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Un Dpef di fine legislatura *

di Tito Boeri e Pietro Garibaldi 29.06.2007
Il governo ha approvato un Dpef di "breve respiro e di breve periodo", molto attento agli interessi politici immediati e poco agli interessi di finanza pubblica, e del paese, di medio periodo. Insomma un Dpef di fine legislatura. Per vari motivi. Delinea un percorso di finanza pubblica "peggiore" di quello che avevamo di fronte prima della tre giorni di "fiera della spesa". Rimanda l'aggiustamento necessario a raggiungere il pareggio di bilancio interamente al 2009 e al 2010. Invece di sfruttare il ciclo economico positivo, si decide di prendere tempo. Offre un pessimo segnale per la trattativa sulle pensioni.

Il governo ha approvato un Dpef di breve respiro e di breve periodo, molto attento agli interessi politici immediati e poco attento agli interessi di finanza pubblica, e del paese, di medio periodo. Insomma un Dpef di fine legislatura. Per vari motivi. Primo, il Dpef 2008-2012 delinea un percorso di finanza pubblica "peggiore" di quello che il paese aveva di fronte lunedì scorso, prima della tre giorni di "fiera della spesa" che si è tenuta a Palazzo Chigi. Secondo, il Dpef rimanda l’aggiustamento di finanza pubblica necessario a raggiungere il pareggio di bilancio interamente al 2009 e al 2010. Una scomoda eredità per chiunque governerà fra tre anni. Terzo, invece di sfruttare il ciclo economico positivo, si decide di prendere tempo. Quarto, offre un pessimo segnale per la trattativa sulle pensioni sulla quale il governo si trova ora ad avere le armi spuntate. Mentre la vera lezione da trarre è che le riforme rinviate nel tempo, anche quando scolpite su una legge già approvata, poi non vengono attuate.

Un business plan. Per i posteri

Poche settimane fa, durante il tormentone primaverile sulla destinazione "tesoretto", avevamo suggerito al ministero dell’Economia una semplice strategia di politica economica: per ogni euro speso oltre i 2,5 miliardi annunciati, il Dpef avrebbe dovuto aumentare di un euro l’intervento correttivo nel 2008. Il ministro ha fatto esattamente l’opposto. Ha deciso di spendere 6,5 miliardi di euro invece dei 2,5 miliardi più volte annunciati e ha simultaneamente deciso di eliminare completamente ogni aggiustamento per il 2008. Questo significa che l’aggiustamento previsto per la Finanziaria 2008 sarà pari a zero, mentre il deficit per il 2008 sarà rivisto al rialzo al 2,2 per cento. Per la prima volta dopo tanti anni, gli obiettivi sono peggiori del tendenziale (del quadro a legislazione vigente). La strada verso il raggiungimento del pareggio di bilancio è comodamente rimandata al 2009 e agli anni successivi.
L’idea del Dpef dovrebbe essere quella di presentare un business plan pluriennale. In quest’ottica, l’obiettivo fondamentale di lungo periodo del paese, più volte annunciato dal governo con grande enfasi, è il pareggio di bilancio nel 2011. Il messaggio che si evince dal Dpef è chiaro. Il pareggio di bilancio potrà essere raggiunto con un aggiustamento fatto interamente da chi governerà nel 2009 e nel 2010. Non sorprendono perciò le "forti preoccupazioni" espresse dal commissario UE Almunia, che giudica il piano "non in linea con gli orientamenti dell'Eurogruppo" pur senza avere ancora letto in dettaglio il documento. Quando lo farà, si accorgerà che l'aggiustamento al netto del ciclo e delle una tantum è pari solo allo 0.2 invece dello 0.5 previsto dal Patto di Stabilità (tabella III.12).
Dopo tre giorni di trattative estenuanti a Palazzo Chigi, il governo ha approvato un decreto di spese pari a 6,5 miliardi di euro. E a questi andranno aggiunti i costi relativi all’annunciato e non ancora approvato "ammorbidimento" dello scalone. Il Dpef assume, infatti, che la riforma Maroni non sia cancellata e che eventuali passaggi da "scaloni" a "scalini" siano interamente finanziati. Con nuove tasse? Il quesito è legittimo perché sin qui di tagli alla spesa non c'è traccia alcuna.

Cosa c'è nel decreto

Ma vediamo come sono stati spesi questi 6,5 miliardi. Il governo ha indicato tre destinazioni: 2,3 miliardi per interventi "sociali", 2,3 per infrastrutture e sgravi fiscali legati al lavoro e il resto nei più disparati interventi di spesa, tra cui spiccano 700 milioni per le spese dei ministeri.
Sia chiaro, alcuni di questi interventi sono opportuni, anche se quasi sempre estemporanei e non inseriti in un chiaro disegno riformatore. È il caso dei finanziamenti ai sussidi ordinari di disoccupazione. Il nostro paese ha bisogno di una maggiore copertura contro il rischio di disoccupazione per i lavoratori delle piccole imprese e che hanno brevi carriere lavorative, ma questo obiettivo si può ottenere a costo quasi zero attraverso un riordino della "selva" degli ammortizzatori, oggi troppo sbilanciati verso i lavoratori agricoli e gli occupati della grande industria. Il governo, invece, ha destinato 600 milioni agli ammortizzatori senza riformare alcuno degli istituti esistenti.
Siamo contrari agli interventi all'introduzione di nuovi oneri figurativi per i lavoratori precari. La riforma del mercato del lavoro, e il futuro previdenziale e lavorativo dei lavoratori "duali", sono tra le questioni che più ci stanno a cuore, e abbiamo in passato proposto di introdurre un contratto unico verso la stabilità a costo zero per lo Stato convinti come siamo che il dualismo sia un problema del mercato del lavoro, non del nostro sistema pensionistico. Nell’interesse del paese, il sistema previdenziale deve mantenere una stretta logica contributiva, in cui il valore delle prestazione future è strettamente proporzionale ai contributi effettivamente versati. Questa logica viene meno nel decreto del Governo.
Desta molti dubbi anche l'idea di incentivare, con riduzioni dei contributi sociali, il lavoro straordinario. Non è un intervento prioritario in un paese il cui problema centrale è quello di avere poche persone che lavorano, piuttosto che persone che lavorano troppo poco in termini di orario. Gli incentivi alla contrattazione di secondo livello sono di difficile attuazione, si prestano ad abusi e rendono ancora meno trasparente la busta paga.

Un pessimo segnale

Preoccupa soprattutto il segnale dato dal banchetto di questi giorni.
Il ministro ci aveva promesso "riforme vere" e non selvaggi "tagli" di spesa. Tra Dpef e decreto fiscale non si vedono né le riforme, né i tagli, ma solo la vecchia logica della spesa pubblica "sospinta dalle tasse" (tax push): quando le entrate aumentano, la spesa pubblica finisce sempre per aumentare. Per le riforme c’è sempre tempo. Dopo, quindi mai. Perché la semplice lezione che viene dal mancato aggiornamento dei coefficienti di trasformazione (previsto da una legge del 1996) e dallo smantellamento dello scalone (previsto da una legge del 2004) è che anche quando le riforme sono scolpite su di una legge già approvata, poi non vengono fatte. Questione di incoerenza temporale. Se così stanno le cose, meglio smettere di inserire nelle leggi provvedimenti con attuazione differita. Sono pura ipocrisia. E un Dpef che rinvia l'aggiustamento ai posteri, potrebbe davvero essere di poche pagine. Molte meno di 172.

* Testo in inglese disponibile su www.voxeu.org.

La risposta audio di Tito Boeri ai commenti dei lettori