
Nell'ultimo decennio del secolo scorso il tasso di crescita del Pil europeo è stato appena al di sopra del 2% annuo: in netto calo rispetto ai decenni precedenti (4,8%, 3,0%, e 2,4% negli anni Sessanta, Settanta, e Ottanta), e più lento che negli Stati Uniti (3,2% negli anni Novanta, simile nei decenni precedenti). Può anche darsi che si tratti di un fenomeno transitorio. Negli anni Settanta e anche negli anni Ottanta non pochi studiosi tessevano le lodi dei robusti sistemi politico-industriali di Germania e Giappone, mentre gli Stati Uniti si trovavano spesso in imbarazzo economico. Forse la congiuntura cambierà, e un giorno i paesi altamente regolamentati torneranno a essere esempi positivi.
Ma è più probabile che la tendenza europea alla stagnazione abbia carattere strutturale e permanente. In effetti, è particolarmente sorprendente osservare la bassa crescita negli anni Novanta, quando il completamento del Mercato unico avrebbe dovuto consentire agli operatori economici europei di produrre più efficientemente, sfruttando nuove opportunità di specializzazione e concorrenza. La transizione stessa verso una migliore organizzazione delle nostre economie ha probabilmente rallentato la crescita per via degli aggiustamenti macroeconomici imposti dal Trattato di Maastricht. Ma al di là dei costi di aggiustamento è visibile una tensione tra la struttura istituzionale dei sistemi economici dell'Europa continentale e le nuove opportunità di commercio e concorrenza.
La sindrome
Il Pil pro capite dell'Unione europea è da decenni intorno al 70% di quello degli Stati Uniti, la popolazione in Europa cresce meno e anche le ore lavorate pro capite tendono a calare. Lavorare meno, ovviamente, di per sé è una bella cosa. Ed è anche gradevole essere protetti da barriere anti-concorrenziali. Il monopolista è pigro, sa che lavorando di più rischia di deprimere il proprio reddito, e apprezza la possibilità di condurre una vita tranquilla godendosi le rendite di posizione, invece di combattere nel mercato per guadagnarsi da vivere. Sintomi di un orientamento alla protezione piuttosto che alla concorrenza e al mercato abbondano in Europa: dai mercati finanziari, molto meno sviluppati che negli Stati Uniti, all'organizzazione dei servizi (che siano taxi o network televisivi o distribuzione al dettaglio o reti elettriche), al mercato del lavoro.
Teoricamente ed empiricamente, la struttura inefficiente dei mercati può ben spiegare il basso livello del reddito europeo. E l'interazione tra la più intensa pressione concorrenziale (derivante dall'integrazione europea e dalla globalizzazione delle relazioni economiche) con una immutata tendenza a difendere la propria posizione può esacerbare gli effetti negativi, e spiegare come mai la stessa Europa che ben operava sui mercati internazionali nei decenni precedenti sia adesso in relativo affanno. Anche in Italia è a tratti apparente una tendenza a sfruttare più intensamente i residui spazi di potere di mercato. Quasi spaventato da una possibile crescente marea di concorrenza, chi può (dai ristoranti che preparano i primi menu in euro, ai tassisti, ai dipendenti pubblici) cerca di sfruttare ogni opportunità di difendere le proprie posizioni e i prezzi della propria produzione.
La cura
Se anche la diagnosi è facile, è più difficile indicare una cura, e può essere difficilissimo convincere il paziente a seguirla. Ovviamente non basta sperare che il mondo torni a favorire la struttura economica regolamentata e dirigista. La regolamentazione continuerà ad avere un ruolo importante anche in futuro, perché molti mercati sono ben lungi da funzionare perfettamente. Ma va riformata alla luce delle nuove condizioni di integrazione internazionale e relativa instabilità.
Negli ultimi anni non mancano segni di una maggiore flessibilità e dinamicità delle nostre economie, quasi tutte impegnate in processi di deregolamentazione in grado, per esempio, di generare maggiore occupazione. Ma il percorso politico della deregolamentazione è accidentato. Anche se lo scarso livello di sforzo ha costi sociali rilevanti e tutti subiscono le conseguenze di un'organizzazione della produzione che mantiene alti i prezzi e basse le quantità, nessuno ama la concorrenza quando si trova a subirla.
La concorrenza è quindi un bene pubblico. Deve essere attivamente tutelata e promossa a livello collettivo, perché non saranno mai i singoli operatori economici a rinunciare volontariamente al proprio potere di mercato. Solo un processo politico lungimirante e cosciente di tutte le interazioni può riuscire a riformare l'economia europea e renderla competitiva.
Due sono gli ingredienti di una medicina politicamente accettabile. Primo, è opportuno evitare di scagliare "prime pietre". Articolando le riforme su più fronti, si possono esporre tutti gli agenti economici e tutte le parti sociali a quella maggiore concorrenza dei cui benefìci tutti potranno godere in termini di efficienza. Secondo, occorre guardare lontano. È gradevole una vita tranquilla e poco faticosa, ma il piacere di fare poco oggi comporta la prospettiva di vivere in una società priva di stimoli e destinata alla stagnazione, e di lasciare in eredità ai propri figli un tenore di vita inferiore al proprio.
Per saperne di più:
Un gruppo di studio indipendente
presso la presidenza della Commissione europea che si occupa di questi problemi, ha elaborato un rapporto sulla crescita in Europa. I dati riportati nell'articolo sono tratti dal materiale preparatorio compilato dal Group of Policy Advisers della Commissione, delle opinioni è responsabile l'autore.Il concetto di monopolista pigro è dovuto a John Hicks e sviluppato da Albert Hirschman (Exit, Voice, and Loyalty, Harvard University Press, pag.55).
L'idea che un aumento della pressione concorrenziale in assenza di riforme possa risultare in perdite di efficienza è sviluppata in G. Bertola e T. Boeri, "
EMU Labour Markets Two Years On: Microeconomic tensions and institutional evolution" in M. Buti and A. Sapir (a cura di), EMU and Economic Policy in Europe: The Challenge of the Early Years, Edward Elgar, Aldershot, 2002.Giuseppe Nicoletti e Stefano Scarpetta (un loro ottimo articolo è disponibile sul sito web della rivista
Economic Policy) hanno studiato empiricamente la relazione tra livelli di regolamentazione e produttività. I dati confermano che i molto eterogenei percorsi di liberalizzazione e deregolamentazione dei paesi Ocse hanno avuto un impatto importante sui loro livelli di reddito.