
L'accordo sottoscritto col Governo la scorsa settimana dovrà essere rivisto alla luce delle nuove ipotesi di ristrutturazione dell'impresa. Rimangono, tuttavia, alcuni punti fermi, su cui è utile ragionare. Primo, l'accordo si basa su un presupposto fondamentale, spesso perso di vista nelle frenesie delle scorse settimane: non è possibile risolvere la crisi della Fiat senza tagli all'occupazione. 8.000 lavoratori sulla strada sono un dramma vero, ma salvare ad ogni costo il loro lavoro mette a rischio tutti i 36.000 lavoratori della Fiat in Italia. I sindacati, non firmando l'accordo, hanno segnalato di non percepire il problema. La proposta di mantenere occupazione e capacità produttiva, costringendo la Fiat a limitare i tagli in cambio di denaro pubblico è una follia molto costosa. Una follia neppure giustificabile dai gravi errori di gestione passata del gruppo.
L'integrazione inevitabile
Secondo, sia che si mantenga la vecchia ipotesi di un accordo con GM, sia che si divida Fiat Auto da Alfa e Ferrari, l'unica soluzione possibile del problema Fiat sarà l'integrazione (almeno produttiva, se non azionaria) con uno o più grandi case automobilistiche straniere. Firmato l'accordo della scorsa settimana, e qualunque cosa si decida in questi giorni, la sola, vera domanda che i protagonisti di questo dramma devono porsi è: come ottenere tecnologie, capitali e mercati stranieri facendo lavorare braccia e teste italiane? Incominciamo dalle braccia: preservare e creare posti di lavoro.
In uno dei momenti più difficili della trattativa, ad un certo punto è girata la notizia risibile e rapidamente smentita che la Toyota fosse interessata agli impianti di Termini. Immaginate che la Toyota decida effettivamente di aprire un impianto in Sicilia. Immaginate poi che mentre la Toyota sta mettendo a punto il suo piano di investimento esploda la vertenza Fiat. Diventerebbe allora evidente quanto sia difficile e costoso disinvestire da un impianto siciliano. Che farebbe a quel punto la Toyota? Probabilmente rinuncerebbe all'investimento. La possibilità di spostare rapidamente i propri investimenti è un elemento fondamentale delle scelte delle multinazionali. Ma non c'è bisogno di essere una multinazionale per ragionare in questo modo. Chi comprerebbe una casa sapendo di non poterla rivendere? Se il nuovo piano prevede effettivamente un ingresso immediato dei partner stranieri, avremo presto prova di cosa Volkswagen e GM avranno intenzione di fare in proposito.
Strategie di occupazione flessibili
Paradossalmente per attrarre nuovi investimenti anche in aree socialmente sensibili è necessario garantire costi bassi di disinvestimento. La posizione dei sindacati e di gran parte del mondo politico, la trattativa estenuante per la concessione dello Stato di crisi e la riluttanza del Governo ad accettare i tagli occupazionali non hanno aiutato: anzi, hanno alimentato la percezione che i costi di disinvestimento siano molto elevati nel nostro paese, scoraggiando nuovi investimenti.
In proposito è emblematico il caso, per fortuna opposto a quello della Fiat, dell'impianto della Michelin a Spinetta Marengo in provincia di Alessandria. Un paio di mesi fa, gli operai di Spinetta Marengo non hanno accolto la richiesta della Michelin di lavorare due domeniche per far fronte alla crescente domanda di pneumatici (Cfr "Il Sole 24 Ore", 18 ottobre 2002). La Michelin ha dichiarato che il mancato accordo pregiudicherà futuri e già previsti investimenti ed assunzioni nell'impianto piemontese. La multinazionale francese preferisce investire in impianti che diano maggiori garanzie di flessibilità.
Ma cosa ce ne facciamo di investitori così volubili? Chi non ricorda la fuga precipitosa della BMW dagli impianti Rover in Gran Bretagna? In realtà dobbiamo distinguere tra rapidità ed entità dell'aggiustamento. Anche se le multinazionali reagiscono più in fretta a modifiche delle condizioni di mercato, i loro impianti hanno spesso una migliore capacità di sopravvivenza delle imprese nazionali, in quanto sono in genere più grandi e più efficienti. Inoltre, offrono condizioni di lavoro migliori: salari più elevati e più formazione. Dunque, un investitore straniero richiede flessibilità, ma crea posti di lavoro duraturi e di migliore qualità. Se deve decidere dove aprire un nuovo impianto, preferirà il paese che a parità di altre condizioni permetta di attuare strategie di occupazione flessibili ad un costo più basso.
La ricerca come volano di una possibile rinascita
Veniamo ora al problema di mantenere la testa pensante dell'industria automobilistica in Italia. Di nuovo, sarà così solo se converrà a chi domani produrrà automobili in Italia. Torino ha un enorme patrimonio di competenze tecniche e ingegneristiche nel campo dell'automobile: la componentistica, i grandi carrozzieri, un nuovo corso di laurea del Politecnico in Ingegneria dell'automobile. Per mantenere la testa dell'automobile in Italia bisogna investire e rafforzare il patrimonio di questo indotto. Un indotto che molto difficilmente può essere trasferito e ricreato altrove.
I provvedimenti a sostegno della ricerca e dell'innovazione previsti dall'accordo tra Fiat e Governo sono un passo importante in questa direzione. Questi incentivi hanno una valenza che va ben oltre l'industria dell'automobile. L'Italia ha un deficit cronico di investimenti in ricerca e una buona strategia per ridurlo è proprio rafforzare i centri di eccellenza esistenti.
L'ipotesi di separare il polo del lusso dalle attività tradizionali della Fiat è un rischio da questo punto di vista, in quanto si potrebbero perdere molte delle competenze tecnologiche e delle possibili sinergie tra le diverse attività del gruppo. Se il polo tecnologico non ha dimensione sufficiente e competenze articolate, sarà purtroppo destinato a scomparire.
In conclusione, gli operai della Fiat hanno ragione di protestare, la loro tragedia è il risultato di gravi errori di cui non sono in alcun modo responsabili. Ma la strumentalizzazione della loro protesta scoraggia nuovi investimenti e aggiunge al danno della perdita del posto di lavoro la beffa di pie illusioni. Comunque, pare che il tempo delle illusioni sia destinato a finire molto presto.