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Pensioni: per i giovani il futuro è adesso

di Vincenzo Galasso 02.04.2007
Quando i giovani d’oggi si avvicineranno alla pensione scopriranno di essere più poveri in termini di ricchezza previdenziale dei loro padri. Carriere contributive molto più discontinue e un sistema contributivo meno generoso li porteranno a lavorare fino a quasi 70 anni. Aumentare l'età di pensionamento, rivedere i coefficienti di trasformazione e investire nella previdenza complementare già oggi sarebbe un esercizio di equità intergenerazionale. Ma i giovani non sembrano né invitati né interessati al dibattito dove si decide soprattutto del loro futuro.

Le recenti discussioni sulla necessità di ritoccare alcuni elementi del sistema previdenziale – in particolare i coefficienti di trasformazione e lo "scalone" introdotto dalla riforma Maroni – hanno nuovamente evidenziato l’importanza dei vincoli politici ed elettorali nelle decisioni sulle pensioni, in Italia come altrove.
In realtà il dibattito attuale rivela nuovi motivi di preoccupazione. Oggi è sul tappeto l’attuazione di due misure di riforma già approvate in Parlamento negli anni scorsi. La riforma Maroni del 2004 prevede l’aumento dell’età di pensionamento a 60 anni per tutti i lavoratori che andranno in pensione a partire dal gennaio 2008. La riforma Dini del 1995 stabilisce la revisione decennale dei coefficienti di trasformazione, che determinano la generosità dei benefici per chi andrà in pensione con il nuovo sistema contributivo, in linea con l’allungamento della speranza di vita. Queste riforme hanno privilegiato l’introduzione graduale di alcune misure. La loro mancata attuazione ne ridurrebbe largamente la portata e renderebbe necessaria una rivisitazione dei loro (decantati) effetti sul contenimento della spesa previdenziale nel lungo periodo. Naturalmente il Parlamento è sovrano e può decidere di modificare quanto approvato in legislature precedenti. Ma quale sono i costi?

Credibilità politica e scelte economiche

In primo luogo, la credibilità delle riforme che prevedono lunghi periodi di transizione – e dunque dell’intera struttura del sistema previdenziale dopo le riforme Amato e Dini – si riduce. Se i governi in carica non recepiscono gli impegni stabiliti (e votati) dai precedenti governi perché credere che futuri governi lo faranno? Ciò aumenta l’incertezza tra i lavoratori e può condurre a scelte che, pur essendo razionali dal punto di vista individuale, si rivelano poco "virtuose" per il sistema previdenziale nel suo insieme, come ad esempio il maggior ricorso al pensionamento anticipato. Cambi frequenti delle norme in vigore riducono anche il livello di informazione e di comprensione del sistema da parte dei lavoratori, con il rischio di indurre scelte sbagliate.

Coraggio politico

Ma è soprattutto la mancanza di coraggio politico nell’affrontare questi due nodi cruciali del sistema previdenziale – età di pensionamento e generosità delle pensioni – a preoccupare. Negli anni Novanta, per poter fronteggiare una crisi finanziaria del sistema previdenziale, due governi – in parte "tecnici" – sono riusciti ad attuare due importanti riforme delle pensioni, anche grazie all’introduzione di un lungo periodo di transizione, che consentiva a diverse generazioni di lavoratori anziani di essere (di fatto) schermati dagli effetti di tali riforme. La mancata revisione dei coefficienti di trasformazione a partire dal 2005 mostra i limiti di questo gradualismo: per i governi successivi può non essere politicamente vantaggioso far fronte agli impegni. Ma se l’inattività dei governi attuali è da attribuire alla paura di pagare le riforme in termini elettorali, cosa accadrà in futuro, quando l’invecchiamento della popolazione aumenterà il peso politico degli anziani?

Scelte previdenziali in gerontocrazia

Il quadro è preoccupante. Il libro "The Political Future of Social Security in Aging Societies," the Mit Press, 2006 ( prova a dare una risposta a questa domanda analizzando la sostenibilità politica – anziché finanziaria – dei sistemi previdenziali in sei paesi Ocse (Francia, Germania, Italia, Regno Unito, Spagna e Stati Uniti) nel 2050.
Un elettorato molto anziano (nel 2050 l’età mediana tra gli elettori italiani sarà di 56 anni, contro i 46 attuali) domanderà pensioni ancora più generose, anche se il rendimento interno del sistema previdenziale (che è pari alla somma del tasso di crescita della popolazione e dei salari) si ridurrà. Le simulazioni riportate nel libro tengono conto anche dell’effetto politico dell’invecchiamento della popolazione – e quindi dell’elettorato – e suggeriscono che la dimensione dei sistemi previdenziali è destinata ad aumentare ulteriormente.
Cosa fare per evitare che l’aliquota di equilibrio del sistema previdenziale raggiunga il 50 per cento? Aumentare l’età di pensionamento è un ottimo deterrente politico, poiché allontana il momento della fruizione delle pensioni e contribuisce a "ringiovanire" – almeno ai fini previdenziali – l’elettorato. Ma come convincere gli elettori a posticipare l’età di pensionamento? Le simulazioni politico-economiche in "The Political Future of Social Security in Aging Societies" mostrano che nel 2050 i lavoratori anziani – ovvero i giovani di oggi – saranno disposti ad aumentare l’età di pensionamento fino a 67 anni, e addirittura a ridurre l’aliquota contributiva di equilibrio al di sotto del 35 per cento (dunque meno del 38 per cento attuale).
La cattiva notizia sta nel motivo che indurrà le generazioni future ad accettare tale riforma. Quando i giovani d’oggi si avvicineranno alle scelte di pensionamento scopriranno di essere più poveri – almeno in termini di ricchezza previdenziale – della generazione dei loro padri. A causa di carriere contributive molto più discontinue e di un sistema previdenziale contributivo meno generoso non potranno permettersi il lusso di andare in pensione a 58 o 60 anni, ma dovranno continuare a lavorare fino a quasi 70 anni.

E i giovani d’oggi?

Aumentare l’età di pensionamento, rivedere i coefficienti di trasformazione e investire nella previdenza complementare già oggi rappresenterebbe un esercizio di equità intergenerazionale perché consentirebbe di non spostare tutto il peso dell’invecchiamento sulle generazioni giovani e future. Eppure, in Italia, neanche i giovani sembrano accorgersi dei loro interessi. In parte a causa della mancanza di informazione , in parte per la scarsa sensibilità alla materia previdenziale (come possono pensare a "cose da nonni" dei giovani che diventeranno padri solo a 40 anni?), in parte per via della scarsa rappresentanza nella vita politica e sociale, i giovani non sembrano né invitati né interessati al dibattito dove si decide soprattutto del loro futuro.