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Una defiscalizzazione costosa e aleatoria*

di Olivier Blanchard , Pierre Cahuc e André Zylberberg 30.07.2007
La Francia non utilizza efficacemente le sue risorse di mano d’opera. La scelta delle 35 ore di lavoro settimanale ha arrecato danni al paese, strangolando le attività. Ma la legge appena varata sulla soppressione degli oneri fiscali e dell’imposta sul reddito delle ore straordinarie non è una soluzione efficace: giocherà a sfavore delle nuove assunzioni; e rischia di costare più del previsto perché molte aziende dichiareranno ore straordinarie fittizie per beneficiare dell’assenza di prelievi. Una scelta del genere dovrebbe prima essere sperimentata su alcuni settori.

La Francia non riesce a mobilitare in modo efficace le sue risorse di mano dopera. Non lavorano in molti e quelli che lavorano lo fanno poco. Il reddito di un paese, come si sa, dipende dalla quantità di lavoro prodotto. Per andare al nocciolo: i Francesi guadagnano il 30% per cento in meno degli Americani, perchè lavorano il 30% in meno.
Guadagnare meno non significa per forza di cose essere meno felici. Secondo un sondaggio della CSA, realizzato nel dicembre 2006, molti francesi mettono al primo posto il tempo libero e non il lavoro
 : almeno il 57% preferisce « guadagnare meno, ma avere più tempo libero ». Dal medesimo sondaggio risulta anche però che il 40% delle persone intervistate preferisce « guadagnare di più e avere meno tempo libero ». La sfida che la nostra legislazione del lavoro deve affrontare consiste quindi nel riuscire ad adattarsi a tale diversità di opinioni.
Sono trent
anni che il nostro paese vive sul mito della «divisione del lavoro », il che ha profondamente influenzato la nostra legislazione. Oggigiorno possiamo esaminare, con sufficiente distacco e grazie a numerosi studi, le conseguenze della riduzione dellorario di lavoro. Le conclusioni vertono in ununica direzione: la riduzione delle ore lavorate non crea nuovi posti di lavoro. Strangola solo lattività. Se la legge Aubry ha effettivamente creato posti di lavoro è solo grazie alla diminuzione degli oneri, che ha permesso di ridurre il costo del lavoro, e grazie alla razionalizzazione dellorganizzazione del lavoro. Ma, nel complesso, limpatto della sola riduzione del tempo lavorativo sul numero di nuovi posti di lavoro è stato assolutamente marginale.
Per permettere di guadagnare di più a coloro che vogliono lavorare di più, bisogna risolutamente chiudere col mito della divisione del lavoro. E
il cammino intrapreso dai nuovi dirigenti che intendono « valorizzare il lavoro ». Per riuscirci, il parlamento ha appena votato la soppressione degli oneri fiscali e dellimposta sul reddito delle ore straordinarie. Tale proposta si basa sullidea che non sia conveniente metter mano alla durata legale del lavoro, che resterebbe quindi di 35 ore settimanali. Le ore straordinarie diventano, a tal punto, un effettivo strumento privilegiato per aumentare le ore lavorate e, conseguentemente, il reddito di coloro che lavorano di più. I provvedimenti adottati consistono nellabbassare, per il datore di lavoro, il costo orario degli straordinari e nellaumentare il guadagno del lavoratore che li pratica, il che dovrebbe, a rigor di logica, spingere verso un incremento degli straordinari. Nella pratica, questo seducente meccanismo rischia di deragliare, per due ragioni.

Una scelta rischiosa e controproducente

Coloro che si accolleranno straordinari vedranno effettivamente crescere i loro redditi. Tuttavia l
aumento degli straordinari rischia di giocare a sfavore di nuove assunzioni. Bisognerà inoltre finanziare la perdita di introiti, causata dalla detassazione del lavoro straordinario. E tali prelievi peseranno per forza di cose sui redditi di determinate categorie della popolazione. A conti fatti, risultano aleatori gli effetti sulloccupazione e sullinsieme dei redditi.
La detassazione degli straordinari comporta un altro grosso difetto
 : rischia di costare molto più dei 5 miliardi di euro inizialmente previsti, perché datori di lavoro e salariati avranno tutto linteresse a dichiarare ore straordinarie fittizie, per beneficiare dellassenza di prelievi. Basterà che essi dichiarino che incentivi e bonus, versati attualmente per premiare un maggior rendimento lavorativo, retribuiscono invece gli straordinari. Potranno anche aumentare i salari mensili, dichiarando ore straordinarie inesistenti, oppure incrementando le paghe orarie. Tali scappatoie, assolutamente inverificabili da parte dellamministrazione a meno di piazzare un ispettore del lavoro dietro ogni salariato aumentano la spesa pubblica senza provocare i benefici ipotizzati.
Riassumendo, è quantomeno complesso e imprevedibile pronosticare gli effetti della defiscalizzazione degli oneri sociali. Le sottigliezze legali e le difficoltà di realizzazione rischiano di provocare una catena di effetti disastrosi. Si sarebbe dovuto applicare il principio della sperimentazione, caro a Tony Blair. Come del resto bisognerebbe applicarlo a molte future riforme. Prima di spendere parecchi miliardi di euro, sarebbe stato opportuno sperimentare, su un campione ridotto, la defiscalizzazione degli straordinari. Per esempio, applicandola in alcuni settori in cui vi è difficoltà di reperire mano d
opera, come il settore alberghiero, quello della ristorazione o quello delledilizia. Se avesse avuto successo, sarebbe stato facile generalizzarla. Se, invece, avesse creato troppi problemi, sarebbe stato facile modificarla o abbandonarla. Ma, al punto in cui siamo, ancora una volta un eccesso di ideologia ha soppiantato il pragmatismo e la riflessione, al prezzo di alcuni miliardi di euro.

* traduzione di Daniela Crocco