Nel "Patto per l'Italia" sottoscritto venerdì da Governo e parti sociali (ad eccezione della CGIL), la prima fase della riforma fiscale dell'imposta sul reddito (IRE) viene presentata come un provvedimento a favore delle famiglie con redditi più bassi. Vero? Legittimo nutrire non pochi dubbi in proposito. Vediamo perché.
Da quel che è dato sapere, la soglia di reddito al di sotto della quale si beneficia di una esenzione totale dovrebbe salire. Non si sa di quanto, presumibilmente si collocherà intorno a 7.000 euro. Al di sopra di tale soglia, si applicherà un'aliquota del 23 per cento fino a circa 31.000 euro di reddito annuo. Resteranno invariate, per ora, le altre aliquote. I vantaggi dovrebbero concentrarsi sui contribuenti con imponibili sino a 25 mila euro. Vi sarà -- novità rispetto alla legge delega -- una "specifica deduzione per lavoratori dipendenti e pensionati", proporzionata al reddito complessivo. Complicazioni amministrative in vista (e lavoro per commercialisti) per chi passa dal lavoro autonomo a quello dipendente o viceversa.
Le riduzioni di imposta più significative, per un lavoratore dipendente senza carichi di famiglia, si hanno per i redditi molto bassi e per quelli medi. Ad esempio, un individuo con un reddito di 8 mila euro (16 milioni di vecchie lire) potrà risparmiare circa 380 euro, il 4,5% del suo imponibile; un soggetto con un reddito di 30.000 euro dovrebbe risparmiare circa 640 euro di tasse, vale a dire poco più del 2 per cento del proprio reddito. Le riduzioni saranno più contenute per famiglie con redditi medio bassi e per i più ricchi. Ad esempio, un individuo con un reddito sui 15.000 euro, dovrebbe risparmiare 150 euro (l'1 per cento del proprio reddito).
Non è ancora chiaro che fine faranno le detrazioni per carichi familiari e per oneri deducibili (spese sanitarie, assicurazioni, ecc.). Il Patto fornisce solo pochi esempi numerici, riferiti a contribuenti senza carichi familiari, che non consentono quindi di apprezzare come verrà trattata la famiglia e il lavoro autonomo.
Il costo totale di questa operazione nel 2003, il primo anno di applicazione, è previsto in 5,5 miliardi di euro.
In questo quadro così (ingiustificatamente) incerto, una sola cosa è sicura: chi non avrà beneficio alcuno da questa manovra sono gli individui che ne hanno maggiore bisogno, vale a dire coloro il cui reddito è talmente basso da non pagare le tasse (i cosiddetti "incapienti", pari a circa il 14 per cento delle famiglie italiane).
Come nel caso di precedenti manovre di riduzione della pressione fiscale - ad esempio, quelle varate con le Leggi Finanziarie del 1999 e del 2000 -- questa riforma rischia di aumentare l'intensità della povertà, vale a dire la distanza nei livelli di reddito fra chi è povero e chi sta appena al di sopra di questa soglia di povertà. Per favorire davvero i più poveri non ci sono alternative a introdurre in Italia un reddito minimo garantito, un trasferimento che porti tutti - indipendentemente dalla categoria cui si appartiene -- ad avere un livello minimo di reddito. Il reddito minimo garantito esiste in 13 su 15 paesi dell'Unione Europea: le eccezioni sono la Grecia e, per l'appunto l'Italia. Nella passata legislatura, uno strumento simile -il cosiddetto Reddito Minimo di Inserimento - è stato introdotto sperimentalmente in circa 300 comuni italiani, garantendo in questi a tutti i cittadini un reddito di almeno 258 euro mensili. Estendere questo istituto a tutto il territorio nazionale costerebbe poco più di 3 miliardi di euro, vale a dire circa la metà dei costi (in termini di minori entrate per lo Stato) associati alla riforma fiscale. Ma non sembra questa la strada che il Governo intende seguire (Vedi articolo: Quando il Patto per l'Italia cancella il Reddito Minimo di Inserimento).