese in passato da altri governi. Come conseguire un aumento delle entrate pubbliche? Può darsi che il nuovo strumento si riveli più efficace nel lungo periodo, ma ci vorrà comunque tempo.
Come conseguire allora uno degli obiettivi del decreto, l'aumento delle entrate pubbliche?
La risposta sta probabilmente nella possibilità per la nuova società di effettuare operazioni di cartolarizzazione: la cessione degli immobili, con uno sconto sul prezzo presunto di vendita a terzi che si incaricheranno poi di vendere effettivamente il bene. Vale la pena riflettere un momento sulla natura di queste operazioni. Un esempio può essere utile.
Un privato deve vendere un appartamento e per farlo si rivolge a un'agenzia immobiliare, che ha competenze e informazioni sul mercato maggiori di quelle di cui dispone il singolo. Il contratto normale con l'agenzia prevede la corresponsione di una commissione in percentuale sul prezzo di vendita, una volta che questa si sia conclusa. Immaginiamo ora che il privato abbia un bisogno immediato di denaro e non trovi nessuna banca disposta a fargli credito. Egli potrebbe accordarsi con l'agenzia immobiliare cedendole la proprietà dell'immobile e incassando subito il corrispettivo, che naturalmente sarà scontato, ben oltre la normale commissione, rispetto al prevedibile prezzo finale di vendita (lo sconto includerà anche un premio per il rischio, se vi è incertezza sul prezzo al quale la vendita potrà essere effettuata). Questa operazione di cartolarizzazione comprende, dunque, due contratti distinti: l'incarico della vendita a uno specialista e la concessione di un prestito da parte di quest'ultimo al proprietario. La motivazione è tutta nell'impossibilità del proprietario di accedere al credito presso una normale istituzione finanziaria, si può infatti presumere tranquillamente che il tasso di interesse implicito nella cartolarizzazione sia superiore a quello di mercato.
Nel caso dello Stato, la motivazione non è la stessa: esso non ha difficoltà a reperire risorse sul mercato finanziario a tassi di interesse favorevoli. Tuttavia, la cartolarizzazione migliora il bilancio corrente, apparendo come una voce di entrata, invece che di indebitamento. Ciò avviene, naturalmente a discapito dei bilanci futuri, non soltanto perché si anticipano entrate ma anche perché si paga un interesse implicito maggiore di quello normale dei titoli del debito pubblico. Su orizzonti più lunghi di un anno , la cartolarizzazione, non è, quindi, affatto neutrale ma costituisce un onere per la finanza pubblica. È superfluo sottolineare i rischi della diffusione di questa pratica.
Questi rischi sono ampliati dalla possibilità, introdotta durante l'esame del decreto alla Camera, di far pagare un canone di affitto a tutte le amministrazioni statali che oggi usano gli immobili a titolo gratuito. Nel DPEF a questo proposito si sostiene che così si riportano "in un ambito economico anche gli scambi di beni e servizi all'interno stesso dell'amministrazione dello Stato, in modo da far emergere il costo-opportunità dei singoli beni posseduti e utilizzati dal settore pubblico". Intendimento condivisibile, ma ottenibile facilmente con forme opportune di contabilità dei costi, peraltro già sperimentate nell'amministrazione statale, senza bisogno che un pagamento effettivo compaia nel bilancio dello Stato. In realtà, il pagamento effettivo degli affitti rende possibile cedere a terzi i canoni futuri, aggiustando così il bilancio corrente a discapito di quelli futuri, che saranno gravati dalla spesa per affitti (per amore di trasparenza viene voglia di definire quest'ultima senz'altro come spesa per interessi).