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Mutui e capri espiatori

di Fabrizio Ghisellini 21.06.2007
Gli italiani sono riluttanti a indebitarsi a lungo temine. E chi contrae un mutuo per la casa in Italia lo fa nella maggior parte dei casi a tasso variabile. Perché lo si crede più conveniente. Raramente però ci si informa sulla dinamica dei tassi, salvo poi lamentarsi e stupirsi quando la Bce li rialza. Finora, poi il mutuatario era incatenato per sempre alle condizioni di tasso iniziali, e ciò rendeva esiziale qualsiasi errore di scelta. Ora con i decreti Bersani e il recente accordo tra Abi e consumatori la situazione può cambiare.

Negli ultimi quindici mesi i tassi ufficiali dell’area euro sono aumentati di un punto percentuale. E ogni volta che la Bce è intervenuta sono arrivati puntuali e immediati anatemi da politici, industriali e difensori dei consumatori. In genere, la Banca centrale è stata accusata di attentare alla crescita o all’equilibrio finanziario di Stato, imprese e famiglie.

Fisso o variabile?

Quello che è più interessante è peraltro che nelle dichiarazioni dei critici le decisioni di Francoforte sono state spesso dipinte come fulmini a ciel sereno, che non erano facili da pronosticare. Naturalmente, l’informazione, almeno qualitativa, su quello che sarebbe successo era invece disponibile attraverso la dinamica dei tassi d’interesse e della forma della curva. Ma, questo tipo di informazione non arriva ai cittadini, in Italia in particolare, che sono quindi spesso portati a effettuare scelte finanziarie poco consapevoli.
La disinformazione finanziaria è poi eclatante nel settore dei mutui-casa, con risultati spesso paradossali.
Vi è in primis una peculiare riluttanza a indebitarsi a lungo termine. Quella che per tutti i debitori corporate rappresenta una meta strategica - la possibilità di spalmare su un periodo più lungo possibile gli oneri finanziari -, genera nel mutuatario italiano un istintivo rigetto, probabilmente dovuto al fatto che solo di recente il ricorso al debito ha iniziato a essere considerato uno strumento di finanziamento personale. Si ricorre all’indebitamento a lungo e lunghissimo termine solo quando la capacità reddituale della famiglia e i suoi risparmi non consentono scelte alternative. (1)
Nella scelta fra tasso fisso e tasso variabile si oscilla poi inconsapevolmente tra una sottovalutazione a breve termine del rischio di tasso e una sua sopravvalutazione per quanto riguarda il lungo termine.
Iniziamo da quest’ultimo aspetto. Nel decidere se contrarre un mutuo a tasso variabile, una preoccupazione tipica del mutuatario riguarda l’imprevedibilità dell’evoluzione dei tassi nel lungo termine. La preoccupazione sarebbe naturalmente giustificata ove il mutuo prevedesse il rimborso del capitale in un’unica soluzione a scadenza. Lo è ovviamente molto meno se si considera che ai tassi attuali metà del capitale di un mutuo a trenta anni è rimborsata già dopo venti anni.
Con un approccio piuttosto miope, tali timori vengono comunque superati e ci si indebita a tasso variabile quando la curva è ripida e inclinata positivamente: dato che i tassi a breve sono più bassi, il mutuo a tasso variabile "è più conveniente". Forse non per caso, l’Italia è uno dei paesi europei in cui la preferenza per questo tipo di mutuo è più spiccata: da noi, i mutui a tasso fisso rappresentano circa un quarto del totale, mentre in Francia e Germania sono circa il 75 per cento.
Peccato che proprio l’accentuata ripidità della curva non faccia altro che riflettere aspettative di tassi a breve rapidamente e significativamente crescenti. In equilibrio (cioè quando le aspettative si realizzano), indebitarsi/investire a tasso variabile o fisso deve infatti risultare indifferente. Per questo motivo, i rialzi dei tassi ufficiali da parte della Bce, che erano più o meno precisamente "scontati" nella curva, non avrebbero dovuto essere considerati come inaspettati o ingiustificati da parte di chi, indebitandosi a tasso variabile, ha usufruito in precedenza di tassi più bassi.
Nel grafico che segue si confronta l’evoluzione effettiva dell’Euribor negli ultimi quattro anni con i valori futuri dell’Euribor impliciti nella curva del 6 giugno 2004. Chi in questa data avesse acceso un mutuo a tasso fisso avrebbe pagato "troppo" (nel tasso fisso di tre anni fa erano incorporati per gli anni seguenti valori dell’Euribor maggiori di quelli realizzatisi). Il discorso opposto vale per chi avesse scelto il tasso variabile: pagherebbe ora, dopo il rialzo della Bce, esattamente il tasso che si poteva attendere all’epoca, ma avrebbe "risparmiato" circa lo 0,8 per cento nel primo anno e circa lo 0,5 per cento nel secondo.
Nonostante ciò, in un contesto italiano che non brilla per trasparenza e correttezza dell’informazione, vi sono state associazioni dei consumatori che nei giorni scorsi hanno accusato la Bce di mettere migliaia di famiglie italiane a rischio insolvenza e di rendere insostenibili i loro bilanci.

Pochi rischi di insolvenza

Il sistema bancario italiano è peraltro ben protetto da eventuali casi di insolvenza in ragione degli standard estremamente restrittivi applicati dalle banche per l’accesso ai mutui. Da un lato, così come avviene nel resto d’Europa, l’ammontare del mutuo concedibile è tale che il rapporto rata/reddito non possa in media superare una determinata soglia: l’estremamente prudenziale 33 per cento. Dall’altro, il rapporto fra ammontare del mutuo e valore dell’immobile, il cosiddetto loan-to-value, è in media al 55 per cento, ben al di sotto del valore medio dell’area euro, che è il 70 per cento. Anche se negli ultimi anni entrambi gli standard sono diventati meno restrittivi, lo stock di mutui in essere rimane comunque ben presidiato.
La preferenza dei mutuatari italiani per il tasso variabile è peraltro determinata anche da anomalie di costo. Come ha rilevato qualche giorno fa Giovanni Carosio della Banca d’Italia, il differenziale fra il costo dei mutui a tasso fisso e quelli a tasso variabile, "è stato nel 2006 di 80 punti base, a fronte dei 30 registrati, in media, nell'area dell'euro".
L’anomalia ha origini diverse. Un fattore è senz’altro nella differenza "genetica" dei mutui-casa italiani a tasso fisso. In molti paesi esteri si paga sì a tasso fisso, ma i tassi di riferimento sono quelli di medio termine perché dopo pochi anni il tasso può essere rinegoziato o trasformato in variabile. In Italia, si utilizzano i tassi a lungo termine, perché storicamente i mutui non sono rinegoziabili, se non dietro pagamento di una proibitiva penale. Finora, il mutuatario era così incatenato per sempre alle condizioni di tasso iniziali, e ciò rendeva esiziale qualsiasi errore di scelta. Con i decreti Bersani e il recente accordo tra Abi e consumatori, che hanno ridotto le penali anche sul tasso fisso, la situazione esistenziale del mutuatario italiano può diventare meno drammatica. E in un contesto più flessibile, chissà che anche alla Bce non possano essere risparmiate le (ingiustificate) invettive del popolo dei mutui.

(1) Anche il recente sviluppo del credito al consumo va interpretato come il prodotto di una situazione nella quale non vi è altra possibilità di soddisfare standard di vita a cui non si intende, almeno per il momento, rinunciare.