
E' innegabile: il protezionismo alimenta l'immigrazione. Quando si aggiunge a restrizioni nei flussi migratori regolari, il protezionismo genera immigrazione clandestina. L'Europa deve tenerne conto, soprattutto con un allargamento verso i paesi più poveri alle porte. Per contenere i flussi migratori, bisogna avere il coraggio di smantellare le barriere commerciali che tuttora proteggono l'Europa dalla competizione dei paesi d'origine degli immigrati.
Il dibattito attuale tra le due sponde dell'Atlantico
Gli Stati Uniti si sono appena fatti promotori, nell'ambito dei negoziati commerciali di Doha, di una proposta estremamente ambiziosa, volta ad abolire completamente tutti i dazi doganali sui prodotti manufatti. Con questa iniziativa gli Stati Uniti rilanciano il processo di liberalizzazione degli scambi internazionali e riprendono, dopo molte esitazioni, la leadership del negoziato commerciale. Non è la prima volta che gli USA svolgono un ruolo trainante in tale campo. Furono gli USA a insistere, con un'ostinazione giudicata irritante dagli europei, affinché la precedente tornata di negoziati commerciali includesse una riduzione consistente delle barriere che gravano sugli scambi di prodotti agricoli. Ancora oggi sono gli Stati Uniti che tornano a chiedere che questo tema continui a figurare in maniera prominente nel nuovo negoziato di Doha. Analogamente, anche nel campo degli accordi regionali, è dagli Stati Uniti che è venuto il primo accordo di piena integrazione commerciale con un paese in via di sviluppo, il Messico, nell'ambito del NAFTA.
Il contrasto con l'Europa è emblematico. Il nostro continente sembra incapace di formulare una proposta di negoziato che superi lo scoglio del protezionismo agricolo. Anche le proposte, piuttosto modeste, formulate dalla Commissione suscitano reazioni di intemperanza fra i ministri agricoli dell'Unione. Impegnata nel processo di allargamento, inceppata dai suoi stessi contorti meccanismi decisionali, timorosa delle possibili ricadute sul mercato del lavoro di una apertura verso i paesi del Terzo Mondo, l'Europa sembra avere rinunciato a svolgere un ruolo di primo piano nei negoziati dell'Organizzazione Mondiale per il Commercio, dimentica del fatto
che, come la storia insegna, il protezionismo non cura ma aggrava i problemi dell'economia.
Il legame tra flussi commerciali e flussi immigratori
I governanti europei sono assai più uniti nel loro proposito di chiudere le proprie frontiere all'immigrazione. Dalle politiche di asilo a quelle di ricongiungimento familiare alla concessione di permessi di lavoro, l'orientamento in Europa delle politiche di immigrazione è sempre più restrittivo. Vi è però un elemento schizofrenico in questo doppio tentativo di imporre, o mantenere, restrizioni sui flussi di commercio e su quelli di immigrazione. Anche in questo caso si trascurano le lezioni di molta storia che ha dimostrato che i due aspetti non sono slegati, ma al contrario che il processo di liberalizzazione degli scambi internazionali ha un impatto di tutto rilievo sull'immigrazione. In primo luogo, l'apertura agli scambi con l'estero è un fattore potente di crescita e di convergenza per i paesi più poveri. Si riduce così l'incentivo all'emigrazione: i lavoratori coreani non emigrano più nei paesi del Golfo. Più fondamentalmente, flussi migratori e scambi di beni rappresentano la manifestazione di uno stesso fenomeno: lo scambio dei servizi dei fattori produttivi. Importando un bene da un altro paese di fatto si importa anche il contributo del lavoro utilizzato per la produzione di quel dato bene. Con l'immigrazione invece si importano direttamente i servizi del lavoratore. Una politica di protezionismo commerciale chiude il primo di questi due canali e rischia così di esasperare la spinta a utilizzare il secondo. La protezione a favore di settori ad alta intensità di mano d'opera relativamente poco qualificata come l'agricoltura e l'abbigliamento penalizza le esportazioni e la domanda di lavoro nei paesi di partenza, rafforzando i fattori di spinta all'emigrazione. Da qualunque punto di vista si affronti il problema è difficile negare che il protezionismo commerciale alimenti la spinta all'immigrazione.
Questo dilemma fra protezionismo commerciale e desiderio di contenere il flusso di immigrati è ben presente ai politici americani. I dibattiti parlamentari su immigrazione e NAFTA misero in luce come la politica dei flussi migratori non dovesse essere definita indipendentemente da altre politiche, in particolare da quella del commercio con l'estero, con un forte impatto sulle migrazioni. Non a caso fu compiuta una scelta a favore di una piena liberalizzazione degli scambi commerciali con il Messico, nella consapevolezza del legame fra protezionismo commerciale e flussi migratori. Fu un presidente messicano, Carlos Salinas, a esprimere con la massima efficacia questo legame quando ricordò che il suo paese voleva esportare beni e non lavoratori.
La politica agricola europea è forse la migliore dimostrazione dell'incapacità del nostro continente di cogliere il legame fra strategie del commercio con l'estero e politiche dell'immigrazione. Proteggendo le nostre colture (gli agrumi, i pomodori) ad alta intensità di mano d'opera poco qualificata si incoraggiano i lavoratori dei paesi meno ricchi a emigrare in Europa (non a caso la quota di mano d'opera straniera è particolarmente alta proprio in agricoltura). Si rallenta inoltre lo sviluppo dell'agricoltura nei paesi di partenza con conseguenze deleterie su reddito e occupazione.
Si cerca talora di giustificare il protezionismo europeo con la difesa dei diritti dei più deboli. Andrebbe però ricordato che le politiche protezionistiche attuate in Europa tutto fanno eccetto proteggere i diritti dei più deboli. La Banca Mondiale ci ricorda che ogni bovino europeo riceve in media due dollari e mezzo di sussidi al giorno. Quasi tre miliardi di persone vivono oggi nel mondo con un reddito inferiore ai due dollari al giorno. Di quali diritti stiamo parlando ?