
Tutti invocano maggiore qualità dei sistemi di tutela della salute e, insieme, il rispetto della compatibilità economica. Molti sono convinti che l’obiettivo possa essere perseguito tramite sistemi di responsabilizzazione a tutti i livelli, stimolati e verificati da una più elevata competitività, ossia dal confronto con altri soggetti che fanno le stesse cose o svolgono le stesse funzioni. Convinzione questa che va almeno approfondita anche alla luce di quanto afferma Michael Porter, il guru del management di Harvard, uno dei più decisi sostenitori della funzione positiva e della forza trainante della competizione.
Il modello Usa e la competizione
Secondo Porter nel modello Usa di erogazione dei servizi sanitari, largamente privato e basato sulla competizione, i costi sono cresciuti rapidamente ed eccessivamente negli ultimi anni, l’accesso ai servizi è limitato (per una significativa parte della popolazione), i pazienti sono insoddisfatti.
"Che cosa c’è di sbagliato?" si chiede Porter. "Gli Usa hanno il tipo sbagliato di competizione", è la sua risposta. Dopo un articolo apparso nel giugno 2004 su Harvard Business Review, il concetto è stato sviluppato nel recente libro scritto con
Lezioni per l’Italia
Mentre si discute della legge Finanziaria (che cerca di contenere l’espansione della spesa sanitaria), del nuovo accordo Stato-Regioni (che introduce elementi di maggiore responsabilizzazione di entrambi gli attori) caratterizzato dal New Deal della salute lanciato dal ministro Turco (che si propone di dare un nuovo impulso e indirizzo progettuale e strategico al sistema), con forti e non sopite polemiche contro l’aziendalizzazione e sul rapporto professionisti-manager, sembrano particolarmente utili alcuni indirizzi che emergono dal libro che, è bene ripeterlo, è scritto da "guru dell’impresa, del mercato e della competizione globale".
Il sistema, sostengono gli autori, può essere riformato tramite un processo "dal basso all’alto": "non richiede un approccio top down, un big bang (cambiamento radicale), una modificazione della regolamentazione del governo federale o dei singoli Stati". Applicato in Italia, ciò vuol dire mettere in guardia contro la tentazione di aprire una nuova stagione di modifiche delle leggi nazionali e regionali e invece privilegiare azioni che facciano leva sulla ricostruzione di nuovi rapporti di fiducia tra pazienti e medici (Porter parla di joint venture), tra medici e manager, nonché sulla valorizzazione dell’autonomia delle aziende che vanno responsabilizzate sulla loro capacità di "creare condizioni favorevoli per nuovi rapporti medici-pazienti, valore finale per i pazienti". Lo possono e lo devono fare creando e razionalizzando i processi amministrativi (deburocratizzazione), e coordinando processi assistenziali e amministravi.
Realizzare, o imporre come ha già fatto il Massachusetts, l’assicurazione "universale" (copertura universale), sostengono Porter e Teisberg "non è solo corretto (ed equo) sul piano sociale, ma è anche il solo modo per attuare veramente un sistema che produce un alto valore per i singoli e per la globalità dei pazienti. Oggi negli Usa, quando si ammalano trattiamo le persone non assicurate con modalità a elevato costo, mentre si potrebbero ottenere rilevanti risparmi garantendo la prevenzione e la cura della persona malata, non delle singole patologie".
Certamente, nemmeno un guru del management ha la verità in tasca, ma il fatto che Porter e Teisberg della Harvard Business School propongano un tipo di competizione all’interno di un sistema di "copertura assistenziale universale" (con assicurazioni obbligatorie come nel Massachusetts), che non separi l’assistenza di chi può pagare prestazioni a elevati costi direttamente o tramite assicurazioni private facoltative da chi non può pagare, dovrebbe indurre a evitare nel nostro paese soluzioni semplicistiche e due errori di segno opposto. Il primo è pensare che la copertura universale richieda regole o indirizzi centralistici (da parte dello Stato o da parte delle Regioni) che non sono compatibili con l’autonomia e la competizione delle aziende sanitarie, ospedaliere, private e pubbliche. Il secondo è pensare che la competizione sia di per sé la soluzione: occorre applicare, come alcune Regioni già fanno da anni, sperimentare e affinare (sul piano delle teorie e delle applicazioni) forme di competizione che non riproducono gli effetti negativi riscontrati negli Stati Uniti.