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Considerazioni iniziali

di Tito Boeri e Francesco Vella 31.05.2007
Alla vigilia dell'assemblea di Banca d'Italia è utile tracciare un bilancio di inizio mandato Draghi. Importante aver tolto i poteri discrezionali di Palazzo Koch. Erano in contrasto con il Tuf e impedivano al sistema bancario di crescere e diventare più efficiente. Bene anche la chiusura dell'Uic e le modifiche allo statuto. Restano aperte alcune questioni: rilancio del servizio studi, sistema di valutazione di impatto della regolamentazione, gestione del fondo pensione e delle filiali. Altri interventi, poi, spettano alla politica.

Giovedì Mario Draghi leggerà le sue Considerazioni finali davanti a un “parterre de rois”. Se la prima volta di Draghi era servita a evidenziare il distacco abissale rispetto al predecessore, oggi si sente meno la necessità di questa ricorrenza. Più importante provare a formulare delle “considerazioni iniziali”, interrogandoci su cosa è stato fatto nel primo anno e mezzo del governatorato Draghi. Proviamo dunque a tracciare un bilancio di questo inizio di mandato, con l’avvertenza che, data l'alta caratura del governatore, ci si aspetta molto da lui.

Cosa è stato fatto

Il contributo più importante Draghi lo ha offerto togliendo poteri discrezionali a Banca d'Italia. È stato il segno più importante della svolta epocale consumatasi a Palazzo Koch. Cancellando tre righe delle istruzioni di vigilanza, quelle sull'obbligo di informativa in caso di aggregazioni bancarie prima delle riunione dei consigli di amministrazione, Draghi ha tolto un gesso che era in contrasto con le norme del Testo unico della finanza e impediva al nostro sistema bancario di crescere e diventare più efficiente. Ha anche segnalato a tutti che le aggregazioni bancarie erano benvenute e che la difesa dell'italianità non sarebbe stata usata come argomento. I risultati di questo cambiamento sono evidenti a tutti: in un anno sono nati due colossi a livello continentale. E tre delle prime sei banche italiane sono controllate da stranieri: Bnp-Paribas, Abn-Amro e Crédit Agricole. 
In questo modo abbiamo oggi due banche italiane (di cui una con una robusta presenza internazionale) di dimensioni ed efficienza comparabili a quella dei maggiori attori mondiali. Allo stesso tempo, il nostro mercato può vantarsi di essere tra i più aperti fra quelli dell’Europa continentale.
Era una condizione necessaria, ma non sufficiente, per migliorare la qualità dei servizi bancari per gli utenti.  E’ora auspicabile che insieme alle economie di scala aumenti anche la  concorrenza perché i miglioramenti di efficienza si trasferiscano agli utenti finali.
Il governatore ha anche chiuso l'Ufficio italiano cambi (Uic), dando un primo taglio ai costi dell'istituto, tra cui quelli relativi al suo compenso personale (i suoi predecessori sommavano al compenso di governatore un'alta indennità quale presidente dell’Uic). Bell’esempio.
Come richiesto dalla nuova legge sul risparmio, Banca d’Italia ha anche cambiato il proprio statuto con importanti modifiche nella governance e nella organizzazione interna. Soprattutto l’introduzione del principio di collegialità può garantire più meditate e corrette decisioni in materia di vigilanza, superando i rischi di abuso tipici degli organi a struttura monocratica e rafforzando i presidi di autonomia e indipendenza. Questo cambiamento è stato imposto dal legislatore, ma significativo comunque che si sia compiuto sotto il governatorato Draghi.
Con la riforma del risparmio è stato cancellato il potere autocratico di cui  sinora godeva il Governatore. La composizione del direttorio è diventata in questo nuovo quadro normativo cruciale. Il direttorio è stato allargato e sostanzialmente modificato.  Le nuove immissioni sono persone di esperienza e capacità. Sono tutte di provenienza interna, ma hanno acquisito rilevanti esperienze all’estero.


Cosa non è stato ancora fatto

Forse in un anno e mezzo era difficile fare di più. Ma è utile ricordare le cose che rimangono da fare, soprattutto per quanto riguarda la struttura interna di Bankitalia. È un’istituzione troppo importante per il nostro paese.
Il servizio studi è sempre stato il fiore all’occhiello della Banca. Marginalizzato nell’era Fazio, deve oggi essere rilanciato. Anche perché, come nelle altre banche centrali dell’area euro, i governatori oggi contano soprattutto per la forza delle loro argomentazioni. A differenza della Bundesbank, la Banca d’Italia non è ancora andata sul job market internazionale cercando proprio le competenze di cui ha più bisogno. Il sistema di assunzione a Palazzo Koch è rimasto ancora lo stesso.
La legge sul risparmio ha meglio definito i contorni della vigilanza bancaria ancorandola alle esigenze di stabilità e riducendo i rischi di “abuso” della discrezionalità, rendendo trasparenti le procedure e aumentando le garanzie nei controlli. A questo punto,  assieme al maggiore coinvolgimento dei soggetti vigilati nella fase di consultazione sui provvedimenti da adottare, è importante definire un più organico sistema di valutazione di impatto della regolamentazione. La ristrutturazione del servizio studi prevede un’espansione dell’area dedicata agli studi di banking, regolamentazione e finanza che sarà di grande aiuto in questo processo. 
 Se Banca d’Italia vuole essere credibile nel chiedere al governo di riformare le pensioni e nell’auspicare la separazione tra mondo bancario e gestione del risparmio, non può mantenere al suo interno la gestione del fondo pensione dalla Banca, anche perché nel portafoglio sono inclusi pacchetti consistenti di importanti società quotate italiane. Deve separarlo e affidarlo a terzi. Bisogna uniformarsi alla normativa che vale per tutti e che impone che il patrimonio e la gestione di un fondo siano separati da quelli degli enti e aziende che lo costituiscono e promuovono.
Anche il piano di chiusura delle filiali non capoluogo di regione, sta procedendo con molta cautela. Vero che il governatore ha di fronte a sé la forte opposizione del sindacato interno e di molti politici locali, ma anche l’esecutivo, spesso criticato per la sua incapacità di ridurre gli esuberi nel pubblico impiego, si scontra non solo con uno, ma con tutti i sindacati.

Cosa spetta alla politica

Molte altre cose non spettano a Draghi, ma al legislatore. Bene comunque ricordarle.
In primis, non è stato risolto il rapporto con gli organi di governo. Nel disegno di legge sulla riforma delle Autorità viene abolito il Comitato interministeriale credito e risparmio (Cicr), ma non è ben chiaro se in capo al governo rimangano ancora poteri di indirizzo in materia di vigilanza e stabilità. È un’ambiguità che chi ha a cuore l’indipendenza e l’autonomia della vigilanza deve risolvere.
Non è stato neanche affrontato il problema della proprietà della banca, un istituto di diritto pubblico, ma partecipato dalle banche, cioè da privati soggetti al suo controllo. E’ un’anomalia che non genera problemi immediati, ma che è ormai necessario affrontare.
Il disegno di legge sulla riforma delle  Autorities prevede un intervento  ispirato a  criteri di limitazione  al possesso delle quote di partecipazione e di tutela dell’indipendenza della Banca Centrale, ma è ancora fermo in Parlamento,e non ci sono prospettive di una rapida approvazione.
Infine, occorre che nell’agenda politica entri definitivamente il problema dell’integrazione a livello europeo nella vigilanza bancaria (così come in quella sui mercati finanziari). Sinora sono stati fatti passi importanti sul piano del coordinamento, ma è indubbio che un’autorità europea sarebbe più efficace per il controllo di gruppi bancari con diramazioni in tutto il territorio comunitario. Allontanerebbe anche il rischio di interventi da parte delle autorità nazionali volti a favorire aggregazioni fra intermediari in base a logiche esclusivamente di “bandiera” accelerando la strada verso la creazione   di un mercato europeo  dei servizi finanziari senza barriere protezionistiche.