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Dieci domande e risposte su euro e inflazione

di Luigi Guiso 02.01.2003

1.L'anno trascorso è stato l'anno dell'euro e si è chiuso tra le polemiche. E' opinione diffusa che l'introduzione dell'euro abbia contribuito non poco all'inflazione nell'anno trascorso. Ma è davvero così?

Vi sono tre ragioni per cui il passaggio dalla lira all'euro possa, in linea di principio, aver comportato un aumento del livello di prezzi nell'anno trascorso:

perché al momento del cambio dei biglietti sono anche stati rivisti i prezzi e dato che mutare i listini costa, alcuni venditori possono aver concentrato in quel momento i cambiamenti di listino;

perché i prezzi in euro possono essere stati arrotondati verso l'alto;

e infine perché i prezzi nella nuova moneta vengono appresi lentamente, mano a mano che i beni vengono acquistati. Ad esempio, fintanto che non si compra un nuovo paio di scarpe il prezzo in euro non lo si conosce; inoltre, per capire se il prezzo di un determinato paio di scarpe nella nuova moneta è conveniente o meno, occorre conoscere anche quello di altre scarpe simili, in altri negozi. Di questa temporanea "ignoranza" possono trarre vantaggio i venditori, praticando prezzi più alti della norma.

2.Questo in linea di principio, ma in pratica, quanto è stato l'effetto?

E' difficile dare una risposta. Le stime dicono che si tratta di effetti modesti. Ma vi sono diverse difficoltà metodologiche imputabili al fatto che oltre al cambio della moneta lo scorso anno vi sono stati altri avvenimenti che hanno inciso sull'inflazione. Per di più, in alcuni casi, l'euro ha solo anticipato incrementi dei prezzi che comunque avrebbero avuto luogo qualche mese più tardi. Un modo semplice per farsi un'idea è attribuire all'euro l'intera inflazione in più che si è verificata al momento della sua introduzione, cioè tra dicembre del 2001 e gennaio del 2002. Prendendo a riferimento i beni a prezzo libero, il contributo sarebbe dello 0,3 per cento, e si tratta di una stima per eccesso.

3.Ma allora perché i consumatori e le loro associazioni denunciano l'euro come causa principale dell'incremento dei prezzi nel 2002?

Vi è un fatto che necessita di una spiegazione e che è all'origine di molte delle diatribe intorno al tasso di inflazione e al ruolo dell'euro. Il tasso di inflazione percepito dai consumatori è dall'inizio dello scorso anno significativamente al di sopra del tasso di inflazione rilevato dagli istituti centrali di statistica. Questo è vero in tutti i paesi dell'area dell'euro. Inoltre, lo scarto tra l'inflazione percepita e quella effettiva osservato lo scorso anno è anomalo rispetto agli anni precedenti. E' ragionevole supporre che esso sia strettamente collegato al cambio della moneta. Con il cambio della moneta i consumatori devono apprendere il nuovo sistema di prezzi relativi; il processo di apprendimento è lento, richiede tempo. I primi prezzi che vengono memorizzati e interiorizzati sono quelli dei beni che vengono acquistati più frequentemente, e quindi i beni alimentari. E' naturale che i consumatori calcolino il tasso di inflazione con riferimento ai prezzi che conoscono. Il problema è che gli alimentari, a causa delle gelate e della siccità, sono aumentati molto più della media e questo spiega la discrepanza tra le percezioni e le statistiche dell'inflazione.

4. Che cosa possono fare i governi nazionali per controllare la dinamica dei prezzi?

Ben poco. Con l'euro la politica di stabilizzazione del livello generale dei prezzi è stata assegnata alla Banca Centrale Europea e alle Banche Centrali Nazionali che concorrono a determinare la politica monetaria europea e quindi il tasso di inflazione in Europa. I governi nazionali non hanno strumenti per controllare il valore medio della moneta (cioè il livello generale dei prezzi). Ma hanno molti strumenti per favorire la concorrenza ed eliminare posizioni di potere monopolistico, e garantire quindi prezzi più bassi per molti beni oggi prodotti in condizioni di scarsa concorrenza.

5. Il Governo italiano ha adottato un provvedimento e avanzato una proposta: la reintroduzione dei prezzi in lire accanto a quelli in euro, per quanto riguarda il provvedimento; proporre la banconota da 1 euro al posto della equivalente moneta. Che valutazione si può dare di queste iniziative, cominciando dalla prima?

Far quotare i prezzi sia in lire che in euro può aiutare alcuni a capire più rapidamente "l'adeguatezza" o meno di un determinato prezzo. Il cambio della moneta equivale al cambiamento dell' unità di misura dei valori e ciò richiede un certo tempo prima che le persone si abituino a ragionare in euro. E' come passare da temperature espresse nel sistema Celsius a temperature nel sistema Fareneith: noi siamo abituati alle prime. Spesso, ora, per capire il valore relativo di un bene, traduciamo il suo prezzo in lire e così facendo abbiamo un'immediata percezione se quel prezzo è "sensato" o meno. Esporre i prezzi anche in lire può facilitare questa operazione. Mano a mano che memorizzeremo i prezzi in euro, inizieremo a pensare solo in euro. L'esibizione del doppio prezzo ha però l'inconveniente di rallentare questo processo.

6. E riguardo alla seconda proposta, l'introduzione della banconota da 1 euro?

Non è chiaro il vantaggio della banconota rispetto alla moneta metallica. Ovviamente la banconota è più leggera e quindi più trasportabile della moneta metallica; questo è il motivo per cui ci serviamo della cartamoneta. Ma l'idea dei proponenti sembra essere che nella percezione dei consumatori le monete vengono trattate come "spiccioli" e tendono quindi, in qualche maniera, a sprecarle, a sperperarle. Se così fosse finiremmo per spendere troppo in mance e in acquisti di beni di (apparente) piccolo importo. Ma non c'è nessuna evidenza che così sia. Qualche aneddoto suggerisce il contrario: sembra che i sacerdoti si lamentino perché mentre prima i fedeli lasciavano facilmente le 1000 lire come obolo per la questua, ora versano solo monete di piccolo importo, inferiore a 50 centesimi.

7. Dunque non vi sono vantaggi certi dal passare dalla moneta alla banconota da 1 euro, ma neanche svantaggi. Perchè allora non passare alla banconota, anche alla luce del consenso che essa sembra godere tra i consumatori?

Non è esatto dire che non ci sono costi. Se sono poco chiari i vantaggi di avere la banconota da un euro al posto della equivalente moneta, sono evidenti i costi: le banconote si usurano molto rapidamente mentre le monete sono, in pratica, eterne.. Quelle da 1 euro avrebbero una vita media di poco più di due anni, per cui ogni due anni l'intero stock in circolazione dovrebbe essere sostituito completamente con banconote nuove. Ma la produzione di nuove banconote costa e il loro costo di produzione finisce per pesare sulla comunità. L'uso delle monete limita questi costi.

8. Possono, comunque, queste misure contribuire a contenere l'inflazione?

E' ciò che talvolta si lascia intendere. Su questo bisogna essere categorici. La doppia quotazione dei prezzi, in lire e in euro, e la conversione in banconota della moneta da un euro non hanno alcun impatto sul livello dei prezzi e sul tasso di inflazione. Il tasso di inflazione, nella miglior teoria economica e in pratica, è ancorato alla velocità con cui si crea moneta. Che questa sia di carta o di qualunque altro materiale poco importa. La doppia quotazione può forse contenere l'eccesso di spesa in beni di piccolo valore unitario e in oboli; ma si tratta di piccole cifre. Inoltre, se questi "risparmi", vengono utilizzati per acquistare altri beni, la spesa totale, e quindi il livello generale dei prezzi, rimarranno invariati.

9. Cosa possiamo concludere dall'esperienza di questo anno trascorso con la nuova moneta? L'euro garantirà la stabilità dei prezzi nel futuro?

L'euro è la manifestazione più tangibile di un nuovo disegno istituzionale, che ha visto la creazione di una Banca Centrale per l'Europa. Questa nuova istituzione gode di notevole autonomia e ad essa, e alle Banche Centrali Nazionali che fanno parte integrante del cosiddetto Sistema Europeo di Banche Centrali è stato assegnato il compito prioritario di perseguire la stabilità dei prezzi. Se questa istituzione avrà successo nel garantire la stabilità monetaria è qualcosa che si valuterà nel corso dei prossimi decenni. Per ora va notato che da quando i paesi aderenti hanno convenuto di avere un'unica politica monetaria - nella fase di cambi irrevocabilmente fissi, prima, con la moneta unica, poi - il tasso di inflazione è ai livelli più bassi degli ultimi decenni, sempre inferiore al 3 per cento. La grande autonomia del sistema di banche centrali e l'assegnazione della stabilità monetaria come obiettivo prioritario sono la garanzia principale della stabilità dei prezzi nel medio periodo.

10. I sondaggi più recenti indicano però una perdita di fiducia nell'euro da parte dei consumatori. Può questo incidere sul tasso di inflazione?

L'ultima indagine Eurobarometro indica una perdita di consenso intorno alla moneta unica. Rispetto all'indagine di giugno del 2002, la quota di persone favorevoli alla moneta unica si è ridotta del 4 per cento. Ma il dato rilevante è che la stragrande maggioranza dei cittadini - il 64 per cento nei paesi dell'Unione e il 71 per cento in quelli dell'area dell'euro - è favorevole alla moneta unica. Si tratta di una percentuale superiore di quasi 10 punti a quella del 2000 quando la moneta unica ancora non c'era. Da questo punto di vista, l'esperimento, nella sua fase iniziale, sembra riuscito.