
È sorprendente che in questi giorni si continui a discutere di Tfr a due voci (Confindustria e Governo) e nessuno parli in nome del vero proprietario di quei soldi: i lavoratori. Il trattamento di fine rapporto è un prestito obbligatorio dei lavoratori alle imprese che dà un rendimento piuttosto basso se confrontato con gli andamenti dei mercati. Delle sorti del Tfr devono perciò decidere i lavoratori, non le imprese.
Chi protesta e chi tace
Il disegno di legge Finanziaria prevede attualmente di destinare il 50 per cento dei flussi di Tfr "inoptati", cioè non espressamente indirizzati dai lavoratori ai fondi pensione, ad un fondo per il finanziamento delle infrastrutture istituito presso la Tesoreria, che dovrebbe raccogliere 6 miliardi di euro.
Le imprese – a cui questo provvedimento sottrae gradualmente liquidità – hanno protestato vivacemente e subito. Fragoroso, invece, il silenzio del sindacato. Qualche voce di dissenso si è, in un secondo tempo, levata da Cisl e Uil, ma il compromesso poi raggiunto fra Governo e parti sociali, ignora una volta di più le esigenze dei lavoratori. Si è infatti deciso di circoscrivere il trasferimento del Tfr all'Inps solo alle imprese con più di cinquanta addetti, quelle che hanno meno problemi di liquidità: è una soluzione che può andare bene alle imprese, ma che crea asimmetrie ingiustificabili tra i lavoratori.
Il vero problema
Per effetto delle riforme pensionistiche dell’ultimo decennio, per i giovani i tassi di rimpiazzo (ovvero il rapporto tra prima prestazione pensionistica e ultimo salario) delle generazioni che vanno in pensione ora sono irraggiungibili, pur conteggiando trenta o quaranta anni di versamenti al Tfr. Questo perché la pensione pubblica offrirà un rimpiazzo del reddito da lavoro del 35-40 per cento nei casi migliori, contro l’attuale 65-70 per cento (1). L’unica via per coprire questo "buco" pensionistico è garantire, specialmente ai giovani, rendimenti più elevati all’accantonamento ora versato al trattamento di fine rapporto.
Quindi se c’è una discriminante da applicare nel decidere le sorti del trattamento di fine rapporto, non è certo quella della dimensione dell’impresa, ma semmai quella dell’età dei lavoratori: i più anziani possono anche lasciare che il Tfr rimanga in azienda (non ci piace l’idea di trasferire il debito dalle imprese allo Stato). Mentre per i giovani deve essere incentivato al più presto il trasferimento del Tfr ai fondi pensione.
Non c'è tempo da perdere
L'unico elemento positivo dell'accordo raggiunto ieri consiste nell'anticipazione al 2007 della possibilità di conferire il Tfr ai fondi pensione. E' un'occasione che non possiamo permetterci di perdere. I fondi pensione oggi in Italia amministrano un patrimonio inferiore a quello delle fondazioni bancarie. I giovani hanno bisogno di accedere a un ampio spettro di fondi pensione ad adesione collettiva. Sono quelli che permettono di contenere i costi amministrativi e di meglio distribuire il rischio fra i diversi aderenti. Ma perchè questo secondo pilastro offra prodotti adeguati ai lavoratori, bisogna che nuovi fondi pensione nascano e crescano e ci sia più competizione fra di loro.
Quindi lo smobilizzo del Tfr è un'occasione irripetibile per dare la possibilità ai giovani di diversificare il rischio, distribuendo i propri risparmi su diversi strumenti previdenziali. Il sindacato ha un ruolo molto importante nell'informare i giovani e nello spingerli a pensare al loro futuro.
(1) Si vedano le simulazioni di Gronchi e Sismondi in M.Messori (a cura di), La previdenza complementare in Italia, Il Mulino, 2006.
Si è finalmente raggiunto un accordo sul Tfr, ma a noi non sembra particolarmente migliorativo. L’intesa è senz’altro dovuta in parte al dibattito mediatico nato sulla questione del trasferimento dei flussi di Tfr inoptato. Il provvedimento inserito in Finanziaria, descritto da alcuni giornali e politici come "lo scippo del Tfr", è stato presentato come un intervento che danneggia le imprese o i lavoratori, o addirittura entrambi, e come una misura che non promuove, ma anzi ritarda, lo sviluppo della previdenza privata integrativa. Secondo noi, nessuna di queste affermazioni ha fondamento. Esaminiamo il provvedimento prima dell’accordo.
Il provvedimento non comporta alcun danno per i lavoratori
La Finanziaria prevede di utilizzare il 50 per cento dei flussi di Tfr inoptati per il finanziamento delle infrastrutture, invece che per il finanziamento delle imprese. Non c’è niente di forzoso rispetto al risparmio dei lavoratori dipendenti; spetta a loro decidere se e quanto destinare al fondo pensione, e solo la parte residuale viene trasferita, per il 50 per cento, all’Inps. Per i lavoratori, la situazione è di totale indifferenza: godranno degli stessi benefici previsti nel caso in cui optino per mantenere il Tfr in azienda.
Il provvedimento non comporta danni rilevanti per le imprese
Il Tfr costituisce oggi una fonte di finanziamento agevolato di cui le imprese godono grazie a fondi dei lavoratori. Il trasferimento all’Inps della metà dei flussi inoptati, comporterà dunque la necessità per loro di rivolgersi ad altre fonti di finanziamento. Posto che si parla di flussi che coinvolgono solo la metà dei fondi inoptati, è opportuno notare che in Finanziaria è previsto un incremento delle agevolazioni contributive in proporzione alla quota di Tfr dovuta, che quindi compenserà le imprese per il maggior costo ascrivibile al nuovo indebitamento bancario rispetto al tasso di remunerazione del Tfr.
Il ministro Padoa-Schioppa ha espresso la sua personale opinione sostenendo che questo meccanismo andrebbe abolito. Ci pare francamente difficile non condividere le sue parole: le imprese dovrebbero finanziarsi sul mercato e solo laddove esistano fallimenti del mercato nel sistema del credito, la mano pubblica dovrebbe intervenire per adottare gli opportuni interventi di correzione. L’unico potenziale danno potrebbe riguardare quelle aziende - tipicamente le microimprese – che risultano discriminate dal sistema creditizio. Bisognerebbe valutare con attenzione l’opportunità di un sostegno pubblico a imprese che non riescono a stare sul mercato dopo una minima sottrazione di liquidità. In ogni caso, però, è da rilevare come, per promuovere l’accesso al credito delle Pmi, siano molto più utili strumenti di sostegno quali i fondi di garanzia interconsortile, al cui rafforzamento mirano due disposizioni dell’attuale Finanziaria, che aumentano lo standing creditizio delle imprese di minori dimensioni, senza distorcere il vincolo costituito della disciplina di mercato.
Il provvedimento non penalizza la previdenza integrativa, anzi la favorisce
Alcuni sostengono che la Finanziaria danneggia la previdenza integrativa. Si tratta di un’affermazione priva di fondamento; il provvedimento infatti non toglie flussi ai fondi pensione, ma al più alle imprese.
In realtà, è vero esattamente il contrario: il provvedimento favorisce la previdenza integrativa, rispetto alla legislazione vigente, per due ragioni. Primo, perché anticipa al 2007 il meccanismo del silenzio-assenso, per cui in assenza di un’esplicita volontà del lavoratore il Tfr va al fondo pensione. Ricordiamo che lo slittamento del meccanismo al 2008 era stata la maggior critica mossa alla riforma Maroni.
In secondo luogo, perché con l’innalzamento delle aliquote sui rendimenti finanziari al 20 per cento, per la prima volta si crea indirettamente, rispetto all’investimento del risparmio privato, quel regime di fiscalità agevolata da sempre auspicato per dare slancio alla previdenza integrativa.
Quando poi si sostiene che lo Stato avrà in futuro l’incentivo a sabotare il decollo della previdenza complementare, perché incamera i fondi inoptati, si rasenta quasi il paradosso. Si tratta di un vero processo alle intenzioni, tutto da verificare. Tanto più che questa Finanziaria prevede per il 2007 uno stanziamento di 17 milioni di euro per promuovere adesioni consapevoli alle forme pensionistiche complementari. A meno che non si sia convinti che lo Stato spenda questi milioni per disinformare e sabotare la previdenza integrativa.
Si contabilizza un debito come fosse un’entrata. Sì, ma…
I fondi del Tfr sono debiti futuri che lo Stato dovrà ripagare al momento della liquidazione. Non di un’entrata si tratta, ma di un ulteriore debito pubblico. Questo è vero. Ma (i) stando al commissario Almunia sembra che l’Europa non sposi questa interpretazione, anche se l’ultima parola spetta ad Eurostat; (ii) è un debito che è più facile ripagare perché in parte si autofinanzia con nuove entrate ogni anno; (iii) le entrate pensionistiche del contributivo hanno la stessa natura, ma nessuno si è finora mai sognato di proporre di contabilizzarle come debito pubblico.
In conclusione
Insomma, da qualunque parti la si guardi, quella sul Tfr sembra essere solo una manovra del governo per aumentare le entrate, senza danni eccessivi. Se poi sia una misura efficiente sotto questo punto di vista, è un’altra questione, e il nostro articolo non vuole sicuramente difendere il provvedimento in senso assoluto.
Ciò che si vuole rilevare è invece il francamente stupefacente richiamo mediatico suscitato dal provvedimento, e, allo stesso tempo, l’elevato livello di disinformazione che lo ha circondato. Risultato: si sono avvalorate le richieste di Confindustria e si è obbligato il governo a contrattare. Decollo della previdenza integrativa e sviluppo di un mercato finanziario efficiente sono questioni fondamentali per la competitività del sistema industriale italiano. Posizioni preconcette non aiutano.
* Circolo di Libertà e Giustizia di Pavia
Ringraziamo Guido Ascari, Mattia Barosi e Antonio Malocchi per il loro contributo alla discussione. Per meglio informare i lettori, ci teniamo a chiarire che l'accordo prevede per le imprese con più di 50 dipendenti il
trasferimento all'Inps del Tfr che matura dal primo gennaio 2007 e che non sia stato conferito alla previdenza
integrativa. Per questo non concordiamo sulla neutralità per il lavoratore: un conto è poter scegliere tra lasciare il TFR presso l'impresa oppure versare il maturando a un fondo pensione; un altro è poter esercitare questa opzione
solo fra Inps e fondo pensione. L'Inps non è la stessa cosa che un'impresa.
C'è meno rischio di impresa (che era comunque in parte compensato da fondo di garanzia), ma c'è il rischio politico. Come tutti sanno, la politica interviene spesso per cambiare le regole. In secondo luogo, il governo deve
ancora decidere come incentivare fiscalmente il decollo dei fondi pensione e il fatto di essersi garantito flussi consistenti di Tfr non può che scoraggiare il governo dall'introdurre incentivi adeguati (a nostro giudizio
un regime che renda esenti i contributi e i rendimenti e tassi solo le prestazioni sarebbe preferibile). In terzo luogo, l'accordo riduce i tempi di scelta in quanto si ha tempo fino a gennaio per evitare che i flussi finiscano all'Inps, senza una adeguata campagna di informazione, che il governo ha pochi incentivi a fare promuovendo, come dovrebbe, i fondi pensione. Ed è infine molto difficile che i lavoratori vogliano poi passare dall'inps ad un fondo
pensione. Pensate che incubo dover monitorare i rendimenti di un pezzo di Tfr presso l'impresa, un altro presso l'Inps e un terzo presso un fondo pensione.
A proposito qualcuno ha pensato ai costi di dotare l'Inps di una amministrazione capace di gestire il Tfr? E' cosa ben diversa dai contributi previdenziali.