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COME DILAPIDARE IL "TESORETTO"

di Tito Boeri e Pietro Garibaldi 01.10.2007

Il complesso della manovra di bilancio per il 2007 e 2008 peggiorerà i conti pubblici, rispetto a quanto avverrebbe in sua assenza. Si tratta di mezzo punto di Pil di deficit in più. Dal punto di vista dell'equilibrio di bilancio e degli impegni europei sarebbe meglio fare a meno di decreto fiscale e Legge Finanziaria. Una fetta consistente del peggioramento dei saldi è dovuta a maggiori spese e non a riduzioni di tasse. Quindi non si può neanche sostenere che si tratta della restituzione agli italiani dell'extragettito. E' invece una rinuncia a investire nel futuro.

Il complesso della manovra di bilancio varata nel fine settimana dall’esecutivo peggiorerà, e non di poco, i conti pubblici rispetto a quanto avverrebbe in sua assenza. Si tratta di mezzo punto di Pil di deficit in più, come illustra chiaramente la tabella pubblicata sul sito di Palazzo Chigi e riprodotta qui sotto. Come dire che, dal punto di vista dell’equilibrio di bilancio e degli impegni europei, sarebbe sarebbe meglio lasciare tutto come prima, senza decreto fiscale e Legge Finanziaria. Una fetta consistente del peggioramento dei saldi è dovuta a maggiori spese piuttosto che a riduzioni di tasse. Quindi non è neanche difendibile come restituzione agli italiani dell’extragettito. È una rinuncia a investire nel futuro, migliorando i conti pubblici. L’aggiustamento viene tutto rinviato al 2009-2011, come candidamente riconosciuto dai documenti pubblicati da Palazzo Chigi, nonostante si preveda un rallentamento dell’economia. Dobbiamo crederci?

Un’occasione sprecata

Lo scorso anno, analizzando la Finanziaria 2007, avevamo documentato che l’aggiustamento sarebbe stato tutto sul lato delle entrate. Proprio per questo, commentavamo, non sarebbe stato duraturo: prima o poi, come nei ben sperimentati meccanismi di “tax push”, le maggiori entrate avrebbero finito per legittimare nuove spese. Purtroppo la facile profezia, da manuale di economia della politica, si è avverata. Il miglioramento dei conti pubblici in assenza delle politiche economiche varate quest’anno sarebbe stato molto più consistente. Il 2007 passerà così alla storia come l’anno della grande occasione sprecata. Il continuo parlare di “tesoretti” ha fatto subito capire che le entrate superiori al previsto non sarebbero state usate per ridurre la montagna di debito pubblico. Al contrario, l’extragettito è stato dilapidato. Sommando gli interventi nei decreti legge di giugno e settembre, il governo ha speso circa 13 miliardi derivanti da extragettito. È vero che non pochi provvedimenti di spesa sono una tantum, ma si sarebbe dovuto dare una svolta di finanza pubblica durante una fase espansiva, come suggerisce il nuovo Patto di stabilità e come avvenuto in Germania, altro paese che ha beneficiato di un extragettito e che ha un debito pubblico pari quasi alla metà del nostro. Si è invece scelto di aumentare la spesa.

Una manovra pesante

Quella appena varata doveva essere una manovra leggera. In realtà sarà sostanziale: 11 miliardi di Finanziaria e 7,5 di decreto fanno 18,5 miliardi. A metà ottobre, dopo i referendum nelle fabbriche, salirà sul carrozzone anche il pacchetto sul welfare e previdenza che rischia di gonfiarsi nel frattempo. Questo significa che è una manovra già oggi in linea con la media delle Finanziarie degli ultimi sette anni. È, dunque, leggera tanto quanto le manovre di bilancio del nuovo millennio. A meno che per leggerezza si intenda il segno della manovra. In effetti, a differenza di quelle precedenti, peggiora, anche sulla carta, i saldi rispetto a quanto avverrebbe in sua assenza.

La manovra è pesante perché non ci si limita ad abbassare le tasse, a restituire agli italiani l’extragettito. Anche nella tabella del governo è previsto che aumenti la spesa primaria nel 2008. Il dato sarebbe ancora più evidente se i provvedimenti varati a giugno e contestualmente alla Finanziaria non avessero già fatto accelerare la crescita della spesa nel 2007. Anche se il provvedimento a favore delle famiglie più deboli può essere desiderabile e opportuno, è ipocrita classificarlo come riduzione di tasse. Si tratta di un aumento di spesa.

La manovra finanziaria mostra, ancora una volta, che il federalismo fiscale non funziona. Sono stati concessi 9 miliardi a Lazio, Campania e Sicilia, ripagabili in trenta anni (si proprio trenta) per onorare gli sforamenti regionali nel comparto sanità. Speriamo almeno che le sanzioni contro gli amministratori e i politici locali vengano davvero applicate. Anche l’intervento sull’Ici sancisce il fatto che i comuni non hanno alcuna potestà su questa naturale fonte di entrate per loro (la casa, per definizione, non si sposta da un comune all’altro).

A favore dello sviluppo? 

In Francia, altro paese che ha un debito pari a poco più della metà del nostro, si sta ritardando l’aggiustamento dei conti pubblici per risanare l’economia. È così anche da noi? Servirà questa Finanziaria a scongiurare il visibile rallentamento della nostra economia? Il piatto forte delle misure a favore dello sviluppo è rappresentato dalla riduzione delle tasse sui redditi di impresa. Ma la copertura arriva da una rimodulazione della base imponibile, in modo da lasciare invariato il gettito. In altre parole, l’ammontare delle tasse versate dalle imprese rimarrà costante, nonostante una riduzione delle aliquote Ires dal 33 al 27,5 per cento e dell’aliquota dell’Irap al 3,9 per cento. Bene razionalizzare il prelievo, ma non aspettiamoci forti stimolo all’economia. Non ci sono gli sgravi fiscali sul lavoro, soprattutto sui redditi più bassi, né le misure a favore della conciliazione di lavoro e impegni famigliari, come il piano sugli asili nido e gli incentivi per le mamme lavoratrici, sacrificati per fare posto agli sgravi Ici. Difficile sostenere che questi ultimi servano a rilanciare lo sviluppo. In Italia non c’è una bolla immobiliare che sta scoppiando. E i consumi sono molto meno sensibili che altrove ai prezzi delle case. Quindi, interventi che sostengano il prezzo delle case hanno effetto limitato sulla domanda interna. 

Riassegnazioni o rassegnazione?

Il Libro verde rimane, come previsto, un pezzo di carta col colore della speranza. I tagli di spesa sono contenuti e, spesso, poco credibili. Nelle tabelle ministeriali, ad esempio, si parla di 750 milioni di risparmi derivanti da un miglioramento della gestione e manutenzione degli immobili. Di cosa si tratta e perché questi risparmi, politicamente non costosi, non sono stati fatti prima? Perché il Governo non rende pubbliche le proposte di spesa dei Ministri per mettere in luce da chi vengono le resistenze al contenimento della spesa? La voce più esoterica è comunque quella riferita ai risparmi, per quasi 2 miliardi, derivanti da “residui e riassegnazioni”. Sarebbe forse meglio parlare semplicemente di “rassegnazione” alla logica del tax push: le spese non si taglieranno mai.

 
Tabella Ministeriale
 

La Risposta del Ministro Giulio Santagata

Gentile Redazione,

ieri, sul sito lavoce.info e ripreso dal quotidiano La Repubblica, Tito Boeri e Pietro Garibaldi hanno emesso una sentenza lapidaria sul disegno di legge finanziaria appena approvato dal Governo Prodi: la loro opinione è che il 2007, dal punto di vista del risanamento finanziario, rappresenta l’anno della grande occasione sprecata. Ma ne siamo certi?

Rispetto a poco più di un anno fa le finanze pubbliche italiane sono pienamente tornate sotto controllo. Dopo quattro anni consecutivi di sforamento dei parametri europei, nel 2007 il disavanzo pubblico è finalmente rientrato sotto la soglia del 3% del PIL, su un valore (2,4%) che risulta essere il migliore risultato da sette anni a questa parte. Anche più contenuto di quanto recentemente concordato in sede europea. L’avanzo primario – il saldo di bilancio al netto della spesa per interessi – praticamente annullato dal precedente Governo, risale al 2,5% del PIL. Il debito pubblico rispetto al PIL, dopo due anni di aumenti, riprende a calare. Quest’inversione di tendenza netta è frutto di un serio e costante lavoro di contrasto all’evasione fiscale e di un rinnovato controllo sulle spese. Certo, se non avessimo restituito ai cittadini più poveri parte dell’extra gettito o se avessimo limitato le spese per investimenti, i saldi per il 2007 potevano essere ancora migliori. Nella costruzione della manovra, però, abbiamo tenuto conto di una fase congiunturale che non consigliava un intervento di finanza pubblica orientato unicamente in senso restrittivo, della necessità di sostenere i redditi più bassi e di investire sul futuro concentrando più risorse sulle infrastrutture.

Boeri e Garibaldi valutano l’andamento delle spese in relazione al forte recupero di gettito fiscale e considerano realizzata la loro previsione che «le maggiori entrate avrebbero finito per legittimare nuove spese». Dalla tabella da loro riportata (sul sito www.lavoce.info) emerge chiaramente, invece, che nel 2007, a fronte di una pressione fiscale salita di 0,8 punti (a parità di aliquote e esclusivamente grazie al recupero di evasione), le spese correnti primarie sono rimaste immutate al 39,9% del PIL. Le maggiori entrate si sono tradotte in un aumento dell’avanzo primario: proprio come ogni buon libro di economia suggerirebbe.

Facciamo un passo indietro: nella scorsa legislatura la spesa corrente primaria è cresciuta inesorabilmente anno dopo anno dal 37,3% del 2000 al 39,9% del 2005. Ridurre progressivamente e soprattutto riqualificare le nostre spese pubbliche, rendendole più rispondenti alle esigenze di lavoratori, famiglie e imprese, costituisce un obiettivo centrale del Governo. Essere riusciti a fermare una dinamica di aumento insostenibile (e quasi incontrollata) delle spese è un primo risultato importante. E anche l’intervento sui residui passivi previsto dalla finanziaria – che affronta una delle questioni centrali della capacità di spesa effettiva delle amministrazioni, sottolineata dalla presenza nel bilancio pubblico di residui passivi per decine di miliardi di euro – comporta una riduzione strutturale dei volumi di spesa.

Secondo i due economisti, «se il provvedimento a favore delle famiglie più deboli può essere desiderabile e opportuno, è ipocrita classificarlo come riduzione di tasse». E perché mai regole contabili europee sistematicamente utilizzate in altri paesi dovrebbero non essere applicate all’Italia?

Per concludere: nella nuova finanziaria vi sono misure strutturali di semplificazione e razionalizzazione sul piano fiscale (riduzione delle aliquote Ires sulla base di un modello già sperimentato anche in Germania). Un autentico esempio delle tanto invocate riforme strutturali i cui effetti positivi sullo sviluppo saranno assai più chiari ed evidenti di quanto oggi possano ritenere Boeri e Garibaldi.

Giulio Santagata

Ministro per l’Attuazione del Programma

 

La Replica degli autori al Ministro

Il Ministro Giulio Santagata, nella sua garbata lettera a difesa della Legge finanziaria e della politica fiscale dell’esecutivo trascura un elemento fondamentale alla base della nostra analisi economica: la crescita. 

Maggior crescita significa più redditi da lavoro, più profitti d'impresa e più entrate fiscali, come testimoniato dall’eccezionale recupero dell’Ires nel 2007. La crescita, comune a molti paesi europei e non specifica all’Italia, insieme agli inasprimenti fiscali della finanziaria 2007, all’efficace lotta all'evasione e al trasferimento del Tfr all’Inps (che ha trasformato miracolosamente debito in entrate dello Stato) ha generato una crescita record delle entrate. Nel 2008 la pressione fiscale toccherà il livello record del 43%.  

Il Ministro sostiene che “le finanze pubbliche sono pienamente tornate sotto controllo”. Ma secondo la ricostruzione offerta da Banca d’Italia e Istat, al netto delle poste straordinarie, il disavanzo 2006 sarebbe stato del 2,5% mentre quello del 2007 è ora stimato al 2,4 percento. Quindi il risanamento dei conti pubblici operato nel 2007 consisterebbe di un aggiustamento di appena lo 0,1 per cento. Nonostante la crescita e l’extragettito. 

Il Ministro sostiene che “nella costruzione della manovra abbiamo tenuto conto di una fase congiunturale che non consigliava un intervento di finanza pubblica unicamente in senso restrittivo”. Ma alla luce del buon andamento dell’economia nel 2006-2007, si sarebbe dovuto fare un intervento di aggiustamento. La politica fiscale deve essere espansiva quando il ciclo va male e restrittiva quando le cose vanno bene. Lo si dice in tutti i manuali di macroeconomia del mondo Aver scelto di fare l’opposto rappresenta per il Paese una grande occasione sprecata. Troviamo peraltro singolare che il Ministro definisca “restrittivo” ciò che ogni buon capofamiglia fortemente indebitato farebbe trovandosi entrate superiori al previsto, vale a dire ridurre i propri debiti.

Il nuovo Patto di stabilità correttamente impone un aggiustamento più rapido nei periodi di maggior crescita. Le fasi di crescita sono ideali per fare le riforme sulla spesa, cosa di cui non riusciamo a trovare traccia nel nuovo disegno di legge Finanziaria. Quando il ciclo economico volgerà al peggio, e ve ne sono già le avvisaglie, i tesoretti spariranno e all'Italia resteranno, come previsto, più spesa e più deficit. Un film purtroppo già visto e più volte ricordato da Banca d’Italia, Commissione Europea e Fondo Monetario Internazionale.

 
Tabella Ministeriale