
Quello che colpisce di più del dibattito pubblico sulla ricerca e sull’università in Italia, e per certi versi anche a livello Europeo, è il continuo confronto con un modello americano di ricerca che non esiste: una ricerca di eccellenza, finanziata dai privati, e portata avanti da ricercatori eccezionali. Un mito che nasce da una mancanza di informazioni essenziali e che ostacola lo sviluppo di un sano dibattito sulla costruzione di un modello italiano (o europeo) di ricerca. Questo intervento discute tre miti relativi alle ricerca in America, che se sfatati magari posso incentivare discussioni più meditate e comprensive.
Primo mito: la ricerca è essenzialmente finanziata da privati
Falso. La maggior parte dei fondi di ricerca sono pubblici. Nell’anno 2005 (Tabella 1), la spesa di ricerca universitaria ammontava a circa 45 miliardi di dollari, ed il governo federale contribuiva con circa 29 miliardi (64%), mentre il governo statale apportava altri 3 miliardi. Le imprese coprivano solo il 5% delle spese di ricerca. Il resto era coperto dalle Università stesse (fondi propri) e da Non-profit di vario tipo. Le imprese non contribuiva neanche a coprire i costi della ricerca applicata (il 25% del totale). Dai primi anni 80 ad oggi, i finanziamenti alla ricerca del settore privato sono effettivamente cresciuti ma comunque non coprono che il 5% del totale. Dal 2000 al 2005, al contrario, il governo federale ha aumentato i fondi di ricerca del 66% (da 17 a 29 miliardi di dollari).
TABELLA 1. Spese di R&S in Scienza ed Ingegneria nelle Università degli Stati Uniti: 2000–05 (Milioni di dollari) | ||||||
Fonti di finanziamento e tipo di ricerca | 2000 | 2001 | 2002 | 2003 | 2004 | 2005 |
Totale | 30,070 | 32,805 | 36,385 | 40,075 | 43,229 | 45,750 |
Fonti di finanziamento | ||||||
Governo Federale | 17,536 | 19,229 | 21,857 | 24,750 | 27,620 | 29,167 |
Stato e governi locali | 2,200 | 2,320 | 2,505 | 2,645 | 2,877 | 2,940 |
Industria | 2,156 | 2,218 | 2,191 | 2,162 | 2,129 | 2,292 |
Fondi propri dell’Istituzione | 5,924 | 6,613 | 7,131 | 7,661 | 7,751 | 8,258 |
Altre fonti | 2,254 | 2,425 | 2,700 | 2,857 | 2,852 | 3,093 |
Tipo di ricerca | ||||||
Ricerca di base | 22,454 | 24,382 | 27,304 | 29,986 | 32,515 | 34,384 |
Ricerca applicata | 7,616 | 8,423 | 9,081 | 10,088 | 10,714 | 11,367 |
FONTE: National Science Foundation, Division of Science Resources Statistics. 2007. Academic Research and Development Expenditures: Fiscal Year 2005, Survey of Research and Development Expenditures at Universities and Colleges, FY 2005. NSF 07-318. Ronda Britt, project officer. Arlington, VA. | ||||||
Al di là dei dati aggregati, tutti i grandi breakthrough scientifici e tecnologici della ricerca americana sono stati finanziati con denaro pubblico. Un rapporto del
National Research Council pubblicato nel 1999 conclude che il finanziamento federale ha reso possibili non solo i primi sviluppi dell’informatica, ma anche gli sviluppi più recenti come l’intelligenza artificiale, la realtà virtuale e, ovviamente, Internet. Il governo federale ha anche finanziato la mappatura del genoma umano, la ricerca sul nucleare, la ricerca sul riscaldamento globale del pianeta. Quando il governo federale non interviene, spesso il governo statale cerca di coprire i costi di ricerca (vedi la ricerca sulle cellule staminali per la quale lo stato di Massachussets ha di recente stanziato oltre un miliardo di dollari (lo stato del Massachussets ha circa 7 milioni di abitanti: meno della nostra Lombardia!).Secondo mito: la ricerca è essenzialmente ricerca di eccellenza.
Falso. Certamente la ricerca di base è quella di cui tutti parlano, per cui gli stranieri espatriano in America, e per cui i ricercatori americani vincono Premi Nobel. Nel periodo 1901-2002, 270 ricercatori americani hanno vinto il
Premio Nobel—un numero che è superiore alla somma (256) dei vincitori dei quattro paesi che seguono. Tuttavia, se si guarda la distribuzione dei Premi Nobel per capita, gli Stati Uniti sono solo undicesimi. In realtà il mondo della ricerca negli Stati Uniti è estremamente ramificato, ed include anche piccole università che spesso si occupano di ricerche importanti solo a livello locale. Senza di loro le università maggiori (che poi sono una minoranza) non potrebbero concentrare i loro sforzi sulla ricerca di base, per sua natura molto rischiosa e senza applicazioni immediate.Terzo mito: avere ricercatori eccezionali è sufficiente.
Falso. La ricerca non vive solo di menti ed intuizioni. Esiste una società che la supporta in vario modo. Per esempio, i politici sono spesso in grado di capire ed apprezzare il valore politico ed economico che la ricerca porta con sé, e quindi si fanno promotori di iniziative spesso aliene ai politici europei. Un modo piuttosto semplice di favorire la ricerca è di avere leggi che garantiscano benefici fiscali all’instituzioni che fanno ricerca ed quelle che sovvenzionano la ricerca: così le università pubbliche e private sono generalmente esenti dal pagare le tasse sulla proprietà e sui redditi, e, fin dal 1981, le imprese che investono in ricerca posso ottenere una detrazione fiscale corrispondente a parte degli investimenti in ricerca e sviluppo (1).
In conclusione, è troppo facile rinunciare a costruire le premesse per fare ricerca in Italia nascondendosi dietro all’idea che gli americani producono una ricerca migliore perché sono i migliori e che l’Italia (o l’Europa) non potrà mai avere le stesse aspirazioni. Questo é falso. Tuttavia, é vero che per costruire le premesse per una ricerca seria sono necessari fondi pubblici, ed una classe politica attenta. Semplice no?
(1) Si vedano, a livello federale, ad esempio, U.S. Code,
Credit for increasing research activities, 26 U.S.C. 41 (credito fiscale per ricerca e sperimentazione); U.S. Code, Clinical testing expenses for certain drugs for rare diseases or conditions, 26 U.S.C. 45C (credito per farmaci orfani); Tax Relief and Health Care Act of 2006, Public Law No: 109-432, (benefici fiscali per ricerca e sviluppo).Voglio ringraziare per i commenti, tutti interessanti e spesso elogiativi del nostro contributo. I contributi su lavoce.info non eccedono le 1000 parole, e quindi potete immaginare come non ci sia stato possibile discutere tutto ciò che si doveva trattare sul tema. La ricerca in Italia è un tema che divide fortemente perché, come durante le partite della nazionale di calcio, tutti sono un po’ degli allenatori con la loro ricetta.
In questa replica voglio sottolineare le due idee di fondo del contributo, piuttosto che rispondere ai commenti. Fabrizio scriverà sul tema della spesa militare. Inoltre, in un contributo in futuro, tratteremo il tema della meritocrazia e della selezione (sollevato da GmB e Giuio Ariemma). Era inizialmente incluso nel primo contributo, ma necessita di una trattazione autonoma. Voglio fare solo un breve commento sul punto sollevato da Maurilio Milone sui finanziamenti privati. È vero che le università americane ricevono molte donazioni (la mia università per esempio sorge su 400 acri donati negli anni ’60 dal fondatore della Tupperware). È però vero che negli States la propensità alla filantropia sia molto più elevata che non in Europa (come notato da Tocqueville due secoli fa). Ciò non toglie che la ricerca di base non sia finanziata dai privati (un contributo dettagliato su come e perché i privati finanzino le università americane è necessario).
Le due idee di fondo sono le seguenti. Primo, nessun sistema è perfetto. Anche il sistema americano è imperfetto. Ne consegue che il fatto che in Italia (ed in Europa) il sistema non sia perfetto, non preclude la possibilità di ambire a migliorarlo ed a renderlo competitivo.
Il secondo punto è che l’ostacolo più grande alla riforma della ricerca è culturale e non economico (vedi il commenti di Bruno). Il termine "cultura" va intenso in senso sociologico, ovvero come espressione dei valori, norme ed aspirazioni di una certa comunità. Dire che la barriera al miglioramento della ricerca in Italia è culturale, significa dire che (1) la ricerca viene valutata poco collettivamente; (2) le norme formali (leggi) sono inadeguate e le normi informali (per esempio le raccomandazioni ed i fatti suggeriti dal commento di Valentina Raimondo) sono un bavaglio allo sviluppo; ed infine (3) l’Italia non aspira collettivamente ad avere una ricerca di eccellenza. In Italia, ci sono ovviamente eccezioni, che però sono micro-realtà od individui che operano in un ambiente culturale avverso. E pensare che i fondi per la ricerca ci sarebbero in Italia. Questo non capita negli Stati Uniti, da cui c’è molto da imparare per quanto riguarda il valore assegnato alla "cultura" scientifica (vedi il commento di Federico).
Nei commenti, alcuni hanno proposto dei cambiamenti normativi. Nel 2006-07, c’è stato un fiorire di proposte in questo settore. Penso che siano benvenute, e che vadano esaminate criticamente ed sostenute se meritevoli. Tuttavia, cambiare le norme serve a poco se la cultura non cambia. Sembra un po’ di leggere le pagine de "Il Gattopardo" di Tommasi di Lampendusa, che descrive un modo in cui tutto cambiava per poi restare invariato. Anche io ho le mie proposte. Ritengo però che, prima di cambiare il contesto normativo, sia necessario riflettere criticamente e senza apologie sullo stato della cultura scientifica in Italia, e chiedersi che posizione debba occupare la ricerca nell’immaginario culturale dell’Italia: prima o dopo Vallettopoli?