
La situazione italiana
L'economia italiana è caratterizzata da una specializzazione produttiva ed internazionale non tipica per un paese industrializzato. I punti di forza sono nei settori tradizionali (anche detti del "made in Italy") e nei comparti del settore meccanico che producono macchine per la lavorazione dei metalli, del legno etc. Il tessuto produttivo italiano è invece molto debole nei settori dove più importanti sono le dimensioni di scala e nei settori "high-tech". La conferma viene raggruppando i settori manifatturieri in macro-classi definite in funzione della intensità fattoriale: settori che producono beni ad alta intensità di lavoro non qualificato, alta intensità di lavoro qualificato e ad alto contenuto tecnologico. La figura che segue riporta una misura della specializzazione internazionale relativa italiana (l'indice dei vantaggi comparati rivelati dato dal rapporto tra la quota mondiale di esportazioni italiane del comparto considerato e la quota mondiale di esportazioni italiane totali manifatturiere – un valore maggiore di uno segnala specializzazione, un valore tra zero e uno despecializzazione) per ciascuno dei tre comparti (1).

Per tutto il periodo, ed in modo crescente, l'Italia mostra una specializzazione relativa nei settori ad alta intensità di lavoro non qualificato (i settori "tradizionali": calzaturiero, abbigliamento, tessile, mobilio) ed una despecializzazione relativa nei settori ad alta intensità di lavoro qualificato e di tecnologia. La "distanza" tra comparti di forza e di debolezza qualifica la polarizzazione del modello di specializzazione italiano e l'assenza di sostanziale "mobilità" testimonia la sua persistenza nel tempo.
La differenza con gli altri paesi industrializzati
Il quadro è molto diverso per gli altri paesi industrializzati: Stati Uniti, Giappone ed, in parte, il Regno Unito eccellono nel comparto ad alta tecnologia, dove anche Germania e Francia non sfigurano. Tutti hanno punti di forza nei settori ad alta intensità di lavoro qualificato e mostrano debolezze nei settori ad alta intensità di lavoro non qualificato. Di qui l'anomalia della specializzazione italiana (2). Rimane il dubbio che il modello di specializzazione italiano così diverso da quello degli altri paesi industrializzati, sia pericolosamente simile a quello di alcuni paesi emergenti. Ed una certa similarità esiste. La tabella qui sotto riporta i coefficienti di correlazione di rango tra l'indice dei vantaggi comparati rivelati dei paesi industrializzati con quello dei paesi emergenti. Mentre per gli altri paesi industrializzati i coefficienti di correlazione sono quasi tutti negativi (a indicare una dissimilarità nel modello di specializzazione rispetto ai paesi emergenti), per l'Italia gran parte di questi sono positivi, a testimonianza di una maggior sovrapposizione del nostro modello di specializzazione con quello dei paesi emergenti.

E allora, quale è il problema? Semplicemente che le imprese italiane sono sottoposte maggiormente alla crescente concorrenza dei paesi emergenti. Questa caratteristica non è d'altra parte nuova. Il grado di similarità era maggiore nel passato (le correlazioni per il 1980 sono superiori a quelle del 1997-
Chiarlone – Helg, 2002). Perciò è da tempo che le imprese italiane si trovano a fronteggiare questo tipo di concorrenza. Vari studi empirici (De Nardis- Traù, 1999, Chiarlone, 2001) e teorici (Petrucci-Quintieri, 2002) mostrano e spiegano come nel passato il successo italiano nei settori tradizionali sia consistito nello sfuggire a questa concorrenza tramite strategie di miglioramento qualitativo dei prodotti. Esistono ancora spazi per questa strategia?(1) Per la composizione settoriale di questi macro-settori si veda
Chiarlone-Helg (2002).(2) L'utilizzo di questa tassonomia "nasconde" in parte la specializzazione relativa italiana nei settori della meccanica specializzata. Questa emerge maggiormente dall'uso della tassonomia à la Pavitt (si veda per esempio,
Epifani, 1999). Le caratteristiche di polarizzazione e persistenza continuano a permanere anche in questa tassonomia (si vedano anche Brasili et al., 2000, e De Benedictis-Tamberi, 2001).