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Dobbiamo temere un nuovo shock petrolifero?

di Tommaso Monacelli 19.11.2002
Il prezzo del petrolio è di importanza cruciale nell’attuale economia mondiale. Il petrolio rimane infatti il bene più largamente commerciato nel mondo, .....

Il prezzo del petrolio è di importanza cruciale nell'attuale economia mondiale. Il petrolio rimane infatti il bene più largamente commerciato nel mondo, sia in volume che in valore. Dal punto di vista macroeconomico uno shock petrolifero ha effetti negativi perché stimola aumenti dei costi di produzione e deprime il prodotto aggregato. Si stima che aumenti del prezzo del greggio abbiano giocato un ruolo significativo in ben sette delle otto maggiori recessioni degli USA nel secondo dopoguerra. Non solo, il prezzo del petrolio è legato anche a quello di altri carburanti (in particolare gas naturale, carbone, elettricità) per quanto questi non siano dei sostituti perfetti. La ricerca economica recente mostra che rialzi del prezzo del greggio che seguono periodi di stabilità dei prezzi hanno un impatto molto più forte di aumenti che semplicemente correggono diminuzioni precedenti. Ecco perché aumenti inaspettati del prezzo del greggio in rapporto ad eventi "eccezionali" come una guerra sono molto temuti dagli economisti.

La crisi irachena porterà un nuovo shock petrolifero?
Coloro che disegnano i contorni più foschi dell'attuale crisi USA-Iraq non hanno esitazioni nel prevedere che l'escalation militare comporterà un nuovo shock petrolifero. Questo scenario sembra però essere già stato anticipato dall'amministrazione americana. In previsione di un possibile conflitto, già nel novembre del 2001 il Presidente Bush ordinò al Ministro dell'Energia, Spencer Abraham, di aggiungere più di cento milioni di barili alla Strategic Petroleum Reserve. Si stima che gli accantonamenti americani per la Riserva abbiano costituito più della metà della crescita della domanda di petrolio nell'ultimo anno. La Riserva ha una capacità di 700 milioni di barili. Potrebbe inondare il mercato con un'offerta di 4,2 milioni di barili al giorno. Questo compenserebbe ampiamente un eventuale calo dell'offerta da parte irachena (conseguente alla guerra) stimata in circa un milione di barili al giorno. L'Europa è ovviamente l'anello debole di questa catena: nel suo insieme non possiede neppure l'equivalente della Riserva Strategica americana.

I venti di guerra e le altalene dei prezzi del greggio
Nonostante l'intensificarsi dei venti di guerra in Iraq e l'aggravarsi della crisi mediorientale, il prezzo del petrolio è scivolato questa settimana al punto più basso degli ultimi cinque mesi. Che cosa è successo al "premio paura" che di solito è stimato in 5 dollari al barile? Non sarà invece che forze economiche di domanda e offerta stanno giocando il loro ruolo tradizionale?

Il primo dato rilevante è che i paesi OPEC (escluso l'Iraq) stanno attualmente producendo quasi 2 milioni di barili in più della loro quota. Di questi, un milione da parte dell'Arabia Saudita (forse in previsione di una possibile futura aggressione da parte irachena). Un altro milione di barili in eccedenza viene dalla produzione di Algeria, Qatar, Libia e Venezuela. Non solo. Anche l'Iraq ha aumentato di 350 mila barili la produzione in settembre, come parte di un accordo con le Nazioni Unite che monitorano la produzione irachena all'interno del programma "petrolio in cambio di cibo". Negli ultimi anni miliardi di dollari di investimenti nelle regioni non-OPEC (Russia, Mar Caspio, Golfo del Messico) hanno già prodotto un aumento di circa 2,6 milioni di barili al giorno nell'offerta mondiale.

In realtà prezzo del petrolio e ciclo economico si influenzano a vicenda. È istruttivo ricordare che dopo l'11 settembre il prezzo del petrolio è caduto fortemente per la paura di futuri scenari di recessione. Perciò in presenza di un deteriorarsi della situazione in Iraq non è difficile prevedere che avrà luogo un'iniziale salita del prezzo del greggio; successivamente però una possibile recessione internazionale non farebbe che deprimere i prezzi, nel perpetuarsi di un ciclo a cui oramai assistiamo da tempo.

 

I più esposti sono i paesi in via di sviluppo
La dipendenza delle economie OCSE dal petrolio è comunque diminuita rispetto agli anni ‘70. Da allora la quota del greggio nel totale dei beni di produzione è calata dal 13 al 4 per cento. Si dimentica spesso invece che i più colpiti da un eventuale shock petrolifero sarebbero i Paesi in Via di Sviluppo (PVS), vista l'importanza relativa che ancora riveste in questi paesi il settore manifatturiero. Nei primi anni settanta i PVS contavano per il 26 per cento della domanda mondiale di petrolio, mentre oggi contano per circa il 40 per cento. Si stima che le importazioni di petrolio conteranno per una quota del 22 per cento di tutte le importazioni dell'India nel 2002, rispetto al 15 per cento dello scorso anno. In Brasile (la settima economia del mondo, sull'orlo di una crisi economica e finanziaria) la percentuale di petrolio nel consumo totale di energia è del 50 per cento. Filippine e Tailandia importano dal resto del mondo rispettivamente il 96 e l'87 per cento di tutto il loro petrolio. Un altro fattore che rende i PVS molto vulnerabili ai rialzi del prezzo del greggio è la loro difficoltà a ricorrere ai mercati finanziari internazionali per diversificare tali rischi.

Ma le sorti di PVS e paesi industrializzati non sono poi così distinte. La dipendenza dal petrolio della Cina e dei paesi asiatici rimane più alta che nel resto del mondo. Rialzi bruschi del prezzo del greggio, deprimendo le importazioni di questi paesi, metterebbero a rischio i timidissimi segnali di ripresa della seconda economia mondiale, il Giappone.