
Banche e assicurazioni (penso in particolare a quelle più attive nel settore delle polizze "vita") si distinguono per la caratteristica molto diversa dei loro bilanci. Le compagnie di assicurazione hanno una raccolta molto stabile, i premi, e impegni a lungo termine e poco liquidi: la scadenza di una tipica polizza vita si estende oltre un decennio e recedere da un contratto è tanto costoso che pochi clienti utilizzano questa possibilità. Le banche invece hanno una raccolta più volatile e soprattutto a breve termine: un deposito bancario può essere ritirato in qualunque momento, senza alcun costo. Le diverse caratteristiche delle passività di queste istituzioni finanziarie ne determinano i criteri di investimento. Le compagnie di assicurazione, così come i fondi pensione, sono investitori a lungo termine: una quota importante del loro attivo è investito in borsa, sia perché, su un orizzonte temporale sufficientemente lungo, il rendimento del mercato azionario supera quello delle obbligazioni, sia perché molti contratti di assicurazione vita consentono di trasferire sull'assicurato un parte delle eventuali perdite indotte da una caduta dei corsi azionari. L'attivo delle banche, invece, è più a breve, proprio a causa dell'elevata liquidità dei depositi. La banca raramente assume impegni a lungo termine: anche il credito alle imprese e ai consumatori è per lo più breve, proprio per evitare un "mis-match" tra attivo e passivo di bilancio. E gli investimenti diversi dal credito sono tipicamente in obbligazioni dello Stato, l'attività più liquida sul mercato.
I rapporti tra banche e assicurazioni
Che cosa suggeriscono queste osservazioni per i rapporti tra banche e assicurazioni? Che qualora un'istituzione detenga quote azionarie dell'altra (non è ovvio che né l'una né l'altra lo debbano fare, ma consideriamo il caso che decidano di farlo), sono le compagnie di assicurazione che dovrebbero essere investitori di lungo termine nelle banche, non viceversa.
Sei anni fa l'Ina, Istituto nazionale delle assicurazioni, privatizzato nel 1994, al momento della privatizzazione della Banca nazionale del lavoro e del Banco di Napoli, acquistò quote di entrambe le banche e iniziò a studiare un piano di integrazione volto a creare un'unica banca con un azionista stabile, appunto l'Ina (*). Il progetto fallì per molti motivi, tra i quali l'opposizione del governatore della Banca d'Italia Antonio Fazio, il quale riteneva che banche e assicurazioni dovessero rimanere istituzioni distinte. Una posizione che egli aveva già manifestato, opponendosi a una più ampia presenza delle Assicurazioni Generali in Comit e di Allianz in Unicredito.
Ora apprendiamo che il governatore considera con favore una presenza rilevante di alcune banche (Unicredito, Capitalia e forse altre) tra gli azionisti delle Generali. A che cosa è dovuto questo cambiamento? Evidententemente le priorita' del governatore non sono considerazioni di natura economica. Soprattutto nel momento in cui quote importanti dell'attivo delle stesse banche è immobilizzato in Fiat, suscitando preoccupazione nei mercati.
(*) Informo i lettori che chi scrive era in quegli anni consigliere di amministrazione di Ina spa