
La sequenza temporale con cui ha ripreso corpo il dibattito intorno alle riforme costituzionali ha indotto molti a motivare il rinnovato interesse per il tema con opportunità contingenti del Governo. Ma questa non è una spiegazione sufficiente. Altri fattori spingono la Casa delle Libertà nella medesima direzione. Per cominciare, anche il governo Berlusconi, nonostante l'ampiezza della sua base parlamentare, ha dovuto prendere atto più volte delle insidie della politica di coalizione. Del resto, è proprio per pagare il prezzo della felice intesa con Bossi che Berlusconi, e dopo di lui gli altri partiti della CdL, hanno riaperto il gioco delle riforme. Dopo aver dimostrato la sua rinnovata affidabilità, il leader della Lega aveva un assoluto bisogno di sventolare la bandiera della devoluzione. Né il capo del Governo, né gli altri partiti della coalizione avrebbero potuto negargli una tale opportunità.
Ma, varata la proposta, è divenuto evidente che essa poteva trasformarsi in un boomerang per il Governo. I suoi contenuti non sono forse così destabilizzanti (LINK Balboni). Si prestano però a essere oggetto di battaglie di principio capaci di far presa su quasi tutto l'elettorato del centro-sinistra (ricompattandolo) e anche su una parte dell'elettorato del centro-destra. Varie ricerche di opinione segnalano che, in tema di devoluzione, gli elettorati degli altri partiti della CdL sono assai più distanti dalle posizione dell'elettorato leghista di quanto lo siano da quelli dei partiti dell'Ulivo (1).
Se la riforma Bossi fosse approvata isolatamente e l'Ulivo promuovesse un referendum confermativo l'esito della consultazione sarebbe dunque alquanto incerto. Di qui la necessità di legare la devoluzione a un pacchetto di riforme in cui ciascun leader della maggioranza possa riconoscere e rivendicare un suo contributo. Insomma, la proposta Bossi ha trainato il riavvio del dibattito sulle riforme. Ma, paradossalmente, essendo rientrata in gioco l'ipotesi di una riforma costituzionale organica, è divenuto evidente che il traino delle riforme è zoppo. Gli manca una articolazione essenziale: il Senato "federale".
Il Senato federale
Solo dopo aver modulato adeguatamente la composizione del Senato, potrebbero essere affrontati alcuni problemi spinosi che già oggi stanno emergendo. A un Senato federale sarebbe naturalmente attribuito il potere di eleggere una quota dei componenti della Corte costituzionale, a garanzia della equidistanza del giudice delle leggi tra Stato e Regioni. A esso spetterebbe un potere di resistenza o al limite di veto su interventi legislativi di ultima istanza tesi a salvaguardare l'interesse nazionale e sulla legislazione di principio nelle materie a competenza concorrente. Il Senato sarebbe anche la sede naturalmente per sciogliere le numerose ambiguità che la riforma del Titolo V già oggi contiene, e sancire l'attivazione di quelle competenze legislative esclusive in materia di sanità, scuola e polizia locale a cui il ministro Bossi difficilmente potrà rinunciare.
Va detto che il tema non è rimasto a caso fuori dalla proposta. Con esso, ogni proposta rischia di essere azzoppata dall'attuale Senato. Non a caso, nessuno dei molti leader politici che pure si sono espressi a favore di tale ipotesi, entra nel dettaglio della composizione dell'organo. Si può uscire da questo paradosso? Forse sì.
Alcune idee utili si possono trarre dalla discussione sulle proposte della Commissione D'Alema. A lavori conclusi, sotto la pressione di comuni e regioni, emerse una proposta di un certo interesse, presentata dal senatore Morando e fatta propria, con specificazioni, dalla Conferenza delle regioni e dall'Anci: ipotizzava una elezione dei senatori contestuale all'elezione dei Consigli regionali. Si potrebbe ripartire da lì.
Una tale soluzione consente di sfuggire alla secca alternativa tra un Senato rappresentativo degli elettorati regionali (secondo il modello statunitense) e un Senato rappresentativo degli enti substatali (secondo il modello tedesco o austriaco). Evita questa alternativa senza imboccare la strada disfunzionale della composizione mista (come avviene in Belgio e Spagna). A certe condizioni, questa soluzione potrebbe ridurre il rischio (insito nel modello statunitense) di un appiattimento della rappresentanza del Senato sulla logica della competizione politica nazionale, ma anche quello (insito nel modello tedesco) di un certo corporativismo istituzionale.
Sia per ragioni di funzionalità che di praticabilità, è importate che i senatori abbiano una legittimazione popolare e abbiano uno status autonomo e distinto rispetto agli organi regionali e locali. Banalmente, in questo modo almeno un certo numero degli attuali senatori potrebbero intravedere margini per una rielezione, anche se sotto una diversa veste. D'altro canto, stabilire l'incompatibilità tra il ruolo (elettivo) di senatore e quello di amministratore regionale o locale sottrarrebbe la decisione alla altrimenti infinita diatriba sulla rappresentanza nel nuovo Senato degli enti locali (oltre che delle regioni) e dei consigli (oltre che delle giunte), e si eviterebbe quindi il rischio di soluzioni pasticciate e poco funzionali.
Infine, se si vuole evitare che l'elezione dei senatori, seppure svolta "in ambito regionale", segua la stessa logica della competizione politica per la Camera, dovrà essere in qualche modo connessa all'elezione degli organi regionali. Ritengo che non dovrebbe essere soltanto contestuale ma anche collegata all'elezione dei presidenti regionali, essendo chiaro che i senatori dovranno essere espressione in una quota maggioritaria della coalizione di governo al livello regionale e, solo in una quota minoritaria (garantita) dell'opposizione. Si dovrebbe peraltro esplicitamente prevedere, per segnalare che sono agenti del complesso degli enti territoriali della regione, che i senatori possano essere invitati a partecipare alle riunioni della giunta e del consiglio regionale e a quelle del consiglio delle autonomie locali.
(1) In una ricerca nell'ambito dell'Istituto Cattaneo(2001), emerge per esempio che, collassando in una unica dimensione diversi indicatori di fiducia nelle regioni e favore verso la devoluzione di poteri, la posizione dell'elettorato leghista risulta notevolmente polarizzata (punteggio fattoriale 0,53) – così come d'altra parte lo è la posizione dell'elettorato di Rifondazione comunista (punteggio fattoriale -0.75) – mentre al contrario gli elettorati di An (0,14) e di Fi (0,22) si collocano su posizioni relativamente prossime a quelle degli elettorati della Margherita (0,06) e dei Ds (-0,11). Cfr. Salvatore Vassallo, Regioni, ‘Governatori' e federalismo. Come la leadership può cambiare la geografia, in «Le istituzioni del federalismo», n. 3-4, 2001
www.spfo.unibo.it/vassallo (sottopagina "papers").