
Le donne italiane lavorano più degli uomini: in media 8 ore al giorno contro meno di 7 per gli uomini. Ma solo un quarto delle loro ore di lavoro è remunerato contro due terzi per gli uomini. Gran parte del lavoro delle donne è dedicato alla casa, alla cura dei famigliari e agli acquisti. E più di una donna su due non ha un lavoro remunerato del tutto: si tratta principalmente delle donne con bassa istruzione (solo un terzo di queste ha un impiego remunerato), che vivono al Sud (dove solo 4 donne su 10 hanno un impiego) e che hanno figli piccoli (solo il 53 per cento di queste lavora contro il 70 per cento delle donne senza figli).
Il circolo vizioso bassa partecipazione, bassa fertilità
Solo il 30 per cento delle donne italiane riprende a lavorare dopo avere avuto un figlio. E il basso reddito famigliare spinge le donne a non avere spesso più di un figlio . Si crea così un circolo vizioso di bassa partecipazione femminile al mercato del lavoro e bassa fertilità. Le donne lavorano di più, ma a casa e nella cura dei figli e dei genitori anziani. E diventa questo il ruolo loro assegnato. Le indagini di opinione documentano come in Italia ci sia un atteggiamento fortemente ostile rispetto all’idea di portare i figli con meno di 3 anni agli asili nido. È un atteggiamento più forte tra gli uomini che tra le donne
. Ed è anche per questo che in Italia ci sono pochi asili nido privati (oltre che pubblici). Costano troppo in rapporto al reddito che le donne potrebbero ottenere sul mercato e alla sanzione sociale legata al fatto di affidare i figli ai nido.Aiutare la famiglia non imponendo alle donne di averne una
Per spezzare il circolo vizioso, bisogna permettere alle donne che lavorano di comprare sul mercato i servizi di assistenza per gli anziani e di mettere i figli negli asili nido, anche quando il loro reddito da lavoro di per sé non permetterebbe loro di accedere a questi servizi. È un problema non solo economico. Bisogna al contempo superare la sanzione sociale rispetto a chi si affida a servizi di cura acquisiti sul mercato: più donne lo fanno, in questo senso, meglio è anche perché stimola più concorrenza nel mercato e, dunque, costi più bassi per i nidi privati. (1) La proposta di ampliamento del numero dei asili nido contenuta nella Finanziaria 2007 va in questa direzione. Ma non basta. Utile anche rafforzare il potere contrattuale delle donne nella famiglia, ponendole nella condizione di imporre agli altri famigliari di poter lavorare acquistando sul mercato servizi specializzati di cura. E di poterlo fare anche quando non sono sposate, anche quando non convivono con un altro adulto generatore di reddito.
È un modo per aiutare la famiglia, senza imporre il fatto di avere una famiglia. Proprio perché non si impone alla donna di doversi da sola prendere carico dell’intera famiglia.
Un credito di imposta per la cura dei figli e dei famigliari dipendenti
Uno strumento che, se adattato al contesto italiano, potrebbe rispondere a tali requisiti è un credito d’imposta per i famigliari a carico, che riprenda gli aspetti più convincenti delle esperienze del Working Family Tax Credit (WFTC) e del Child Tax Credit (CTC) introdotti nel Regno Unito dal 2003.
Il credito di imposta per i famigliari a carico dovrebbe coprire il 70 per cento delle spese effettivamente sostenute per la cura dei figli (sia nel settore pubblico che nell’ambito di istituti privati), fino a un limite massimo predeterminato, ad esempio 3mila euro. La concessione di un credito d’imposta anziché di un trasferimento avrebbe il vantaggio di incentivare forme di lavoro regolare, scoraggiando invece gli impieghi nel sommerso. Tuttavia, per chi non supera il reddito minimo imponibile, il credito d’imposta dovrebbe essere concesso come trasferimento diretto, come imposta negativa (oppure come franchigia nel caso in cui venisse introdotto in Italia un reddito minimo garantito). Anche il fatto di dover documentare le spese per la cura di figli o parenti anziani servirebbe a far emergere attività oggi sommerse (ad esempio il lavoro delle badanti) contribuendo a finanziare la misura anche con l’ampliamento della base contributiva.
Il credito d’imposta per i famigliari a carico dovrebbe essere concesso direttamente alle donne (2) ed esclusivamente a due condizioni: i. un reddito complessivo della persona, della famiglia o della coppia di fatto inferiore a una soglia prestabilita e ii. nel caso di una coppia, il fatto che entrambi i suoi componenti siano occupati, anche part-time. Quest’ultima condizione serve a imporre che l’onere della cura dei famigliari non ricada interamente su di un membro della coppia.
I costi di questa misura dipendono chiaramente dalla soglia di reddito prestabilita. Ponendo la soglia a 10mila euro per un genitore single con un figlio, graduando la soglia in base alla scala di equivalenza di Carbonaro per le famiglie con una composizione diversa e circoscrivendo la misura a famiglie con figli con meno di 3 anni, si ottiene che circa il 2 per cento delle famiglie italiane ne potrebbero beneficiare. Ipotizzando che il credito sia mediamente di 1.500 euro, si ottiene un costo attorno a 700 milioni di euro all’anno per questa misura. Potrebbe essere finanziata assorbendo i finanziamenti per il fondo nazionale per le non autosufficienza, cui non è stata trovata ancora destinazione e nell’ambito di interventi di razionalizzazione degli assegni famigliari. L’ampliamento della base contributiva legata alla commercializzazione di servizi precedentemente prestati dalle madri, contribuirebbe anch’esso al finanziamento della misura, anche se riteniamo prudente non tenere conto di questi effetti.
Perché siamo contrari al quoziente famigliare e alle aliquote differenziate per genere
Si tratta di una proposta molto diversa da quella recentemente avanzata da Alberto Alesina e Andrea Ichino che sono favorevoli ad aumentare le tasse di tutti gli uomini e ridurre quelle di tutte le donne, a parità di gettito. La loro proposta, a nostro giudizio, è basata su di un presupposto sbagliato, quello secondo cui l’offerta di lavoro delle donne è maggiormente influenzata di quella degli uomini da variazioni nei redditi da lavoro, per ragioni in gran parte indipendenti dalla loro posizione nel mercato del lavoro e nella famiglia (i due autori fanno riferimento a ragioni biologiche). In realtà la cosiddetta elasticità al salario dell’offerta di lavoro femminile è molto simile a quella degli uomini quando ricade su di loro interamente la funzione di generare reddito in famiglia (ad esempio nel caso di madri single). Questo significa che la diversa elasticità è almeno in parte il frutto dei rapporti di forza interni alla coppia, condizionati a loro volta dal rapporto col mercato del lavoro (e dalla dotazione di servizi per l’infanzia o per gli anziani non autosufficienti). Il che rende fortemente incerto l’impatto di aliquote differenziate per genere sull’offerta di lavoro complessiva.
Una politica efficace a sostegno dell’uguaglianza di opportunità dovrebbe perciò cercare di intervenire su ciò che sta alla base di queste differenze di comportamento nell’accesso al mercato del lavoro, soprattutto in un paese come l’Italia dove il potere contrattuale nella coppia (anche per ragioni culturali) è fortemente sbilanciato a favore degli uomini. Si tratta allora di offrire soprattutto alle donne la possibilità di conciliare lavoro sul mercato e responsabilità famigliari.
Un credito d’imposta per la cura dei famigliari avrebbe anche effetti redistributivi migliori di una riduzione generalizzata delle tasse delle donne, essendo circoscritto alle famiglie con redditi più bassi. Non si vede perché dovremmo ridurre ulteriormente le tasse ai partner di ricettori di stock option milionarie, a fronte di uomini single spinti al lavoro sommerso per via di aliquote fiscali attorno al 70 per cento (come contemplato dalla proposta di Alesina e Ichino).
Non convince neanche la proposta di introdurre un quoziente famigliare, definendo l'aliquota fiscale in base al reddito pro-capite della famiglia, anziché del singolo, in quanto tenderebbe a ridurre ulteriormente l'offerta di lavoro femminile. Trasferisce infatti sul membro della famiglia con reddito più basso parte del carico fiscale del coniuge, mentre con un sistema di tassazione individuale, come quello vigente, l’imposta si applica separatamente al reddito di ciascun componente della famiglia. Per capire gli effetti negativi sull'offerta di lavoro legati all'introduzione di un quoziente famigliare basta guardare a cosa è successo in Italia quando nel 1974 si è passati dalla tassazione su base famigliare (in regime di cumulo dei redditi) a una su base individuale. Come mostra la tabella qui sotto, il tasso di occupazione delle donne è cresciuto mentre quello degli uomini diminuiva. Introducendo oggi il quoziente famigliare rischiamo di fare l'operazione opposta: ridurre il tasso di occupazione delle donne e aumentare quello degli uomini. (3)
Tasso di Partecipazione | Tasso di Occupazione | ||||||
Prima | Dopo | ∆ | Prima | Dopo | ∆ | ||
1972-1974 | 1975-1977 | 1972-1974 | 1975-1977 | ||||
Uomini | 77.55% | 78.50% | 0.95% | 76.17% | 75.73% | -0.44% | |
Donne | 28.57% | 32.00% | 3.43% | 27.31% | 29.51% | 2.20% | |
Effetto su donne | 2.48% | Effetto su donne | 2.64% | ||||
(1) Gli studi sull’effetto su aumenti degli asili per bambini da 0 a 3 anni mostrano che è l’offerta di lavoro delle donne con bassa istruzione/reddito e delle madri sole a essere più sensibile a variazioni dei costi e disponibilità dei servizi: un aumento del 10 per cento dell’offerta di asili aumenta la partecipazione delle meno istruite di quasi il doppio delle più istruite .
(2) L’evidenza empirica mostra che il reddito percepito dalle madri ha un impatto maggiore sulle spese riguardante i figli dal reddito ricevuto dai padri (vedi per esempio Lundberg S. R. Pollak and T. Wales "Do Husbands and Wives Pool Resources? Evidence from the UK Child Benefit," Journal of Human Resources, Summer 1997 e Duncan Thomas "
Tito Boeri e Daniela del Boca affermano che la nostra proposta di tassazione differenziata per genere è basata su “(...) un presupposto sbagliato, quello secondo cui l’offerta di lavoro delle donne è maggiormente influenzata di quella degli uomini da variazioni nei redditi da lavoro, per ragioni in gran parte indipendenti dalla loro posizione nel mercato del lavoro e nella famiglia (i due autori fanno riferimento a ragioni biologiche)”.
Non riusciamo a capire dove Boeri e del Boca possano aver trovato menzione di questo "presupposto" nei nostri articoli (scientifici e sui quotidiani). Valga, ad esempio del contrario, la frase di apertura del nostro articolo sul Sole24Ore del 27 marzo in cui scriviamo: “Lavorare fuori casa è più difficile per le donne che per gli uomini per motivi biologici e culturali. Gli uomini non possono sostituirsi alle donne nella gravidanza e, piaccia o no, data l'attuale divisione dei ruoli nella famiglia e nella società, sono ancora le donne a occuparsi maggiormente dei figli”.
Nessuno di noi ha mai scritto che la diversa elasticità dell'offerta di uomini e donne dipenda solo da ragioni biologiche. Abbiamo detto che ragioni biologiche e ragioni culturali contribuiscono insieme a generare differenze di partecipazione al lavoro, e in particolare differenze di elasticità dell'offerta.
Il tabù delle differenze biologiche
Purtroppo, parlare di differenze biologiche è “tabù”, soprattutto nella sinistra, anche se si tratta di differenze evidenti a tutti, come il rischio di gravidanza. Ma ritenere che esistano differenze biologiche rilevanti per la partecipazione al lavoro non significa pensare che siano le sole differenze rilevanti. Boeri e Del Boca associano la nostra proposta a un presupposto che nessuno di noi si è mai sognato di affermare e che non è necessario per la validità della proposta stessa.
L'elasticità dell'offerta è diversa tra uomini e donne per molti motivi, tra cui senz'altro anche la posizione delle donne nella famiglia e nel mercato. Quali che siano le ragioni di queste differenze, la loro esistenza oggi suggerisce che sia ottimale dal punto di vista fiscale tassare le donne meno degli uomini. Oltre a conseguire questo obiettivo di efficienza fiscale (a costo zero per il bilancio), la nostra proposta consente anche di facilitare l'accesso al mercato delle donne, come auspicato da Boeri e Del Boca.
E questo aiutando non solo le donne che decidono di avere figli, ma tutte le donne che lavorano e che sono discriminate perché potrebbero avere figli.
Poiché le differenze nell'offerta di lavoro maschile e femminile non sono esogene e immutabili, nel lungo periodo la tassazione differenziata per genere contribuirà a cambiare la tradizionale divisione del lavoro all'interno della famiglia che attualmente vede gli uomini lavorare di più nel mercato e le donne di più a casa. Se e quando questo accadrà (come molti auspicano) le elasticità dell'offerta di lavoro maschile e femminile diventeranno più simili.
Nella misura in cui questo accada, si potrà ridurre gradualmente la differenziazione per genere delle aliquote, come suggerito dalla teoria della tassazione ottimale e come spieghiamo nel nostro articolo scientifico. Ecco perché la nostra proposta non richiede come presupposto che le differenze di elasticità tra donne e uomini siano esogene e immutabili. È vero però, come illustrato recentemente da Alberto Alesina e Paola Giuliano, che la riduzione delle differenze sarà lenta. La nostra proposta può accelerare questa evoluzione.
Una proposta che si auto-finanzia
Tutto sommato non si vede perché Boeri e Del Boca vogliano a tutti i costi contrapporre la loro proposta contro la nostra: ben vengano tutte e due, avendo intenti simili. Stupisce però che da un economista come Tito Boeri che più volte ha scritto criticando il governo per l'incapacità di contenere la spesa pubblica, venga una proposta la cui copertura finanziaria è tutta da dimostrare. Al contrario, la nostra proposta si auto-finanzia. In Italia, non appena si parla di ridurre il prelievo fiscale sorgono subito mille obiezioni, mentre se si parla di aumentare la cosiddetta spesa sociale la strada sembra spianata da qualsiasi obiezione compreso il suo finanziamento.
Infine, non è chiaro quale sia il fallimento del mercato che dovrebbe giustificare un sussidio pubblico alla fertilità. Perché chi non ha figli dovrebbe sovvenzionare chi ha liberamente deciso di averne? Ma anche se vi fosse un buon motivo per sussidiare la fertilità, la nostra proposta ha un altro scopo e quindi non va giudicata da questo punto di vista.
Ps
Forse Boeri e del Boca avevano in mente il fatto che uno di noi (Andrea Ichino) ha mostrato, in un articolo con Enrico Moretti, che il ciclo mestruale determina un maggiore assenteismo ciclico nelle donne e comporta per loro dei costi in termini di salari e carriere. In quell'articolo, Moretti e Ichino suggeriscono la possibilità che gli uomini vengano chiamati a compensare le donne per le conseguenze economiche del ciclo mestruale di cui le donne non sono responsabili. Ma nulla dicono o intendono dire sulla relazione tra ciclo mestruale ed elasticità dell'offerta.
Le ricerche empiriche sulla offerta di lavoro femminile mostrano non solo che le donne che hanno figli sono penalizzate dalla divisione del lavoro familiare, ma che questa penalizzazione è diversa a seconda del livello di istruzione e qualificazione professionale, oltre che di residenza geografica.
Donne che lavorano
Le donne più istruite e con migliore qualificazione professionale, che di solito sono anche sposate con uomini istruiti e con buona qualificazione, riescono a mantenere una continuità di partecipazione al mercato del lavoro di gran lunga superiore a quella delle donne a bassa istruzione: perché fanno lavori più gratificanti e meglio remunerati, che è quindi più costoso – in termini culturali e finanziari – abbandonare per dedicarsi esclusivamente alla famiglia; perché il loro reddito da lavoro, unito a quello del marito, consente loro di acquistare sul mercato la parte di lavoro di cura e di servizi domestici che non effettuano loro direttamente (e che non è quasi mai compensata da una maggiore partecipazione del marito). Nelle coppie ad alta istruzione e con buona qualifica professionale, perciò, è più facile che vi siano due percettori di reddito, mentre nelle coppie a bassa istruzione è più facile che ce ne sia uno solo, e con un reddito basso.
Alla luce di queste evidenze empiriche condivido le obiezioni di Tito Boeri e Daniela Del Boca alla proposta di Alberto Alesina e Andrea Ichino di detassare il lavoro femminile in generale, contestualmente aumentando la tassazione per quello maschile, altrettanto in generale. Il divario tra le coppie ricche, insieme di reddito e di lavoro, e quelle povere sia di reddito che di lavoro aumenterebbe. I costi per il bilancio pubblico della detassazione del reddito da lavoro della insegnante moglie del professionista (con o senza figli) sarebbero pagati dalle tasse più alte dell’operaio metalmeccanico in una coppia monoreddito, magari con figli.
Il problema della offerta di lavoro femminile sta nel combinare responsabilità familiari e partecipazione al mercato del lavoro, una difficoltà più grave (e con minori contropartite sul piano dei vantaggi) per le donne a bassa qualifica e che vivono nel Mezzogiorno. Condivido perciò la proposta di Boeri e Del Boca di utilizzare piuttosto lo strumento del credito di imposta - integrato da una imposta negativa in caso di incapienza - che compensi, alle donne che lavorano, parte delle spese di cura certificate.
Crediti per il lavoro e la pensione
Il credito di imposta è uno strumento in varie forme utilizzato per incentivare al lavoro persone altrimenti a rischio di entrare nel novero dei beneficiari di assistenza sociale. Ma può benissimo essere utilizzato per riconoscere il costo della cura per le lavoratrici, anche se limitatamente a quelle a reddito più basso. Unito all’ampliamento della offerta di servizi per la prima infanzia e a una riduzione del loro costo soprattutto per chi ha un reddito modesto (oggi basta essere occupati in due per pagare la tariffa piena), avrebbe un potente effetto di sostegno alla occupazione delle donne che fanno più fatica, e hanno meno convenienze, a rimanere nel mercato del lavoro.
Certo, la cosa ha un costo. Ma molte ricerche empiriche hanno mostrato che il lavoro femminile aumenta la domanda di lavoro, quindi anche la base imponibile. Inoltre, se ci si muovesse in questa direzione, si potrebbe affrontare anche la questione della età pensionabile delle donne. Come ho avuto modo di scrivere su La Stampa, l’equiparazione della età pensionabile delle donne a quella degli uomini dovrebbe avvenire contestualmente al riconoscimento del lavoro di cura che molte di loro effettuano. Ciò può avvenire con una combinazione di strumenti: crediti di imposta, crediti pensionistici, servizi. È in questo tipo di interventi che dovrebbe essere investito il risparmio derivante dall’innalzamento dell’età pensionistica delle donne.
Sono meno d’accordo, invece, sulla proposta di Boeri e Del Boca di utilizzare il fondo per la non autosufficienza, sia perché è una voce che non si sa se sarà in bilancio anche negli anni prossimi, sia perché la questione della non autosufficienza è altrettanto grave di quella della cura dei più piccoli. Richiederebbe più, non meno, risorse.
Ringraziamo Alberto Alesina e Andrea Ichino per i loro chiarimenti e perché ci permettono di approfondire le ragioni sia della nostra proposta, che delle nostre critiche alla loro.
Cominciamo dalle prime. Riteniamo utile sussidiare due cose al tempo stesso -- il lavoro formale delle donne e la fertilità – perché l'Italia è oggi intrappolata in un equilibrio fatto di bassa fertilità e bassa partecipazione. E' una situazione molto diversa da quella prevalente negli altri paesi Ocse dove più donne lavorano e si fanno più figli. Confortati dai risultati di molte indagini, riteniamo che questa situazione non corrisponda a una condizione ottimale né per le donne né per la società nel suo complesso. Per ragioni culturali (lo stigma associato a chi mette i figli in un nido) e per il fatto di avere una ristretta base imponibile (molte donne lavorano a casa e i servizi di cura domestica sono anch'essi informali) ci sono pochi servizi per l'assistenza dei figli e, quindi, è più difficile che in altri paesi per le donne conciliare lavoro e famiglia. Dunque si fanno pochi figli e chi fa figli (e ha bassi redditi) è costretta ad uscire dal mercato. Le due cose vanno di pari passo. La nostra proposta serve ad affrontare al contempo il problema culturale e quello di base imponibile.
La nostra proposta ha costi limitati, ma non zero. Per questo ne proponiamo anche una copertura. Essere contro la crescita della spesa pubblica non impedisce di proporre una diversa composizione della stessa.
Le nostre perplessità sulla proposta di Alesina ed Ichino di differenziare le tasse per genere si basano sulle seguenti argomentazioni.
1) Le donne non sono un gruppo omogeneo come non lo sono gli uomini. Quindi la differenziazione della tassazione per genere rischia di essere ancora più distorsiva dello status quo. Le differenza fra generi possono rivelarsi più contenute di quelle all’interno di ciascun genere. Ad esempio, le elasticità alla variazione del reddito da lavoro delle donne non sposate e delle madri singole non sono molto diverse da quelle degli uomini. Tra gli uomini vi sono differenze importanti nelle elasticità a seconda che si tratti di giovani che hanno come attività alternative lo studio o di anziani che hanno come alternativa la fruizione della pensione.
2) La diversa elasticità tra donne e uomini a variazioni di reddito da lavoro sembra essere in gran parte il risultato di una divisione del lavoro nella famiglia. Sono principalmente le donne sposate (specie se con figli) ad avere una elevata elasticità in quanto impegnate in attività alternative (cura dei figli e lavoro domestico). Non è perciò affatto chiaro che ridurre le aliquote per le donne in questo caso aumenterebbe l'offerta di lavoro della famiglia. Alesina e Ichino basano le loro conclusioni (e la loro convinzione che la proposta sia politicamente fattibile) sull'ipotesi che la famiglia sia composta da persone tutte con le identiche preferenze con decisioni indipendenti dalla distribuzione del reddito familiare. E' una ipotesi confutata da molti studi applicati in questi anni.
3) Quanto sopra indica che la diversa elasticità dell'offerta di lavoro femminile riscontrata da diversi studi empirici (non tutti!) può essere legata a fattori essi stessi influenzati dalla struttura del sistema fiscale. Inoltre c'è una fortissima incertezza sulle stime. Quindi fondare una proposta di tassazione differenziata su questi valori è quanto meno rischioso.
4) Alesina e Ichino non si preoccupano delle implicazioni della loro proposta sulla distribuzione del reddito che porta, a parità di reddito individuale, a tassare molto di più un operaio single della compagna di un ricettore di stock options milionarie. In presenza di aliquote fortemente differenziate per genere (nei calcoli di Alesina ed Ichino le aliquote per gli uomini sono del 70% contro il 30% per le donne) vi potrebbero essere effetti importanti anche sulle scelte di matrimonio (agli uomini converrebbe sposarsi mentre alle donne no) di cui gli autori non sembrano voler tenere conto.