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Italiani a corto di dati economici

di Enrico Giovannini e Marco Malgarini 02.04.2007
Un'indagine promossa dall'Ocse rivela che gli italiani hanno un grado di conoscenza approssimativo di variabili macroeconomiche fondamentali come inflazione, disoccupazione e Pil. Solo un terzo degli intervistati accetta di rispondere alle domande su questi temi e quelli che lo fanno tendono a sovrastimare tutti i dati statistici ufficiali. Quasi la metà del campione non è interessata ad avere più informazioni. Questi risultati confermano l'impressione comune che il dibattito politico si svolga senza punti di riferimento chiari e condivisi dalla società.

La teoria economica descrive le decisioni di policy come risultati di problemi di ottimizzazione elaborati da agenti razionali. A sua volta, la scuola di public choice sostiene che le scelte elettorali sono effettuate da cittadini ben informati, sulla base della massimizzazione delle funzioni di utilità individuali. (1) Ma gli operatori sono sempre davvero così ben informati e razionali come ipotizzato dalla teoria?

Variabili fondamentali, ma poco conosciute

L’evidenza empirica è molto scarsa, per non dire quasi inesistente. Ecco perché, nell’ambito dei lavori preparatori del secondo Forum mondiale Ocse su "Statistica, conoscenza e politica" (www.oecd.org/oecdworldforum) l’Isae ha condotto, in collaborazione con la Direzione statistica dell’Ocse, una prima indagine su questo tema. In particolare, nell’ambito dell’inchiesta sui consumatori del mese di marzo, sono state poste alcune domande aggiuntive sul grado di conoscenza dell’andamento di alcune variabili macroeconomiche fondamentali, quali il Pil, l’inflazione e la disoccupazione, unitamente a due domande riguardanti il desiderio e l’importanza di essere informati su tali questioni. (2)

Partecipazione all’indagine e conoscenza statistica

Come usuale in questo tipo di studi, la quota di chi ha fornito un’indicazione quantitativa puntuale è stata piuttosto bassa. (3) Benché l’indagine sia stata effettuata nella settimana in cui l’Istat ha diffuso i risultati macroeconomici del 2006, solo un terzo degli intervistati ha accettato di fornire indicazioni su inflazione, disoccupazione e Pil (rispettivamente, il 34, 32 e 28 per cento) e tale percentuale scende al 14 per cento per il rapporto deficit pubblico/Pil, una delle variabili cruciali nel dibattito di politica economica italiana degli ultimi anni. In media, gli intervistati sovrastimano significativamente il dato ufficiale per tutte le variabili considerate, mostrando cioè un certo ottimismo circa l’andamento del Pil e un deciso pessimismo per le altre. Le risposte sono caratterizzate da un’elevata variabilità e da una significativa distorsione, come indicato dal fatto che la media è in genere notevolmente superiore alla mediana della distribuzione. Quest’ultima è un buon stimatore del dato ufficiale, con la sola eccezione della valutazione del tasso di disoccupazione, fortemente sovrastimato.

Il desiderio di essere informati

Circa il 76 per cento del campione reputa almeno "importante" l’essere informato su queste variabili, ma il 18 per cento pensa che tale informazione sia poco o per niente importante. La quota di quanti attribuiscono scarsa importanza all’informazione statistica è notevolmente superiore rispetto a quella (pari al 3 per cento) riportata da Blinder e Krueger per gli Stati Uniti. Inoltre, il campione si divide quasi a metà circa il desiderio di essere informati di più su tali questioni: a un 52 per cento degli intervistati che dà risposta affermativa, si contrappone un 44 per cento che non è interessato e quasi un 5 per cento che non sa o non vuole fornire una risposta.

Un quadro sconfortante

Il quadro complessivo che appare da questi primi dati (da analizzare ulteriormente al fine di comprendere meglio la caratteristiche dei diversi soggetti) è tutt’altro che confortante, sia per gli statistici ufficiali, sia per i responsabili delle politiche pubbliche. Naturalmente, è possibile che a un’inadeguata conoscenza quantitativa dei dati si accompagni una più precisa visione di tipo "qualitativo": non so quanto cresce il Pil, ma so se le cose vanno "bene/male" o "meglio/peggio". Tuttavia, i risultati confermano l’impressione comune che il dibattito politico si svolga senza punti di riferimento chiari e condivisi dalla società.
Alla vigilia delle ultime elezioni politiche, Luciana Littizzetto chiedeva ai politici di mettersi almeno d’accordo su alcuni numeri chiave, a partire dai quali spiegare le diverse proposte politiche. In questi giorni, nelle edicole francesi si trova in bella vista un libretto dal titolo "Le cifre che dovete conoscere per non astenervi", utile strumento per i cittadini per meglio orientare il loro voto alle prossime elezioni presidenziali.
Forse, per decidere dove andare un paese dovrebbe prima prendere coscienza della propria condizione attuale. E la statistica, inventata per consentirci di andare al di là della nostra possibilità di osservare direttamente la realtà in cui viviamo, dovrebbe giocare un ruolo fondamentale in questo processo di apprendimento. La costruzione di una "società della conoscenza" passa anche da un impegno serio ad aiutare i cittadini a capire meglio la realtà in cui vivono e fare le scelte necessarie per migliorare il loro benessere, presente e futuro.

 

(1) Si veda Blinder A. S., Krueger, A. B., "What Does the Public Knows About Economic Policy, and How Does It Know It?", Nber Working Paper n. 10787, September 2004, www.nber.org/papers/w10787.pdf.
(2) L’indagine riguarda anche alcune variabili socio-demografiche, quali aspettative di vita, livello di literacy, emissioni inquinanti ed altre. I risultati completi saranno presentati al Forum mondiale Ocse che si terrà ad Istanbul dal 27 al 30 giugno 2007, insieme ai risultati di analoghe rilevazioni condotte su 29 paesi europei e sugli Stati Uniti.
(3) In Blinder e Krueger (2004) si documenta che a un’analoga indagine sui consumatori americani ha risposto circa il 26 per cento degli intervistati.

 

Tabella 1 - La conoscenza statistica

Variabile

Valore vero

Media

Standard deviation

Mediana

PIL (anno 2006)

1.9

2.7

3.7

2.0

Deficit/PIL (anno 2006)

4.4

8.5

14.5

3.4

Inflazione (febbraio 2007)

1.8

4.5

8.7

2.4

Tasso di disoccupazione (III trimestre 2006)

6.8

14.5

13.0

10.0

Fonte: Isae, Istat

Tabella 2 - Importanza della conoscenza e desiderio di essere informati

Percentuale di risposte

Come considera l’essere informato su tali fenomeni?

Estremamente importante

8%

Molto importante

23%

Importante

45%

Poco importante

14%

Assolutamente non importante

4%

Non sa/Non risponde

6%

Vorrebbe essere informato di più?

Si

52%

No

42%

Non sa/non risponde

5%

Fonte: Isae

 
La risposta degli autori ai commenti

I commenti dei lettori toccano punti estremamente rilevanti sui quali converrà tornare con maggiore attenzione nel prossimo futuro, anche perché essi rappresentano bene i diversi atteggiamenti possibili nei confronti dei risultati da noi presentati. Il quesito finale di Pietro della Casa (ma
esistono ancora persone che si fanno domande?) è fondamentale e la risposta, secondo noi, è "si, ci sono", ma la sfiducia che emerge dai commenti di altri lettori indica il vero rischio delle democrazie contemporanee, la voglia di rifugiarsi nel proprio microcosmo e rinunciare ad interessarsi del mondo che ci circonda.

Ora, è vero che un po' di sano scetticismo fa sembre bene, ma nel caso della statistica non è chiaro perché questo atteggiamento venga indirizzato solo nei confronti dell'Istat (che segue, anche nel campo delle statistiche del lavoro, standard metodologici internazionali e pubblica descrizioni
dettagliate dei metodi seguiti e dei controlli di qualità effettuati) e non dei cosiddetti "istituti di ricerca" che sfornano dati (ripresi ampiamente dai media) senza spiegare le definizioni, le fonti, i metodi, ecc. Questa asimmetria sembra figlia, non del sano scetticismo, ma della sfiducia di molti italiani in tutto ciò che è pubblico. Peraltro, per avere dei dubbi sui dati ufficiali (come dice Repentini) occorre comunque prima esserne informati, per poi, eventualmente, dichiarare di non essere d'accordo!

Ha ragione Gennari quando dice che la colpa della mancanza di culture statistica è non solo dei media, ma anche di chi dovrebbe fare divulgazione (compreso l'Istat, gli enti di ricerca, i media, ecc.) e forse la strada giusta è quella di rinunciare alla mediazione dei canali informativi
tradizionali (giornali, radio, TV) ed andare su strumenti nuovi di comunicazione. L'OCSE, ad esempio, sta per "sbarcare" sul web 2.0 con uno strumento che consentirà ai cittadini di tutto il mondo di guardare ai nostri dati, fare l'uploading dei loro dati ed aprire blogs su quello che ritengono più opportuno. In Colombia è stato lanciato un programma televisivo quotidiano, la sera, prima del telegiornale più importante, dove si usa la statistica per giocare e scherzare (una sorta di "striscia la notizia" basata sui dati statistici), ma ora tutto il paese parla di statistica ed impara come è fatto il paese.

È questa la strada giusta? Forse, ma non basta. Serve anche far riscoprire ai singoli cittadini che la statistica è un bene pubblico (forsi pochi sanno che l'origine della parola viene da "scienza dello Stato"). Paesi avanzati come l'Australia, l'Irlanda e decine di altri stanno cercando di ridare
legittimità alla statistica pubblica scegliendo, attraverso il dialogo tra tutte le parti politiche e sociali", un set di indicatori economici, sociali ed ambientali "condivisi", per offire una rappresentazione accettabile del progresso (o del regresso) del paese. La gestione democratica di una società dell'informazione richiede strumenti nuovi, compresi quelli che possono favorire la creazione di una base comune per giudicare i risultati delle politiche, così da votare non in base alla propaganda, ma conoscendo ci1o che succede intorno a noi. D'altra parte, se un paese deve decidere dove vuole andare, sarebbe bene sapere dove si è e da dove si viene. E la statistica è uno strumento fondamentale per capire tutto ciò.