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La miopia della Bce

di Giuseppe Schlitzer 13.02.2003
Riproduciamo l'articolo di Giuseppe Schlitzer pubblicato il 13 febbraio scorso. In quella occasione la Banca Centrale Europea aveva deciso di non tagliare i tassi.

È convinzione ormai diffusa che l'attuale fase di debolezza dell'economia mondiale sia essenzialmente dovuta alla grave incertezza generata dalla possibile (imminente?) guerra. Se ciò è vero, non si può pensare che politiche macroeconomiche espansive possano da sole provocare una ripresa ciclica. Il buon senso, tuttavia, suggerisce che tali politiche possono servire a ridurre i costi per le economie reali, ed evitare che la stagnazione si trasformi in vera e propria recessione.

Negli Stati Uniti questa ricetta è stata prontamente applicata. La Riserva federale ha agito in modo aggressivo, portando i tassi d'interesse ai livelli minimi degli ultimi quarant'anni (il tasso sui fondi federali è all'1,25%). L'amministrazione Bush, dal canto suo, ha fatto ampio uso della leva fiscale, tant'è che ora si moltiplicano tra gli osservatori i toni di preoccupazione circa la sostenibilità del disavanzo nei conti pubblici (quest'anno il deficit toccherebbe il 2,8% del Pil).

A questo punto i margini di manovra negli Stati Uniti sembrano più o meno esauriti. La palla passa quindi nelle mani dell'Europa. Con politiche di bilancio vincolate al rispetto del Patto di stabilità e crescita e una valuta che si è apprezzata nei confronti del dollaro del 10% in soli due mesi, l'onere dell'aggiustamento non può che ricadere sulla leva monetaria. Ma ancora una volta, con una decisione che pure era attesa dalla maggior parte degli operatori, la Bce ha deluso per eccesso di attendismo e ha lasciato invariati i tassi ufficiali nella riunione del 6 febbraio. Diversamente si è mossa invece, la Banca d'Inghilterra, che ha tagliato il tasso di policy di un quarto di punto, fermo dal novembre del 2001.

Secondo il presidente di Bce, Wim Duisenberg, un taglio dei tassi non sarebbe stato altro che "una goccia nel mare dell'incertezza". Sarà pure così, ma un allentamento monetario avrebbe portato un po' di sollievo non solo all'Europa, ma a tutta la boccheggiante economia mondiale. Peraltro, non bisogna dimenticare che l'eurozona pesa in termini di Pil e di esportazioni sul commercio mondiale grossomodo quanto gli Stati Uniti, e dunque le condizioni in Europa non sono poi così ininfluenti sul resto del mondo. Quella della Bce è stata una decisione miope, che dimostra come l'attuale organizzazione della politica monetaria nell'Unione monetaria non sia all'altezza del peso economico e del ruolo che l'Europa intende giocare sul piano internazionale.

Ma la decisione lascia perplessi anche sotto un profilo "tecnico". L'inflazione nell'area è in discesa e l'espansione dell'aggregato monetario di riferimento va soprattutto ricondotta, come la stessa Bce riconosce, alla maggiore preferenza per la liquidità determinata dall'incertezza generale. Senza menzionare, poi, che il permanere di un elevato differenziale nei tassi d'interesse (1,50% quello tra i tassi ufficiali) contribuisce all'apprezzamento dell'euro, togliendo competitività all'Europa.

C'è ovviamente da sperare che nella prossima riunione, la Bce cerchi di recuperare il terreno perduto con un taglio sostanziale dei tassi, almeno di mezzo punto percentuale. Anche in questo caso, però, resterebbe urgente una rivisitazione dell'intero approccio della Bce alla politica monetaria, che ne metta in discussione non solo strumenti e procedure, ma gli stessi obiettivi. Nello schema attuale l'obiettivo primario consiste nel mantenere, nel medio termine, la dinamica dei prezzi sotto una certa soglia (2%): una scelta che è servita nei primi anni di vita della Bce a stabilire una reputazione nell'azione di stabilizzazione dei prezzi, ma che oggi appare quanto mai limitata. Opportuno sarebbe assegnare pari importanza all'obiettivo di promuovere la crescita e l'occupazione, come prevede per esempio lo statuto della Fed.