
Il progetto di federalismo in discussione in Parlamento prevede ampia autonomia regionale in tema di organizzazione del sistema scolastico. Nelle Regioni in cui sono al governo, le forze politiche di maggioranza hanno posto particolare enfasi sull'idea che le famiglie debbano poter scegliere liberamente la scuola che preferiscono per i loro figli, non statale o statale, attraverso l'introduzione del cosiddetto buono scuola. È prevedibile quindi che questi programmi, già in vigore Lombardia dal 2000 e in Veneto dal 2002, saranno ampliati ed estesi anche ad altre Regioni nei prossimi anni.
L'efficacia del buono scuola
Qualsiasi riforma in tema di organizzazione e finanziamento dell'istruzione dovrebbe garantire eguali opportunità di accesso e migliorare il rendimento scolastico. Credo che su questo obiettivo tutti dovrebbero concordare, almeno in linea di principio. Chi sostiene il buono scuola ritiene che esso potrebbe migliorare il rendimento scolastico orientando una parte degli studenti verso la scuola non statale (più costosa, e quindi, presumibilmente, più efficace nella formazione) e aumentando la concorrenza tra scuole. La concorrenza aumenterebbe l'efficienza e la qualità complessiva del sistema costringendo anche le scuole statali a migliorare i propri standard. Infine, la libertà di scelta potrebbe favorire l'aggregazione degli studenti in ambienti più omogenei (dal punto di vista sociale, economico, di background familiare, ecc.).
Il buono scuola può assumere varie modalità e l'efficacia della sua azione dipende in larga misura dalla sua concreta applicazione: limitato alle scuole statali, esteso a tutte le scuole, rimborsando le famiglie delle spese sostenute; sussidiando le scuole sulla base delle iscrizioni, e così via. Il dibattito tra proponenti e oppositori del buono scuola è pervaso da elementi ideologici, soprattutto in un paese come il nostro, in cui la maggior parte delle scuole non statali hanno spiccato orientamento religioso. Dovrebbe invece essere ricondotto a un confronto più pragmatico, che tenga conto delle esperienze degli altri Paesi e dei risultati effettivamente conseguiti dai buoni scuola.
Le esperienze internazionali
Un recente articolo di Helen Ladd (Journal of Economic Perspectives, autunno 2002) prende in esame una ventina di studi sull'efficacia dei buoni scuola negli Stati Uniti, in Cile e in Nuova Zelanda. Mentre negli Stati Uniti i buoni sono stati sperimentati in poche città (Cleveland, Milwaukee, New York, Washington, alcuni distretti della Florida) e anche all'interno di queste città coprono una minoranza di alunni, in Cile e Nuova Zelanda il buono scuola è universale (da venti anni in Cile e dieci in Nuova Zelanda). In sostanza, si tratta di sussidi a scuole, statali o non statali, sulla base dell'iscrizione degli alunni.
Senza entrare nel dettaglio, la conclusione è che negli Stati Uniti l'uso dei buoni scuola non ha prodotto miglioramenti significativi nella qualità degli studenti. Non vi è evidenza che il rendimento scolastico degli alunni che hanno scelto di frequentare la scuola non statale sia migliorato. Ciò è tanto più significativo, in quanto la ripartizione dei buoni in alcune città (New York, Washington) è stata determinata per sorteggio, consentendo quindi al ricercatore di verificare l'efficacia del buono senza timore che il gruppo di coloro che ne ha diritto abbia caratteristiche diverse (in termini di reddito, background familiare, orientamento religioso o altro) di chi invece non ne usufruisce.
Molti studi documentano che il buono scuola e la maggiore libertà di scelta incentiva la tendenza dei genitori a scegliere la scuola sulla base delle caratteristiche degli studenti che la frequentano. Vi è qualche evidenza che una composizione sociale o etnica più omogenea degli iscritti migliora il rendimento scolastico. Ma per la medesima ragione, il rendimento scolastico tende a peggiorare nelle scuole "difficili". In definitiva, il buono scuola danneggia gli alunni che provengono da famiglie povere e le minoranze, cioè proprio quei gruppi sociali che già partono svantaggiati.
Ma forse l'argomento principale di chi sostiene il buono è che la scuola statale sarebbe indotta a migliorare la qualità dell'istruzione. Ebbene, non vi è evidenza che la qualità delle scuole statali sia migliorata dopo l'introduzione del buono scuola, né in Florida né a Milwaukee, nonostante alcune scuole statali abbiano sperimentato nuovi programmi, sostituito parte del personale docente e a volte anche il direttore.
In Cile, invece, i buoni scuola hanno orientato gli studenti ad alto reddito verso scuole non statali e aumentato la variabilità dei rendimenti scolastici. Hanno migliorato i rendimenti scolastici a Santiago, ma li hanno peggiorati nel resto del paese. In Nuova Zelanda il programma ha ampliato l'offerta formativa, ma ha contemporaneamente aggravato i problemi delle scuole che si collocano nella parte inferiore della distribuzione dei rendimenti scolastici.
Cosa succede in Italia
L'esperienza suggerisce anche che l'effetto negativo dei buoni scuola sul rendimento degli alunni più svantaggiati potrebbe essere attenuato: i buoni dovrebbero dipendere dalle caratteristiche degli studenti (quelli più "difficili" o "costosi" per il sistema dovrebbero ricevere di più) e dalle caratteristiche delle scuole (ad esempio, gli studenti che frequentano scuole di quartieri con forte disagio sociale dovrebbero ricevere proporzionalmente di più di quelli che frequentano scuole con alunni che provengono da famiglie con redditi più elevati). I buoni scuola della Lombardia e del Veneto – cfr. tabella – non seguono nessuno dei criteri suggeriti, anzi sono nettamente peggiorativi rispetto alle esperienze internazionali. In primo luogo, i buoni sono prevalentemente diretti a rimborsare le spese sostenute in scuole non statali (la soglia di spesa di fatto esclude quelle statali); altrove i buoni sono utilizzati solo nelle scuole non statali o in entrambi tipi di scuole. In secondo luogo, la soglia di reddito proposta in Lombardia e Veneto include anche quelli medi e medio alti, mentre altrove ai buoni accedono esclusivamente o prevalentemente famiglie con basso reddito. Infine, non viene proposto alcuno strumento correttivo perattenuare l'effetto negativo sugli studenti meno avvantaggiati. L'esperienza maturata in altri Paesi suggerisce dunque di abolire o riformare alla radice i programmi che sono stati adottati in Italia.
