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Privatizzazione, la parola magica

di Gianni De Fraja 15.01.2007
Privatizzazione completa e totale di tutte le strutture di ricerca e di istruzione terziaria: la soluzione ai mali estremi dell'università italiana. Alcuni atenei potrebbero essere ceduti a istituzioni straniere, altri chiusi o trasformati in spa e poi venduti in Borsa, regalati alla popolazione oppure organizzati in cooperative. Con i fondi risparmiati si potrebbero finanziare borse di studio, ricerca di base e progetti specifici. E nel lungo termine ne deriverebbe una valorizzazione del patrimonio e della tradizione culturale italiana.
Privatizzazione, la parola magica, di Gianni De Fraja

Faccio, con una parola, una proposta radicale di riforma del sistema universitario italiano: privatizzazione. Completa e totale, di tutte le strutture di ricerca e d’istruzione universitaria. Sono perciò pienamente d’accordo con quanto scrive Roberto Perotti (sole 30/11 pag. 1).

Perché privatizzare

Perché privatizzare? È un caso di mali estremi ed estremi rimedi. Le proposte di riforma, anche radicali, apparse su lavoce.info o in altre sedi, sono senz'altro idee nella direzione giusta, ma secondo me troppo timide. Vi sono molte similarità tra i settori che furono privatizzati dal governo di Margaret Thatcher negli anni Ottanta e l'attuale sistema universitario italiano: struttura sclerotica e rigidissima, ossequio borbonico a regole antiquate, esasperante lentezza nella risposta a stimoli interni ed esterni, burocratizzazione paralizzante, inefficienze immense; forte potere corporativo del personale impiegato. E anche, in entrambi i casi, un enorme capitale, umano e fisico, che non viene utilizzato in modo efficiente.
D'altro lato, vi sono anche differenze, che rendono la privatizzazione del sistema universitario italiano meno problematica della privatizzazione di utilities. Al contrario di queste, un sistema universitario opera in un ambiente "non urgente", e pertanto privatizzarlo è meno rischioso: la rete elettrica o telefonica, il sistema ferroviario, la distribuzione del gas o dell'acqua, sono tutte attività dove errori possono costare molto, sia in termini monetari, sia in termini di vite umane. Inoltre, il mondo ha accumulato un quarto di secolo di esperienze di privatizzazioni, e un processo simile per il sistema universitario italiano potrebbe trarne beneficio.
Un'altra differenza è il fatto che il settore è per sua natura competitivo. Il consenso sull'esperienza inglese è che non si sia prestata abbastanza attenzione al regime competitivo post-privatizzazione, e che in molti casi, le inefficienze di un settore monopolistico pubblico si siano trasformate in inefficienze di un settore monopolistico privato. Per l'università italiana, è vero sì che ci sono economie di scala e di scopo, ma direi che si esauriscono a scala relativamente piccola. In un paese come l'Italia, vi è probabilmente spazio per un numero di atenei di dimensione efficiente tra i 50 e i 200. E la competizione funziona: nei sistemi universitari privati, o con una forte componente privata, come gli Stati Uniti, o con competizione in un ambiente formalmente privato, come in Gran Bretagna, si avverte forte il vento competitivo, e non vi è nessuna tendenza alla concentrazione. La lezione che viene dalla Spagna è illuminante: è anch'essa borbonica, ma i suoi pezzetti di sistema universitario cui è permesso comportarsi (un po') privatamente, competono ferocemente e, quindi, funzionano nel complesso bene.

Atenei all’asta

In pratica, cosa potrebbe avvenire? Qui entriamo, temo, nella fantascienza, perché dubito che il sistema politico italiano, e gli accademici il cui consenso è essenziale per il successo del processo, possano mai avere la lungimiranza di soffrire i costi di breve periodo per far avere alle generazioni future gli enormi benefici di un sistema universitario funzionante. Ma immaginiamo comunque. Un'università non è un albergo, né un quadro di Cezanne, e un'asta al miglior offerente probabilmente non è il modo migliore di privatizzare ogni ateneo.
In molte aste (ad esempio quelle per le licenze televisive e le reti ferroviarie in Gran Bretagna) si compete sia sul prezzo pagato, sia sulle caratteristiche qualitative dell'offerta. Il tipo di programma formativo e di ricerca proposto dagli offerenti potrebbe venir considerato, almeno per alcune università. Ad esempio, in Veneto, l'asta per l'università di Padova potrebbe prevedere considerazioni qualitative, quelle per Venezia e Verona la vendita al miglior offerente. Ugualmente, è possibile considerare, per alcuni atenei, licenze a tempo limitato (venti o trent'anni), come per grandi opere pubbliche quali il tunnel sotto la Manica.
Chi potrebbe comprarle? Molte università estere costruiscono alleanze o sedi ex-novo in paesi in cui vi è un mercato potenziale: dal Campus di Barcellona dell'università di Chicago, a quello cinese dell'università di Nottingham, al Bologna Center della Johns Hopkins University. (1)
La possibilità di acquistare e gestire istituzioni con la fama, la posizione, la tradizione, il capitale umano e il mercato delle più prestigiose università italiane verrebbe colta in men che non si dica da ambiziose istituzioni straniere: l'università di Harvard ha un endowment di tra 10 e 20 miliardi di dollari, e potrebbe ben decidere di investirne l’1 per cento per l'acquisto di università italiane. E come Wafic Said a Oxford, e prima di lui Cornelius Vanderbilt, Andrew Carnegie, Ezra Cornell, e Sir George Wills (Bristol, sigarette), alcuni fra i Roman Abramovich, i Bill Gates, e i Silvio Berlusconi di oggi vedranno un'opportunità nel legare il loro nome al modo in cui le loro fortune sono utilizzate piuttosto che al modo in cui sono state accumulate. Altri atenei potrebbero venir trasformati in spa e poi venduti in Borsa, o regalati (in toto o in parte) alla popolazione, o ai dipendenti, sul modello dei paesi dell'Est dopo la caduta del muro di Berlino. Altri potranno essere organizzati come cooperative, i cui soci siano docenti, studenti, esponenti del territorio locale. Asset-stripper potrebbero comprare un'università e chiuderla, per vendere gli stabili e i terreni: se il mercato decide ad esempio, che avere un'università nel centro di Milano è relativamente improduttivo, peccato, ma almeno i fondi così ottenuti potranno essere usati per finanziare più borse di studio e più ricerca di base.

Come funziona

Ma come può funzionare un sistema privato? I soldi risparmiati, si diano agli studenti, alla ricerca di base, a progetti specifici di ricerca. Tanto per dare numeri: del bilancio totale corrente delle università italiane darei il 40 per cento in borse di studio agli studenti (non entro nei dettagli, ad esempio se e come differenziare tra varie aree disciplinari o se far dipendere il sussidio dal reddito familiare), il 20 per cento agli atenei con un sistema tipo Research Assessment Exercise o Civr, il 20 per cento a progetti di ricerca specifici (sul modello della Nsf in Usa, dei Research Council in Gran Bretagna, e del Cofin in Italia). Il resto ritorni al bilancio pubblico. Le borse di studio, naturalmente, si possono usare in istituti esteri. L'agenzia che gestisce i fondi pubblici destinati alla ricerca potrà decidere di sussidiare funzioni che si ritengano socialmente importanti, ma poco "commerciali", quali storia dell'arte o latino, analogamente ai sussidi offerti per mantenere attive le linee ferroviarie secondarie.
In molti casi la privatizzazione ha condotto a perdite di posti di lavoro. Penso che nessuno abbia dubbi che vi siano parti (geografiche, disciplinari e amministrative) del settore universitario dove licenziamenti siano necessari e salutari. Tra le condizioni per la vendita, ai potenziali compratori si potrà richiedere di specificare piani per l'occupazione (uso del pre-pensionamento, Tfr aggiuntivi e così via). Il principio generale, però dovrà essere che quello della perdita dei posti di lavoro è un problema meno serio che in molte privatizzazioni passate. In primo luogo, i confronti internazionali suggeriscono che in Italia il settore è troppo piccolo, non troppo grande: entro dieci anni dalla sua privatizzazione il settore universitario italiano impiegherebbe più personale, non meno. In secondo luogo, se un ateneo venisse chiuso, gli ex-dipendenti faranno meno fatica a trovare un nuovo lavoro di minatori o macchinisti di treno. Un bidello, un segretario, una direttrice di un ufficio amministrativo hanno più flessibilità. Se un ateneo chiudesse i suoi professori più interessati all'insegnamento potranno lavorare nelle scuole secondarie, quelli più interessati alla ricerca in altri atenei, in Italia o all'estero.
Le università private, ovviamente, si gestiranno come preferiranno, nel rispetto della legislazione vigente sui diritti dei lavoratori e dei consumatori, sulla salute pubblica, eccetera. Esattamente come i produttori di motociclette e trattori, o i ristoranti: se un ristorante vuole far pagare 100 euro a persona e offrire un menu da gourmet, ha diritto di esistere quanto la trattoria per camionisti che fa cucina casalinga per 8 euro incluso. E non è affatto detto che il primo sia migliore o più desiderabile del secondo. Se un ristorante vuole offrire solo pesce e un altro solo cibo vegetariano e macrobiotico potranno farlo liberamente; l'analogia con l'offerta universitaria è ovvia. L'esempio del ristorante illustra un'altra istituzione che potrebbe facilmente sorgere in un mondo di istruzione terziaria privata: un ente, anch'esso privato, che fornisce la certificazione delle università, come la guida Michelin per i ristoranti, classificandoli e descrivendoli agli studenti e ai datori di lavoro.
I futuristi volevano vendere i tesori nazionali per finanziare la guerra. Sarebbe stata la perdita perenne di un patrimonio culturale inestimabile, per un beneficio che adesso siamo in grado di valutare come illusorio. Al contrario, la mia proposta, oltre a ottenere un beneficio monetario immediato, porterebbe alla valorizzazione nel lungo termine del patrimonio e della tradizione culturale italiani. Ma, come per i futuristi, temo che la mia idea resterà tale, e non verrà mai messa alla prova dei fatti.

(1) Vedi, rispettivamente: gsb.uchicago.edu/corp/confcenter/barcelona/index.aspx, www.nottingham.edu.cn/, www.jhubc.it/.

 
Università, privatizzazione e fantascienza, di Nicola Lacetera e Francesco Lissoni

Lavoce.info ha recentemente pubblicato un intervento del Gianni De Fraja, riguardante le sorti dell’università italiana, dall’eloquente titolo "Privatizzazione, la parola magica" . L’articolo contiene inesattezze e omisisoni, che crediamo vadano segnalate ai lettori con il dovuto dettaglio, anche in considerazione del dibattito suscitato dall’articolo.

Dimensione minima e costi

Si afferma nell’intervento che la dimensione minima efficiente di un ateneo (quella cioè che consentirebbe allo stesso di ottenere i minori costi medi) è relativamente piccola. In virtù di questa piccola dimensione, in Italia vi sarebbe quindi "spazio per un numero di atenei di dimensione efficiente tra i 50 e i 200" e dunque per un mercato concorrenziale. Da qui, la (presunta) efficacia di una possibile privatizzazione.
È molto complicato stimare i costi di produzione di una organizzazione, e a maggior ragione di una organizzazione complessa e altamente differenziata come una università. Da dove vengono quindi questi calcoli? Certo, non c’è spazio per riportare i dati in un breve articolo, ma almeno andrebbero indicate le fonti, se ve ne sono.
Sarebbe poi opportuno spiegare in che modo è misurata la dimensione minima efficiente, in numero di studenti? Si considerano i costi fissi per la ricerca, ad esempio i laboratori? In questo secondo caso, si potrebbe argomentare che la dimensione minima efficiente delle università non è affatto piccola: a differenza di quanto accade nelle scienze sociali, infatti, la ricerca nelle scienze naturali, ingegneristiche e mediche è nota proprio per gli elevati costi fissi. (1)
Il discorso è diverso se si vuole che il compito di una università sia solo quello di insegnare. In questo caso, i costi fissi sarebbero in effetti più bassi e gli atenei di piccole dimensioni potrebbero essere efficienti. Ma deve essere questo il destino delle università italiane? Gli esempi della università di Chicago e della Johns Hopkins University e dei loro "acquisti" di scuole estere, citati da De Fraja, sono eloquenti.
L’università di Chicago ha due campus all’estero: uno a Singapore, l’altro a Londra (per la cronaca, quello di Barcellona – citato da De Fraja - non c’è più, se non per conferenze). Nessuno di questi ospita un dipartimento di scienze naturali, medicali o ingegneristiche, né svolge alcuna attività di ricerca; entrambi si concentrano sulle sole attività di insegnamento, in particolare quelle offerte dalla Business School, le più lucrative e legate al "brand" dell’università stessa.
Il "Bologna Center" della Johns Hopkins University riguarda solo (alcune) scienze sociali, e, di nuovo, è un luogo di didattica e non di ricerca. Molti dei docenti non sono di ruolo: si tratta o di professori di altre università, come Stefano Zamagni e Gianfranco Pasquino, o di non accademici, come il cantautore Francesco Guccini. Le sedi centrali di Johns Hopkins University e dell’università di Chicago, invece, sono di grandi dimensioni, e sono tra le più orientate alla ricerca nel mondo.
Ricordiamo inoltre che alcune delle migliori università americane, nell’ambito della ricerca e dell’insegnamento, sono pubbliche. Si pensi al sistema delle università della California (Berkeley, ad esempio) o del Texas. Anche nelle università private americane, poi, gran parte dei fondi per la ricerca sono pubblici e provengono da numerose agenzie, statali e federali. (2)

Le omissioni

In aggiunta alle inesattezze empiriche, ci sono nell’articolo del professor De Fraja alcune omissioni concettuali fondamentali.
Da circa quarant’anni, le imperfezioni informative sono alla base della moderna scienza economica. La definizione di un prezzo, e l’esistenza stessa di un mercato per un certo bene o servizio, possono essere limitate o venir meno perché o il venditore o l’acquirente hanno diversi gradi di informazione sulla qualità del bene o servizio trattato. Queste "asimmetrie informative" sono ormai riconosciute come pervasive in molti mercati, tanto è vero che sono discusse in tutti i moderni testi di microeconomia e sono valse a George Akerlof, Joe Stiglitz e Michael Spence, gli economisti che, tra i primi e più di tutti, ne hanno trattato, il premio Nobel del 2001.
I due mercati a cui potrebbe affacciarsi l’università - insegnamento e della ricerca - sono afflitti più di ogni altro da questi problemi: i clienti di questi mercati (gli studenti e le loro famiglie; o gli sponsor delle ricerche) hanno poca possibilità di conoscere la qualità del servizio per cui pagano prima di averlo consumato; e troverebbero difficile dimostrare (ad esempio davanti a un tribunale amministrativo) di aver ricevuto un servizio di valore inferiore a quello promesso al momento dell’acquisto. Le informazioni da cui desumere la qualità del servizio prima dell’acquisto, infatti, sono difficilmente comprensibili a chi non sia esperto e facilmente manipolabili da chi lo è (e vende il servizio stesso). Si pensi ai voti degli studenti, alla valutazione dei docenti, al numero di pubblicazioni o di brevetti. Sono tutti indicatori parziali, che, se usati come base per transazioni di mercato, spingerebbero i docenti-ricercatori a compiere con negligenza, o a non compiere affatto, le attività più difficili da valutare: per esempio insegnare agli studenti meno dotati, piuttosto che a quelli più brillanti. Addirittura potrebbero essere intraprese attività illegali o immorali tese a falsare gli indicatori, come modificare i voti degli studenti o la frode scientifica.
In un recente articolo, Daron Acemoglu (fresco vincitore della Clark Medal come miglior giovane economista attivo negli Stati Uniti), Michael Kremer e Atif Mian trattano proprio di questi temi. (3)
E in un libro che i lettori de lavoce.info troveranno certamente di facile e piacevole lettura, Steve Levitt (il precedente vincitore della stessa Clark Medal) commenta i suoi studi su quei docenti (americani) che, poiché remunerati in base al rendimento dei loro studenti in test standardizzati, sono stati colti a "passare" i risultati dei test ai loro studenti, o a cambiare le loro risposte. (4) Si veda anche la lunga lista di problemi, legati ad un’eccessiva esposizione al mercato, da cui è afflitta l’istruzione universitaria negli Stati Uniti, di cui offre una vivace sintesi l’attuale presidente di Harvard, Derek Bok. (5)
Davvero pensiamo che i compratori, in un mercato così complesso e incerto, e con la reputazione di cui oggi gode l’università italiana, accorrerebbero in massa? Che la domanda sarebbe sufficientemente ampia per consentire la sopravvivenza di un numero elevato di atenei, tutti di qualità dignitosa? Il professor De Fraja ci permetta di dubitare e di mettere in guardia il lettore; oppure porti qualche esempio convincente da altre realtà.
Chi scrive non ha nessuna avversione di principio alla privatizzazzione di qualsivoglia servizio pubblico. Tuttavia, il nostro mestiere ci impone di rifuggire sia dalle "parole d’ordine" che dalle "parole magiche". Non dobbiamo mai scadere nella ideologia o anche solo nella "fantascienza", per usare la terminologia con cui De Fraja presenta le sue proposte. Più di altri, il tema dell’università italiana è troppo complicato e importante per rinunciare a questo approccio.

 

(1) A questo proposito rimandiamo il lettore alla rassegna di Paula Stephan "The Economics of Science", Journal of Economic Literature, 1996.
(2) Si veda, ad esempio il conto economico dell’università di Harvard, a pag. 31 del suo
rapporto annuale.

(3) "Incentives in Markets, Firms and Governments", disponibile sul sito web del National Bureau of Economic Research (www.nber.org) e di prossima uscita sul Journal of Economic Behavior and Organization.
(4) Steve Levitt e Steve Dubner, Freakonomics, William Morrow Publ., 2004
(5) Bok D. (2004), Universities in the Marketplace: The Commercialization of Higher Education, Princeton Univ. Pres

 
Il ringraziamento dell'autore

Ringrazio Nicola Lacetera e Francesco Lissoni per il loro commento. Mi fa piacere che la mia proposta sia presa in seria considerazione, perche', ritengo che più ampio sia il dibattito sui mali del sistema universitario italiano meglio sia.
Possiamo discutere sulle critiche che mi fanno (che, naturalmente, non necessariamente condivido ne' accetto), ma spero di poterlo fare in una sede piu' opportuna, in un dibattito piu' strutturato, nel prossimo futuro, in qualche occasione.
Colgo anche l'occasione per ringraziare, oltre a Lacetera e Lissoni, tutti coloro che hanno commentato il mio articolo. L'effetto piu' deludente che temevo di poter ottenere era quello di essere ignorato. Se il mio contributo può servire a stimolare un dibattito, sono davvero contento, anche di essere criticato.