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Non fa una bella figura l'Italia in tribunale

di Daniela Marchesi* 26.10.2006
La radice dell'inefficienza della nostra macchina giudiziaria non è nella carenza di risorse destinate al settore. La spesa pubblica dovrebbe essere razionalizzata, non aumentata. Alcuni segnali positivi vengono dalla riorganizzazione generale dei tribunali. Mentre restano tutti gli incentivi al processo lungo, che indebolisce la forza contrattuale della parte che ha ragione. La soluzione più efficace sarebbe stabilire un compenso a forfait per gli avvocati. Ma anche le novità introdotte dal decreto Bersani rischiano di essere presto vanificate.

Si è celebrata ieri la Giornata europea della giustizia civile e l’Italia ancora una volta si è presentata a testa bassa. All’inizio di ottobre il Consiglio d’Europa ha denunciato deficienze strutturali del sistema giudiziario italiano tali da minacciare lo Stato di diritto. Non è una novità, ormai da diversi anni l’Italia si posiziona nella visione di tutte le istituzioni internazionali nelle ultime posizioni per performance del settore giustizia. Non è solo la preservazione dello Stato di diritto a preoccupare: una giustizia civile troppo lenta ha un impatto negativo e rilevante sul grado di competitività del sistema economico.
L’inefficienza della giustizia civile italiana risiede in alcune carenze dal lato dell’offerta, ma anche in molte storture che interessano il lato della domanda.
Cosa si sta facendo per correggere le distorsioni?

Dal lato dell’offerta

L’ultimo rapporto Cepej, pubblicato all’inizio di ottobre, mostra nuovamente che le risorse pubbliche impegnate nel settore giustizia in Italia non sono scarse, ma sono in linea con la media di altri paesi dell’Europa a 15, che hanno però tempi dei processi di molto inferiori. Non è quindi in una carenza di spesa la radice dell’inefficienza della nostra macchina giudiziaria. Questa affermazione appare in contrasto con l’esperienza comune: si porta spesso all’attenzione pubblica il fatto che i tribunali non hanno risorse, al punto da rendere critico anche lo svolgimento delle attività quotidiane. Le denunce di disagio non sono, tuttavia, in contrasto con l’evidenza di una destinazione di risorse non esigua al settore. Emerge dai dati che è la composizione della spesa a risultare differente da quella degli altri paesi: la componente incomprimibile per l’Italia è molto alta. Il 77 per cento del budget dei tribunali è assorbito dalle retribuzioni dei magistrati e del resto del personale. Per l’Austria questo rapporto è del 55 per cento, per la Francia del 54 per cento, per Germania e Svezia del 60 per cento.
Differenze importanti si riscontrano anche nel livello degli stipendi dei magistrati. Mentre all’inizio della carriera la retribuzione dei nostri giudici è del tutto in linea con quella degli altri paesi, non è così per i livelli più alti. Fatta eccezione per la Svezia, rappresentiamo il caso in cui la progressione di stipendio con l’avanzare della carriera (dal livello iniziale a quelli del grado più alto) è maggiore: 3,2 volte, contro, ad esempio, il 2,4 dell’Austria, il 2,2 della Germania e l’1,7 dei Pesi Bassi. Inoltre, il fatto che tale progressione avvenga in Italia per anzianità e non per incarichi svolti, fa sì che la platea di soggetti che ne fruisce sia ampia. Le soluzioni per incrementare l’efficienza dal lato dell’offerta vanno, perciò, cercate più in una razionalizzazione della spesa e dell’organizzazione generale del settore, che in un aumento della quantità di risorse da impegnare.

Cosa si sta facendo

Le disposizioni contenute nella Finanziaria che tagliano gli incrementi stipendiali legati all’anzianità, ovviamente, non sono di per sé una soluzione: gli scatti di carriera oggi sono legati soltanto all’anzianità e quindi un taglio generalizzato riduce la spesa, ma non seleziona in alcun modo in favore dell’efficienza del servizio. Tuttavia, ha il pregio di porre il focus su una questione che va risolta. La riforma dell’ordinamento giudiziario, sia per le tormentate vicende parlamentari che la interessano, sia per il contenuto dei progetti che si profilano, non sembra ancora trovare la strada dei rimedi efficaci a questo problema.
Alcuni segnali positivi vengono invece dal lato della riorganizzazione generale dei tribunali. Il ministero della Giustizia intende operare tagli e accorpamenti in modo che tutte le strutture giudiziarie contino su un organico minimo di 14 magistrati. Si tratta di un intervento necessario, ma contenuto nella misura, a dispetto della vivacità delle proteste che si sono sollevate. Da analisi econometriche della Commissione tecnica della spesa pubblica e dell’Isae, ad esempio, emerge che, per il sistema italiano, sarebbe ottimale un minimo di 20 magistrati per tribunale, che il 72 per cento dei tribunali è attualmente sottodimensionato e che le performance della giustizia sono in passato migliorate in occasione di riforme che hanno aumentato la dimensione media dei tribunali. La produttività dei magistrati risulta aumentare al crescere delle dimensioni del tribunale in cui operano, per effetto di economie di specializzazione.

La situazione dal lato della domanda

La situazione dal lato della domanda appare anche più problematica di quella relativa al lato dell’offerta.
La combinazione delle regole del processo civile, di quelle che interessano la formula di determinazione dell’onorario degli avvocati, la lentezza stessa della giustizia, generano una serie di incentivi di comportamento distorti il cui risultato finale è di indebolire ampiamente la forza contrattuale della parte che ha ragione
. L’effetto è quello di gonfiare la componente patologica della domanda di giustizia civile e di intasare i tribunali producendo ulteriori allungamenti dei processi. Lo stato di debolezza contrattuale della parte che ha ragione pregiudica l’utilità di ricorrere a sistemi di incentivazione all’uso di forme di giustizia alternativa – le cosiddette Adr che hanno avuto successo in altri paesi, ad esempio in Inghilterra. La riforma più efficace consisterebbe nel sostituire l’attuale formula di parcella degli avvocati, basata su un sistema a prestazione, in una forma di compenso a forfait, e di consentire al legale di percepire una quota rilevante del compenso nel caso in cui una transazione tra le parti si raggiunga nelle primissime fasi del processo, come avviene in Germania.
Siamo molto lontani da questa ipotesi. Anche le novità introdotte dal decreto Bersani, che seppure non risolutive avviavano la strada a una riforma dei compensi, rischiano di essere presto vanificate. Una proposta di riforma della professione forense, trasversale, presentata qualche giorno fa al Parlamento
prevede che il sistema tariffario resti com’è, a prestazione, e che i minimi siano per molti casi ristabiliti.

 
Se gli avvocati prendono esempio dalla sanità, di Gilberto Muraro

Mi ritrovo perfettamente nella lucida analisi di Daniela Marchesi sulla crisi della giustizia civile in Italia e sui possibili rimedi, ma con un’avvertenza e un’integrazione.

Un’ipotesi da verificare

L’avvertenza riguarda la proposta di pagare gli avvocati a forfait. È un’idea che lanciai in un dibattito pubblico sulla giustizia a Padova nel 2003, senza con questo pretendere qualche paternità, perché la mutuai dall’economia sanitaria.
Da oltre vent’anni è stato introdotto in sanità, prima negli Stati Uniti e poi in buona parte del mondo, il pagamento agli ospedali basato sul sistema dei Drg (diagnosis related groups), proprio per evitare le terapie inefficaci e inutilmente prolungate derivanti da un sistema di pagamenti a piè di lista. Tutte le possibili malattie sono state raggruppate in circa 450 casi, e a ciascuno corrisponde un forfait. L’ospedale è così stimolato a diventare efficiente e a guarire presto. Evidente l’analogia con gli avvocati che agiscono all’insegna del motto "causa che pende, causa che rende". La mia avvertenza sta nel fatto che ci fu un colossale e pluriennale lavoro statistico alla base del sistema dei Drg e che l’analogia logica spinge a considerare la trasposizione di tale metodo al mondo della giustizia un’ipotesi degna di approfondimento, non un’ipotesi già verificata.
L’integrazione sta nell’altra idea che in quel dibattito trassi dall’economia sanitaria: l’idea di far dirigere il tribunale (che deve diventare un grosso tribunale, come invocato da Marchesi) da un direttore – giudice o altro professionista – scelto per le sue capacità manageriali, in analogia alla figura del direttore generale dell’Asl: senza che questo intacchi l’assoluta autonomia di analisi e giudizio del giudice, così come il direttore generale in sanità non riduce l’autonomia operativa del medico.
Mi è stato detto che è in corso una sperimentazione del genere in qualche tribunale. È il caso di accelerare esperimenti e conseguenti analisi e decisioni.

 
La controreplica di Daniela Marchesi

Le osservazioni del Prof. Muraro sono molto interessanti, ed è utile approfondire la riflessione su questi temi. E’ senza dubbio importante che un’eventuale trasformazione delle tariffe a prestazione in tariffe a forfait avvenga in modo accurato per evitare distorsioni. Il caso degli onorari degli avvocati italiani, però, ha caratteristiche più
favorevoli di quello citato, relativo alle cure sanitarie, e questo essenzialmente per due ragioni:
a) nel caso degli avvocati italiani non vi sono i problemi legati alla presenza di un terzo pagatore, come nel caso dell’assistenza sanitaria, perché nella generalità dei casi è direttamente il cliente e non un’assicurazione, o lo stato, a dover pagare il servizio. Questo rende molto meno distorto il funzionamento del mercato dei servizi legali rispetto a quello della sanità.
b) Nel caso della giustizia civile, che è quello di cui si parla nell’articolo, il cliente ha a disposizione un’ulteriore opzione con valore positivo, rispetto a quanto avviene nel caso della sanità, che è quella di non andare in giudizio e optare per una transazione con la controparte – mentre per il malato non curarsi evidentemente non è un’opzione con valore positivo -. Anche questo aspetto contribuisce a rendere il mercato dei servizi legali assai meno distorto di quello della sanità.
Per questo appare possibile delegare agli avvocati nel loro insieme di definire sulla base della loro esperienza un ammontare medio della tariffa a forfait per diverse tipologie di cause; valore medio che può servire da riferimento per varie ipotesi, come il mancato pagamento da parte del cliente, o per orientare il giudice nella condanna delle
spese della parte perdente. Diversamente da questi casi si può lasciare al singolo avvocato di praticare l’onorario del livello che crede, purché sia a forfait e reso noto in anticipo al cliente con un
preventivo.
Infatti, se il forfait venisse introdotto, poiché in questo settore, diversamente da quello sanitario, le spese non vengono di norma sostenute da un terzo pagatore, e poichè esiste la possibilità della via della transazione, gli avvocati, diversamente dal caso delle spese sanitarie, non avrebbero incentivo a "caricare" le parcelle.
Queste infatti sarebbero, diversamente da quanto accade ora, note in anticipo, in sede di preventivo: se gonfiate scoraggerebbero i clienti e li dirigerebbero verso un altro avvocato, o verso la scelta della transazione invece che della causa.