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Quel che Sarkozy può fare per la Bce*

di Francesco Giavazzi 21.06.2007
Il presidente francese ha ripetutamente criticato la Banca centrale europea durante la campagna elettorale: l'intuizione era giusta, ma sbagliato il bersaglio. Il problema è la mancanza di trasparenza della Bce, non le sue decisioni sui tassi di interesse. La trasparenza è alla base di quell'indipendenza ormai ritenuta indispensabile per attuare una buona politica monetaria, come hanno capito in molti paesi. Sarkozy dovrebbe usare la sua influenza per costringere la Bce a seguire quegli esempi. Si prenderebbe così anche una sottile vendetta.

Durante la campagna elettorale, Nicolas Sarkozy ha ripetutamente criticato la Banca centrale europea. Da quando è divenuto presidente non ne ha più parlato, ma resta chiaramente scettico nei confronti dell’istituto di Francoforte. Come in molti altri casi, l’intuizione di Sarkozy è giusta, ma mira al bersaglio sbagliato. Quello che non funziona dentro la Bce è la mancanza di trasparenza, non le sue decisioni sui tassi di interesse.

Le responsabilità della Bce

È sbagliato sostenere che la Bce è l’ostacolo alla crescita e alla creazione di posti di lavoro in Europa. Nei venti anni precedenti all’entrata in vigore della moneta unica, l’economia statunitense ha creato 32 milioni di nuovi posti di lavoro, mentre i paesi dell’area euro - una regione che ha pressappoco la stessa grandezza economica – ne hanno creato appena la metà. Da quando l’euro è stato introdotto, il numero dei posti di lavoro creati in Europa e negli Stati Uniti è identico, circa 18 milioni. È nella crescita della produttività che l’Europa è rimasta indietro rispetto agli Stati Uniti, ma non c’è nulla che la Bce possa fare per accelerarla.
Sarkozy potrebbe dare un grande contributo a migliorare la politica monetaria in Europa, indirizzando le sue critiche verso il giusto bersaglio: la mancanza di trasparenza della Banca.
È ormai chiaro a tutti che una buona politica monetaria richiede la delega del potere di fissare i tassi di interesse a una banca centrale indipendente, ma una democrazia può accettare una tale delega solo se la banca centrale è pienamente responsabile delle sue azioni, vale a dire se le sue decisioni possono essere vagliate ex-post dal Parlamento, dal grande pubblico, dalla stampa, dal mondo accademico. Questo perché la trasparenza della banca centrale è la base per la sua indipendenza.
Diventa però impossibile esaminare attentamente l’operato di una banca centrale che non rivela mai per intero le sue analisi e il processo attraverso il quale prende le sue decisioni. Una banca centrale che non è mai del tutto trasparente non può essere considerata pienamente responsabile e in una società democratica prima o poi perderà anche la sua indipendenza. I membri del board della Bce potrebbero riferire al Parlamento europeo ogni settimana, invece che quattro volte all’anno, ma questo non li renderebbe più responsabili delle loro azioni se le analisi e il processo decisionale della Banca continuano a rimanere riservati.

Buoni e cattivi esempi

Le banche centrali di maggior successo nel mondo hanno capito l’importante legame che esiste tra trasparenza e indipendenza e sono diventate vere e proprie case di vetro. I dati presentati al comitato che ha la responsabilità di fissare i tassi di interesse sono disponibili sui siti internet. Le previsioni sono chiaramente spiegate nei "Rapporti sull’inflazione" e il comitato se ne assume la piena responsabilità, facendole proprie. Inoltre poiché è impossibile stabilire un appropriato livello del tasso di interesse di oggi senza avere una visione dell’evoluzione che il tasso di riferimento potrebbe avere in futuro, il comitato pubblica anche le sue aspettative su tale evoluzione. Le opinioni diverse da quelle deliberate dal comitato – e le divergenze sono il segnale di un dibattito sano – vengono chiaramente spiegate nei verbali delle riunioni. Le decisioni vengono sempre prese con un voto e il voto di ogni membro del comitato è reso pubblico, riducendo in questo modo il rischio che le pressioni reciproche impediscano ai singoli membri di esprimere il proprio dissenso. La Riksbank, la Banca d’Inghilterra, le banche centrali di Canada, Norvegia e Nuova Zelanda e molte altre adottano questo sistema e si sforzano costantemente di migliorare la loro trasparenza. La pubblicazione delle previsioni sul tasso d’interesse è l’ultimo passo in questa ricerca di trasparenza. La Riksbank e la Banca di Norvegia già lo fanno. Alla Banca d’Inghilterra, che ancora non le pubblica, è in corso un dibattito aperto e animato sull’opportunità di prendere questa strada.
La Bce è lontana anni luce da tutto ciò. Il Consiglio direttivo, il comitato che fissa i tassi di interesse, non si assume alcuna responsabilità sulle previsioni diffuse dallo staff della Banca stessa. Se queste si rivelano ripetutamente sbagliate, i membri del Consiglio non ne sono responsabili; possono semplicemente limitarsi a darne la colpa allo staff.
Le deliberazioni del Consiglio direttivo sono segrete. Non sappiamo mai se una votazione è avvenuta, tanto meno come ha votato ogni singolo membro del Consiglio. Nessuno sa se sono stati discussi differenti punti di vista o quali argomenti sono stati presentati a favore o contro una decisione. Tuttavia, visto che le voci oltrepassano con una certa frequenza gli spessi muri della Bce, sappiamo che nell’ultimo anno all’interno del Consiglio si sono affrontati due gruppi. Uno favorevole a un innalzamento relativamente veloce dei tassi di interesse, un altro favorevole a un rialzo graduale. Ha prevalso il gradualismo, ma quali sono state le argomentazioni a favore o contro questa scelta? Senza conoscerle è impossibile stabilire se la linea che ha prevalso sia quella giusta.
Jean Claude Trichet, il presidente della Banca, ha preso l’abitudine di preannunciare una variazione del tasso di interesse un mese prima della deliberazione del Consiglio. Siamo sicuri che il resto del Consiglio sia d’accordo? Ancora, voci di corridoio raccontano che in almeno un’occasione alcuni membri hanno protestato poiché il giorno della riunione, sono stati messi di fronte a un fatto compiuto. Gli annunci di Trichet, poi, assomigliano ai responsi dell’oracolo di Delfi – occorre interpretarli cercando un cambiamento anche solo nella sfumatura di un aggettivo. Provate a mostrare i comunicati della Banca ai vostri amici più intelligenti e guardate cosa riescono a ricavarne.
Lo scorso novembre la Bce ha riunito i migliori economisti monetari a livello mondiale in una conferenza il cui scopo era quello di discutere apertamente la strategia della Banca. Durante la conferenza sono emerse tensioni tangibili, tra lo staff della banca e tra lo staff e alcuni membri del Consiglio, sul ruolo che gli aggregati monetari dovrebbero giocare nella definizione di un appropriato livello dei tassi di interesse. Gli accademici e gli operatori del mercato presenti hanno avuto la chiara impressione che questi argomenti cruciali siano stati discussi di rado in modo aperto all’interno della Banca e che, almeno in questo caso, fosse il dogma piuttosto che la ragione a governare l’istituto.
Sono molto pochi i membri del Consiglio direttivo della Bce che hanno esperienza nel settore privato. In maggioranza sono banchieri centrali all’antica, cresciuti in una cultura che presuppone che i banchieri centrali siano i custodi del sapere e che i mercati debbano essere lasciati a fare congetture. Sono rimasti almeno dieci anni indietro rispetto alle moderne pratiche di una banca centrale.
Sostenere che la Federal Riserve non è poi molto più trasparente è una linea di difesa molto debole. In primo luogo, non è vero: i verbali del Federal Open Market Committe sono pubblicati dopo qualche settimana. Le riunioni vengono registrate e le registrazioni rese pubbliche dopo qualche anno. È una pratica che personalmente non consiglio perché le registrazioni, a differenza dei verbali, hanno l’effetto di inibire ogni dibattito animato. E poi, il presidente Bernanke si sta dando molto da fare per migliorare la comunicazione della Fed, l’ha indicata come una delle sue priorità. Comunque, anche se la Fed rimanesse non trasparente, perché la Bce dovrebbe seguire un (cattivo) esempio piuttosto che quelli della Riksbank e della Banca d’Inghilterra?
Se Nicolas Sarkozy mirasse al bersaglio giusto e utilizzasse la sua autorità per costringere la Bce a essere più trasparente, contribuirebbe enormemente a migliorare la politica monetaria in Europa. Costringendo la Banca a creare le condizioni che le permettano di diventare seriamente responsabile delle sue azioni, si prenderebbe anche una sottile vendetta su coloro che, anche dentro la Bce, lo accusano di minarne l’indipendenza.

Testo inglese dell'articolo su www.voxeu.org