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Lance spezzate e scudi fiscali

di Carlo Cottarelli 09.12.2002
Durante un recente convegno organizzato a Boston dall’associazione degli studenti italiani MBA all’estero, il premio Nobel per l’Economia Franco Modigliani ha nuovamente spezzato una lancia a favore dei cittadini che pagano le tasse, contro “i furbi” che le evadono.....

Durante un recente convegno organizzato a Boston dall'associazione degli studenti italiani MBA all'estero, il premio Nobel per l'Economia Franco Modigliani ha nuovamente spezzato una lancia a favore dei cittadini che pagano le tasse, contro "i furbi" che le evadono. È però recente anche la notizia di un interessamento dell'ECOFIN (il Consiglio dei Ministri delle Finanze dell'Unione Europea) allo scudo fiscale introdotto in Italia nel settembre 2001 per favorire il rientro dei capitali detenuti all'estero. Nella sostanza lo scudo è un condono fiscale e come tale ha comportato dei benefici per chi aveva evaso. A ben vedere, l'interesse dell'ECOFIN sembra motivato prevalentemente da fattori contingenti (relativi al contenzioso in corso con le autorità svizzere sullo scambio di informazioni fiscali sui depositi in Svizzera di non residenti). Ciò nondimeno, sembra questa una occasione appropriata per valutare in un'ottica più ampia gli effetti che lo scudo fiscale ha avuto in Italia. A mio giudizio i benefici di tale misura sono stati modesti e incerti, mentre i costi potrebbero essere elevati, soprattutto per la credibilità dell'amministrazione fiscale, e quindi per il gettito futuro.

Benefici dello scudo fiscale

Consideriamo innanzitutto i benefici. C'è stato un recupero di base imponibile. Lo scudo ha portato all'emersione di circa 60 miliardi di euro (4,5 percento del PIL). Il reddito da tali capitali sarà in futuro tassato. L'effetto sulle entrate annue è però minimo: all'aliquota del 12,5 percento (prevista sui redditi da capitale dalla riforma fiscale in corso), il gettito sarà inferiore ad un terzo di decimo di punto percentuale di PIL. Si noti anche che lo scudo consentiva l'anonimato fiscale dei beneficiari, impedendo così al fisco di ricevere informazioni utili all'emersione delle fonti di reddito che avevano generato il capitale detenuto all'estero. Ma il principale beneficio dello scudo sarebbe stato il rimpatrio di risorse che avrebbero sostenuto l'attività produttiva. Chiariamo i fatti. È indubbio che capitali per 60 miliardi hanno beneficiato della normativa sul rientro. Ma i dati di bilancia dei pagamenti non indicano un aumento netto dei flussi dall'estero nel primo semestre del 2002 (il periodo più direttamente influenzato dallo scudo) rispetto allo stesso periodo dell'anno precedente. Come mai? Certo, si potrebbe sostenere che, senza lo scudo, ci sarebbe stato un deflusso di capitali. Ma perché avrebbe dovuto esserci un deflusso? Senza scudo, gli altri paesi dell'euroarea non hanno perso capitali (e l'euro si è fortemente apprezzato in questo periodo).

È quindi più probabile che i capitali o non siano rientrati o, se sono rientrati, siano poi in una forma o nell'altra usciti di nuovo. Ciò non può sorprendere, per tre motivi. Primo, per beneficiare dei vantaggi dello scudo non era necessario rimpatriare i capitali: bastava dichiararli. È stato questo il caso di oltre un terzo dei sopra citati 60 miliardi. Secondo, un ipotetico Mario Rossi non era vincolato a mantenere in Italia i capitali rimpatriati: li poteva rimpatriare un giorno, e riesportarli il giorno dopo, senza perdere i benefici fiscali dello scudo. Terzo, anche nel caso in cui Mario Rossi avesse deciso di mantenere presso una banca italiana i capitali rimpatriati, questi avrebbero potuto defluire ugualmente. Le banche italiane investono in attività estere le disponibilità valutarie depositate presso di loro.

C'è da dire che anche in assenza di un afflusso netto di capitali, un effetto positivo potrebbe esserci. Mario Rossi potrà ora decidere di spendere in Italia le risorse prima immobilizzate all'estero. Ma questo influenzerebbe la sua spesa solo se non avesse avuto a disposizione altri fonti di finanziamento (redditi correnti, il decumulo di attività finanziarie già detenute in Italia o il prestito bancario). La rilevanza di questo effetto è perciò molto incerta.

Costi dello scudo fiscale

Passiamo ora ai costi. L'entità dello sgravio fiscale concesso a chi rimpatriava capitali è stato elevatissimo, specie nel caso in cui tali capitali fossero stati creati con redditi che avevano evaso il fisco. Mario Rossi (il nostro immaginario detentore di capitali all'estero) ha dovuto pagare all'erario il 2,5 percento del capitale rimpatriato, liberandosi così da ogni altra responsabilità fiscale fino ad un imponibile pari a tale capitale. L'importo pagato è all'incirca equivalente alla tassa sugli interessi maturati sul capitale detenuto all'estero per cinque anni. Ma Mario Rossi non ha dovuto pagare alcuna tassa sul capitale stesso. Il che significa una esenzione completa nell'ipotesi che tale capitale fosse stato frutto di una precedente evasione. Questo abbuono delle tasse evase scoraggerà il contribuente dal pagare tasse in futuro. Il pericolo è tanto maggiore in quanto la manovra fiscale per il 2003 ripropone non solo uno scudo bis, seppure con una maggiore penalità rispetto al 2002, ma anche vari concordati e sanatorie fiscali.

Le perplessità del Fondo Monetario Internazionale

Il Fondo Monetario Internazionale, nel suo rapporto sull'Italia pubblicato a fine ottobre, ha manifestato perplessità verso provvedimenti di questo tipo che premiano, e quindi rendono più attraente, l'evasione, con effetti negativi di lungo periodo per il gettito. L'evasione forza anche lo Stato ad imporre aliquote fiscali più elevate di quanto sarebbe necessario se le tasse le pagassero tutti. È un problema annoso, come ha ricordato Modigliani, verso il cui contenimento qualche progresso è pure stato compiuto in passato. Abbassare la guardia non può che ostacolare il conseguimento dell'obiettivo di ridurre le aliquote di tassazione ed il peso dello stato nell'economia. Un obiettivo che è parte essenziale del programma di Governo e che Fondo Monetario, OCSE e Commissione Europea hanno sovente indicato come indispensabile per accrescere il potenziale produttivo italiano.