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Incentivare la ricerca universitaria

di Guglielmo Weber 16.01.2003
Il 10 Dicembre 2002, i Rettori delle università italiane annunciavano le dimissioni in massa per protestare contro i tagli a Università e Ricerca .....

Il 10 Dicembre 2002, i Rettori delle università italiane annunciavano le dimissioni in massa per protestare contro i tagli a Università e Ricerca previsti nel testo della Legge Finanziaria approvato dalla Camera (si veda Montana, Il blocco delle assunzioni). Dopo poco, il Ministro Tremonti annunciava che i fondi mancanti sarebbero stati stanziati al Senato, ma lamentava (in separata sede) la cronica incapacità delle università italiane di attrarre finanziamenti comunitari in misura adeguata (1). Questi fatti hanno generato l'interesse della grande stampa: in particolare, Francesco Giavazzi sul "Corriere della Sera" (15 dicembre 2002) richiamava l'attenzione sull'andamento dei concorsi universitari, caratterizzati da troppe promozioni di candidati interni, arrivando ad invitare il Ministro dell'Economia a negare ai Rettori i fondi richiesti. Se le università coprissero una quota più alta della spesa con le tasse degli studenti, sosteneva Giavazzi, difficilmente potrebbero continuare ad offrire un prodotto didattico scadente e sarebbero costrette a rivedere le proprie scelte di reclutamento e remunerazione del personale docente.

E' difficile negare la validità delle argomentazioni di Giavazzi: l'accademia italiana è nel suo complesso incapace di produrre buona didattica (si veda Dino Rizzi). Le testimonianze in tal senso sono numerose, ed hanno di recente indotto il legislatore a rivedere l'organizzazione dei corsi universitari (la cosiddetta riforma del 3+2, voluta dal Ministro Berlinguer). Per lo stesso motivo, una parte del finanziamento ordinario dello Stato alle università (il cosiddetto "Fondo di riequilibrio") è assegnato sulla base di parametri di valutazione della didattica.

La ricerca: fanalino di coda dell'accademia all'italiana

Per la ricerca, la situazione è forse anche peggiore (come documentato ancora da Dino Rizzi). Questo non deve sorprendere: nell'attuale sistema universitario italiano (così come concepito nella legge 382 del 1980 e nelle successive riforme), la ricerca non gioca alcun ruolo. Precisiamo: la ricerca è menzionata nel testo della legge, ma relegata ad attività collaterale, svolta presso i dipartimenti. Le facoltà organizzano la didattica e decidono le chiamate , ma senza che sia previsto alcun meccanismo per cui possano beneficiare dell'attività di ricerca svolta da chi viene chiamato. Se i migliori docenti sono anche bravi ricercatori, bene, ma se non lo sono?

E' probabile che nei prossimi anni gli accademici e i politici affronteranno le problematiche attualmente al centro del dibattito. Lo faranno senza dubbio riformando il sistema dei concorsi e lo stato giuridico del personale docente, magari anche dando maggior peso ai dipartimenti nel processo di reclutamento (come auspica giustamente Tedeschi), e possiamo (vogliamo!) sperare che il nuovo sistema premi tanto la buona didattica, quanto la buona ricerca, come mai finora è stato. Nel frattempo, però, qualcosa occorre fare.

Paola Potestìo avanza su questo numero della Voce una proposta (semplice e di applicazione immediata) sul meccanismo della conferma in ruolo, che potrà limitare i danni del nuovo sistema concorsuale in almeno alcuni dei casi più eclatanti di promozioni immeritate.

Occorre una razionalizzazione dei finanziamenti alle università

Per quanto riguarda invece la ricerca, la proposta che avanzo ai Ministri Tremonti e Moratti è altrettanto semplice: distribuiscano una parte del finanziamento MIUR (Ministero Istruzione, Università e Ricerca) alle università (magari proprio quella parte aggiuntiva ottenuta infine dai Rettori) in proporzione ai fondi di ricerca ottenuti dalle università stesse presso organismi che utilizzano metodi rigorosi di valutazione dei progetti, quali ad esempio l'Unione Europea (2). Questo finanziamento non dovrebbe essere vincolato a spese per la ricerca, al contrario! L'ideale sarebbe che gli atenei dovessero trasferirne buona parte alle facoltà di appartenenza dei coordinatori dei progetti. Le facoltà potrebbero così spendere questi fondi per pagare supplenze, per acquistare mobili, arredi, computer per il personale e per gli studenti, ovvero anche per reclutare nuovi docenti e ricercatori. In questo modo tutti (studenti, docenti, personale) beneficerebbero dalla presenza di ricercatori validi in facoltà.

Sarà probabilmente necessario introdurre qualche correttivo per area di ricerca (per non favorire troppo le facoltà scientifiche, caratterizzate da spese elevate per attrezzature, o comunque quelle aree favorite dalle scelte degli organismi finanziatori in tema di ricerca). Ma un meccanismo semplice e trasparente così fatto potrebbe costituire un incentivo concreto per i consigli di facoltà a chiamare buoni ricercatori. Sappiamo dall'esperienza delle chiamate "fuori regione", il cui fondo è stato usato per intero, che le facoltà rispondono bene agli incentivi.

Questa mia proposta è forse di modesta portata (non cambierà radicalmente il quadro dell'allocazione delle risorse alle varie università, almeno nel breve termine), ma può essere attuata in tempi brevi e va nella direzione di introdurre incentivi alla ricerca che attualmente mancano. La speranza è inoltre che induca le università ad accedere maggiormente ai finanziamenti comunitari e che essi possano essere in seguito usati come misura per valutare la capacità di risposta dell'università italiana a incentivi di questa natura.

 

(1): L'Italia contribuisce finanziariamente alla ricerca europea più di quanto non riceva.

(2): Anche i fondi ottenuti a finanziamento dei PRIN, Progetti di Rilevante Interesse Nazionale, potrebbero essere considerati.