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La globalizzazione e il metalmeccanico

di Paolo Manasse 04.02.2003
La globalizzazione avvantaggia i metalmeccanici? Potrebbe essere una battuta ma non è così alla luce di uno studio avviato recentemente su un campione di 2837 imprese del settore metalmeccanico nella seconda metà degli anni Novanta. .....

La globalizzazione avvantaggia i metalmeccanici? Potrebbe essere una battuta ma non è così alla luce di uno studio avviato recentemente su un campione di 2837 imprese del settore metalmeccanico nella seconda metà degli anni Novanta. Analizzando infatti l'andamento del differenziale salariale tra lavoratori manuali (operai) e non manuali (impiegati e dirigenti), e del rapporto tra i loro livelli d'impiego, le conclusioni sono alquanto sorprendenti (1): mentre l'innovazione tecnologica è responsabile di un aumento della quota di occupazione dei lavoratori più qualificati e dell'aumento del divario tra stipendi e salari, il commercio internazionale ha contribuito invece ad accrescere le quote di impiego degli operai meno qualificati e, almeno per tale via, ha contribuito a ridurre le disuguaglianze tra stipendi e salari.

 

Gli Stati Uniti

Ma facciamo un passo indietro. Fin dai primi anni Novanta molti studi(2) hanno documentato la crescita delle disparità salariali e della quota di occupazione dei lavoratori specializzati (qualificati, o skilled) verificatesi nel precedente decennio in molti paesi avanzati, a cominciare dagli Stati Uniti. Poiché sono aumentati sia i differenziali salariali sia le quote di occupazione dei lavoratori maggiormente istruiti, gli economisti ne hanno prontamente dedotto che la spiegazione dovesse avere a che fare con la domanda, e non con l'offerta, di skills(3). Ma allora, cosa spiega l'aumento della domanda relativa di lavoratori più qualificati? Almeno due fattori: l'innovazione tecnologica e la globalizzazione.

Se le nuove tecnologie (i computer) accrescono la produttività dei lavoratori qualificati più di quella di lavoratori meno qualificati, le imprese troveranno conveniente licenziare questi ultimi ed assumere i primi. Si verificherà dunque un eccesso di domanda di skills. La globalizzazione, nell' economie avanzate, dovrebbe (il condizionale è d'obbligo) funzionare così: la concorrenza dei paesi in via di sviluppo porta ad un contrazione dell'impiego nel settore "tradizionale", ad esempio, il tessile, le cui imprese impiegano relativamente pochi lavoratori qualificati; allo stesso tempo le imprese che producono beni ad alta intensità di skills, ad esempio software, si espandono nei nuovi mercati esteri. Il risultato è che aumenta la domanda di lavoro qualificato ed il differenziale salariale. Il consenso della letteratura è che, grosso modo, l'aumento della disuguaglianza salariale sia da attribuire, per il 70-85 per cento alla tecnologia e per il restante 30-15 per cento alla globalizzazione.

E l' Italia?

In Italia l'effetto del progresso tecnologico è stato simile, sia qualitativamente che quantitativamente, a quello degli altri paesi industrializzati. Invece l'espansione del commercio ha avuto effetti opposti: la domanda e l'occupazione si sono spostati verso le imprese che producono beni ad alto contenuto di lavoro poco qualificato. Con ciò contribuendo a ridurre i differenziali salariali e ad accrescere l'occupazione manuale. Perché? Probabilmente per tre ragioni: perché l'Italia commercia soprattutto con paesi europei tecnologicamente più avanzati; perché, di conseguenza, le esportazioni italiane si concentrano spesso in prodotti standardizzati, caratterizzati da basso contenuto tecnologico(4); ed infine perché l'Italia, come il resto d'Europa, è protetta dalla concorrenza dei paesi in via di sviluppo da barriere commerciali.

Questi risultati vanno interpretati con cautela. Le imprese esportatrici sono state anche quelle che maggiormente hanno investito in nuove tecnologie, e ciò rende molto difficile distinguere nettamente tra gli effetti dell'innovazione tecnologica e quelli della globalizzazione. Inoltre, quest'ultima è un fenomeno complesso, che comprende, tra l'altro, i flussi migratori, la de-localizzazione delle attività produttive, la sicurezza del posto di lavoro, l'incidenza delle imposte. Questi aspetti, di grande valenza sociale, non sono considerati in questo studio. Infine, l'analisi riguarda un singolo settore economico, per quanto importante (5), ed un arco di tempo limitato (6).

Per concludere, una domanda e due risposte. Dobbiamo rallegrarci che la globalizzazione in Italia non accresca le disuguaglianze? Sì e No. Sì, perché è confortante sapere, con buona pace del giovane no-global, che la crescente integrazione dei mercati non mina necessariamente la coesione sociale. No, perché in Italia ciò appare dovuto ad un fattore di debolezza. La debolezza delle imprese che operano nei settori tecnologicamente più avanzati, che investono di più in ricerca e conoscenza, e da cui dipendono maggiormente le prospettive di crescita della nostra economia.

(1) Studio di Manasse, Stanca & Turrini (MST).Il paper, in corso di pubblicazione sulla rivista Labour Economics, è disponibile all'indirizzo: http://www.dse.unibo.it/manasse/Pdf/mstrev.pdf

(2)Si veda la letteratura citata in MST alla nota precedente

(3) Se fosse ad esempio aumentata la disponibilità di laureati (l'offerta) sul mercato, si sarebbe avuta una caduta, non un aumento, del differenziale salariale.

(4) Si veda anche Chiarlone. S., 2001, "Evidence of product differentiation and relative quality in Italian trade", CESPRI Working Paper No. 114, in via di pubblicazione Rivista Italiana degli Economisti

(5) Il settore metal-meccanico ha prodotto circa il 40% del valore aggiunto ed il 50% delle esportazioni del settore manifatturiero in Italia durante la seconda metà degli anni novanta.

(6) I risultati sembrano però confermati da un'indagine in corso da parte degli autori per l'intero settore manifatturiero ed per l'intero decennio passato.