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Il motore che non gira

di Daniel Gros 11.02.2003
Rischi di inflazione e di maggiori deficit di bilancio se la produttività per lavoratore non torna a crescere in Europa. Servono riforme strutturali ma i paesi più grandi e con un maggior settore industriale resistono alla pressioni competitive.

I fatti mandano un messaggio chiaro: l'Europa non cresce più. E non si tratta solo del ciclo e dei timori di guerra in Medio Oriente. La debolezza strutturale dell'economia europea è evidente nel fatto che negli ultimi anni la produttività per lavoratore è a malapena aumentata, mentre fino ai primi anni Novanta cresceva a un tasso di circa il 2 per cento l'anno. In parte, questa quasi assoluta assenza di crescita della produttività è dovuta a fattori legati al ciclo: le imprese riducono la produzione, ma (almeno in Europa) non possono licenziare i lavoratori di cui non hanno più bisogno. Tuttavia, la decelerazione della crescita della produttività resta un fatto anche dopo aver tenuto conto di questi elementi ciclici.
Ma perché dobbiamo preoccuparci di un concetto così astratto come la produttività? La risposta è semplice: se la popolazione europea non cresce, l'aumento della produttività è l'unico elemento che può far girare il motore dell'economia. E per l'Europa la crescita della produttività è particolarmente importante a causa dell'invecchiamento della popolazione (specialmente in Italia): se vogliamo offrire ai pensionati di domani una vita decente, abbiamo bisogno di alta produttività.
Alcuni invece sostengono il contrario, ovvero che sia l'opposto della produttività a essere un bene. L'opposto della produttività è il "contenuto di lavoro" della crescita. Un elevato contenuto di lavoro significa che una pur debole crescita fa aumentare l'occupazione proprio perché non cresce la produttività del lavoro. Non è un bene? Di nuovo, la risposta è semplice: nelle fasi cicliche deboli un alto contenuto di lavoro è utile ai governi per "abbellire" nel breve periodo le statistiche sulla disoccupazione. Ma i redditi, e in particolare i salari, ovvero le possibilità di consumo delle famiglie, non possono aumentare.
Inoltre, la crescita della produttività è importante perché fornisce l'olio per quella macchina complessa che è il policy making nelle democrazie moderne. Se la produttività non cresce, tutti gli incrementi salariali si trasformano prima o poi in un aumento dei prezzi, il che rende difficile per la Bce tenere sotto controllo l'inflazione. Allo stesso tempo, i bilanci pubblici migliorano se la produttività aumenta perché crescita della produttività significa anche un aumento delle entrate fiscali.

Perché il motore non gira?

Per gli economisti è difficile capire che cosa determina la produttività. Fattori come l'accumulazione di capitale e il know how sono importanti, ma resta senza spiegazione una parte più importante, detta dagli economisti "residuale" (proprio per nascondere la propria ignoranza). È proprio questa componente residuale a essere caduta nell'ultimo decennio in Europa, mentre gli altri fattori che determinano la crescita della produttività (l'accumulazione di capitale) non hanno subito mutamenti sostanziali.
All'interno della Unione europea, il rallentamento della produttività varia notevolmente da un paese all'altro e proprio queste differenze offrono qualche suggerimento per individuare le cause del problema. In primo luogo, i paesi con i sistemi economici più aperti, meno regolamentati, tendono ad avere una maggiore crescita della produttività (vedi Bertola). Intuitivamente, più l'economia è regolamentata, più è difficile far circolare idee e metodi di produzione nuovi. Questa spiegazione però non tiene conto del fatto che, negli ultimi dieci anni, il grado di regolamentazione (o de-regolamentazione) non è cambiato molto nella maggior parte dei paesi. Eppure, alcuni paesi hanno avuto risultati migliori di altri.
Un altro fatto, che finora ha ricevuto scarsa attenzione, sembra invece rilevante: la caduta maggiore della crescita della produttività si è registrata nei paesi nei quali l'occupazione si concentra soprattutto nell'industria. Ne è un buon esempio la Germania, il più "industrializzato" dei paesi europei: il settore industriale raccoglie il 30% degli occupati contro il 20% degli Stati Uniti.
In definitiva, la spiegazione migliore del rallentamento della crescita della produttività in Europa potrebbe essere una combinazione di questi due fattori. Negli ultimi dieci anni, è cambiata la natura del processo tecnologico. Le nuove tecnologie dell'informazione hanno reso possibile modificare radicalmente i processi produttivi e non limitarsi semplicemente a cambiamenti marginali in processi già consolidati. Naturalmente, i paesi con economie meno regolamentate sono stati molto più avvantaggiati nell'utilizzare il potenziale di crescita offerto dalle nuove tecnologie. I paesi più legati alla "vecchia" industria devono invece affrontare problemi maggiori perché una parte consistente della forza lavoro deve essere riallocata in nuovi compiti e, in alcuni casi, in settori completamente nuovi. Senza dimenticare che le normative che regolano il mercato del lavoro sono fatte su misura per proteggere i lavoratori della grande industria.

Il ruolo dell'Europa

Dal momento che i maggiori paesi Ue hanno un settore industriale forte e una rigida regolamentazione del mercato del lavoro, non sorprende che la crescita media della produttività sia stata così modesta negli ultimi anni, pur con un crescente progresso tecnologico. Il vero problema è allora la mancanza di riforme strutturali nella maggior parte (per fortuna, non in tutti) i paesi Ue. Eppure, a Lisbona nel 2000, la Ue aveva lanciato un vasto programma di riforme che avrebbero dovuto renderla "l'economia più competitiva del mondo". Quello che i presidenti e i primi ministri riuniti per l'occasione avevano dimenticato è che la Ue non ha alcuna competenza in aree cruciali come le norme sul mercato del lavoro e i sistemi di sicurezza sociale.
Per rispondere a chi glielo ricordava, i rappresentanti politici avevano inventato il cosiddetto metodo della cooperazione aperta. In sostanza, i burocrati dei ministeri interessati (lavoro, etc.) avrebbero dovuto riunirsi intorno a un tavolo, scambiarsi le esperienze dei diversi paesi, tornare a casa e applicare le migliori. Dopo tre anni, è chiaro che questo metodo non ha funzionato, per la semplice ragione che le norme sul mercato del lavoro e simili sono decise dai parlamenti nazionali, sotto la pressione dei gruppi di interesse nazionali, per nulla interessati alle "esperienze migliori", ma molto ai propri interessi.
Questo non significa che l'Unione europea non ha alcuna influenza sulle riforme strutturali. Con il progredire dell'integrazione dei mercati diventa sempre più costoso proteggere particolari gruppi di interesse e limitare la concorrenza: lo hanno capito per primi i paesi più piccoli dell'Unione per i quali la competizione con l'estero è un elemento inevitabile. I paesi maggiori possono ancora proteggere larghe parti del mercato, ma ottengono anche i risultati economici peggiori.
L'insieme di apertura di mercati e competizione di sistema può così rivelarsi la salvezza dell'Europa. Le economie migliori mettono le altre sotto pressione perché tutte ormai competono in un unico mercato comune. Anche i paesi che pensano di essere grandi, alla fine saranno costretti a introdurre le riforme. E allora la crescita riprenderà.