
I dati pubblicati da Ricerche e Studi
, l'ufficio studi di Mediobanca, e disponibili al sito internet www.mbres.it, mostrano quanto rapidamente l'euro ha trasformato i mercati finanziari europei. I dati mostrano anche quanto grande rimanga l'anomalia italiana: il tradizionale modello finanziario con al centro le banche non è più una caratteristica che distingue l'Europa continentale dal Regno Unito e dagli Stati Uniti: rimane una caratteristica di due paesi soltanto, Italia e Giappone.I dati di Ricerche e Studi riguardano, come ogni anno, 274 grandi gruppi, dei quali 233 hanno una prevalente attività industriale (manifatturiera ed energetica), 24 prestano servizi di telecomunicazione e 17 sono rappresentati da utilities attive su scala internazionale. I paesi sono i maggiori in Europa, più stati Uniti e Giappone.
La tabella, ricavata dai dati di R&S, mostra l'evoluzione nella struttura dell'indebitamento delle grandi imprese dall'inizio degli anni novanta ad oggi. All'inizio del decennio Germania e Italia si distinguevano per il ruolo centrale delle banche nel finanziamento alle imprese: una quota una volta e mezza quelle osservate nel Regno Unito, ma anche in Francia e nei paesi scandinavi.
L'euro ha trasformato in modo radicale le fonti di finanziamento delle imprese tedesche. La quota di debiti finanziari bancari si è più che dimezzata, scendendo dal 73,7 al 32,1 per cento. La riduzione è particolarmente accentuata negli anni successivi il 1997 e cioè dopo l'ingresso nell'Unione monetaria. Effetti analoghi si osservano in Belgio, Olanda e Lussemburgo, non in Francia, dove la quota delle banche è sempre stata contenuta.
Che cosa è successo? L'euro ha dato grande liquidità al mercato delle obbligazioni emesse dalle imprese, rendendo questa forma di finanziamento conveniente rispetto al credito bancario. La conseguenza è una trasformazione profonda nell'attività di monitoraggio delle imprese: la loro salute non è più sotto l'occhio accondiscendente dei banchieri, ma di un mercato che anche in Europa sta iniziando a sviluppare la capacità di attribuire un rating alle imprese, e di variarlo frequentemente, al variare delle prospettive di redditività. Una situazione molto diversa dal tradizionale modello in cui le banche mantenevano i prestiti in bilancio a valore di libro.
Non così l'Italia, che rimane un paese banco-centrico: l'unico ormai, insieme al Giappone. Le tendenze sono per la verita' diverse in Italia e in Giappone. In Italia la quota dei prestiti bancari e' scesa, dal 1997, di 18 punti; in Giappone e' salita di 6.Ma rimane vero che la quota dei prestiti in Italia e' una volta e mezzo il livello di Francia e Germania, due volte il livello di Belgio e Olanda.
La peculiarita' italiana ha due conseguenze negative. Primo, la BCE sempre più guiderà la politica monetaria con l'occhio rivolto ad un sistema incentrato sul mercato, non sulle banche: i tassi di interesse saranno decisi in funzione di un sistema nel quale il meccanismo di trasmissione della politica monetaria ormai funziona in modo molto diverso dall'Italia. Secondo, le banche italiane saranno sempre meno competitive fuori dai confini nazionali, perché specializzate in un'attività - il credito alle grandi imprese - sempre meno diffusa altrove in Europa, e prive invece di una forte presenza nel mercato delle obbligazioni industriali.
Si noti che la peculiarita' italiana non dipende dalla presenza di una quota maggiore che in altri paesi di piccole imprese: i dati di R&S riguardano solo le grandi imprese. Le ragioni risiedono altrove, e tra queste la strategia difensiva del sistema bancario italiano, perseguita con tenacia dal Governatore Antonio Fazio. Chiudere le frontiere alle banche europee, difendere i nostri "campioni nazionali", ci mantiene distinti dall'Europa e in prospettiva crea, con rare eccezioni, banche capaci solo di fare credito a imprese domestiche. Non ci sembra una strategia particolarmente lungimirante. Anche per le nostre imprese: chissa' se Fiat avrebbe perseguito la medesima strategia di diversificazione dall'auto, se le sue acquisizioni - dall'OPA Edison a quella di Rinascente - fossero state finanziate collocando obbligazioni sul mercato, anziche' attraverso il credito di quattro grandi banche nazionali.

Fonte: Mediobanca, Ricerche e Studi,
www.mbres.it