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Un percorso verso la stabilità

di Tito Boeri e Pietro Garibaldi 26.03.2006
Non c'e' solo ideologia nelle piazze francesi. Come in Italia, i giovani temono di rimanere intrappolati in un mercato del lavoro parallelo, in una sequenza di contratti temporanei inframmezzati da periodi di disoccupazione. Ai giovani si dovrebbe prospettare un percorso di ingresso ai contratti permanenti senza grandi discontinuita' nel concedere tutele contro il rischio di licenziamento.
Un percorso verso la stabilità

La flessibilità del mercato del lavoro è oggi al centro del dibattito politico in Francia e in Italia.

La decisione del Governo francese di approvare un nuovo contratto di lavoro flessibile, che per i giovani lavoratori sotto i ventisei anni può essere rescisso in qualsiasi momento nei primi due anni, ha portato a dimostrazioni degli studenti che non si vedevano dal 1968. Nell’arena politica italiana, la flessibilità del mercato del lavoro è un tema sempre più importante nel dibattito che precede le elezioni del 9 aprile, a pochi giorni dal quarto anniversario della morte di Marco Biagi, il giurista del lavoro assassinato dai terroristi per le sue idee e per i tentativi di riformare il mercato del lavoro italiano.

 

Italia e Francia hanno molto in comune

 

La situazione in Italia e Francia ha molti tratti in comune. Entrambi i paesi sono storicamente caratterizzati da legislazioni sul lavoro tra le più rigide dei paesi Ocse. È molto difficile licenziare i lavoratori assunti con un contratto a tempo indeterminato, che spesso godono di un lavoro sicuro a vita. Negli ultimi dieci anni, entrambi i paesi hanno introdotto alcune riforme marginali del mercato del lavoro, che non hanno cambiato le regole che governano i contratti standard lavoro dipendente, ma hanno liberalizzato i contratti a termine e creato un ampio ventaglio di contratti flessibili, che permettono alle imprese di assumere nuovi lavoratori per un periodo di tempo limitato. Di conseguenza, la quota di lavoratori assunti con contratti flessibili è cresciuta in modo costante, raggiungendo il 13 per cento in Italia e il 10 per cento in Francia.

I nuovi contratti proposti da Dominique De Villepin sono coerenti con questa strategia. Il Cpe, (contratto di primo impiego) in particolare, è la quint’essenza della riforma marginale, perché consente alle imprese di assumere e licenziare liberamente i lavoratori più giovani, senza nessuna conseguenza sullo stock di lavoratori assunti a tempo indeterminato. Gli studenti delle manifestazioni parigine si autodefiniscono la “generazione Kleenex”, perché pensano di non avere nessuna sicurezza di impiego a medio termine, una volta che il contratto sia finito.

Non hanno tutti i torti. In Francia, il 50 per cento delle nuove assunzioni avviene con contratti flessibili. In Italia, l’ultimo bollettino economico della Banca d’Italia riporta che, anche nel nostro paese almeno il 50 per cento dei giovani lavoratori sono assunti con contratti a termine. Il tasso di conversione dei contratti a termine in contratti a tempo indeterminato è basso (circa il 10 per cento in un anno), e denota un alto rischio di segregazione per i giovani lavoratori assunti con contratti a termine. E vi è chi sostiene che la flessibilità dovrebbe essere cancellata, nonostante il buon andamento dell’occupazione in Italia negli ultimi dieci anni.

 

L’ingresso nei contratti a tempo indeterminato

 

Crediamo che il dibattito in entrambi i paesi stia prendendo una direzione sbagliata e pericolosa.

Se la discussione si trasforma in una battaglia intergenerazionale tra i “padri protetti già all’interno del sistema” e i “figli outsider” c’è ben poca speranza che in entrambi i paesi siano mai introdotte le necessarie riforme del mercato del lavoro: una alleanza tra giovani lavoratori e membri del sindacato avrà sempre la meglio. E poiché alcune delle preoccupazioni dei giovani lavoratori sono ragionevoli, siamo convinti che i politici di entrambi i paesi stiano commettendo degli errori.

Un piano di riforma di lungo periodo, ragionevole e credibile, dovrebbe offrire ai giovani lavoratori un “percorso verso la stabilità” ben definito. Oggi, una volta concluso il contratto a termine, non c’è nessuna prospettiva di lungo periodo. Il Cpe proposto dal Governo francese, dopo i due anni, è rigidamente regolato: è probabile che le aziende si dimostreranno riluttanti a trasformare improvvisamente contratti completamente flessibili in posizioni molto rigide. Dopo i primi due anni, l’esito probabile di molti di questi contratti sarà la disoccupazione, perché il costo di convertire i Cpe in contratti a tempo indeterminato è troppo alto.

Una politica più intelligente dovrebbe aspirare a promuovere un ingresso duraturo, anche se per tappe, nel mercato del lavoro stabile, con l’introduzione graduale di forme di protezione dell’impiego, in modo da evitare la formazione di un doppio mercato del lavoro di lungo periodo.

La protezione dell’impiego, nella forma di indennità di licenziamento, dovrebbe aumentare gradualmente, mentre si allunga la durata di un impiego presso un’impresa, senza grandi discontinuità. Tutto questo dovrebbe avvenire nell’ambito di un contratto a tempo indeterminato, uguale per tutti e certamente non differenziato per età. Perché a tutte le età (ad esempio dopo un periodo di maternità) si può avere bisogno di rientrare nel mercato del lavoro. Il modo con cui strutturare questo percorso di ingresso non può che variare da paese a paese. In Italia, ad esempio, riteniamo utile allungare il periodo di prova a sei mesi e poi prevedere un periodo di inserimento protetto da tutela obbligatoria contro il rischio di licenziamento e, al termine del terzo anno, il passaggio alle tutele oggi previste per i contratti permanenti. Al contempo, la durata massima dei contratti a tempo determinato dovrebbe essere ridotta a due anni.

Molto probabilmente i giovani lavoratori accetterebbero un percorso verso la stabilità all’interno del mercato del lavoro standard, in cui si parte da un contratto che non ha a priori limiti di durata e in cui si può legittimamente aspirare a rimanere a lungo, se la performance risulterà adeguata nelle mansioni che vengono chiamati a svolgere. Non sappiamo quanto un simile percorso di ingresso possa piacere ai sindacati. Se volessero opporsi, tuttavia, sarà chiaro a tutti che lo fanno per proteggere gli insider, e contro le aspirazioni delle giovani generazioni.

 
English version, a tenure track in the labour market

Labour market flexibility is taking centre stage in the policy debate in France and Italy. The French Government decision to approve a new flexible labour contract that can be terminated at will for two years for young workers aged below 26 led to student demonstrations not seen since 1968. In the Italian political arena, labour market flexibility is getting increasingly important in the policy debate ahead of the general elections due early in April. This month marks also the fourth anniversary of the assassination of Marco Biagi, a labour law scholar killed by the terrorists for his ideas and attempts to reform the Italian labour market.

 The situation in Italy and France has many common traits. Both countries are historically characterized by one of the most stringent labour market legislations among OECD countries. Workers hired under a permanent contract are very difficult to dismiss, and typically enjoy lifetime job security. Over the last ten years, both countries experienced a series of marginal labour market reforms, which did not change the rules governing standard employment, but liberalized fixed term contracts, and created a large array of flexible contracts, allowing firms to hire new workers on a temporary basis. As a result, the share of workers hired with flexible contracts rose steadily reaching almost 13 per cent in Italy and 10 percent in France.

 The new contracts proposed by Dominique De Villepin are very much in this vein. The CPE (Contrat Premiere Embauche), in particular, is the quintessential marginal reform, since it would allow firms to freely hire and fire young workers, without any impact of the stock of workers hired on an open-ended basis. The students demonstrating in Paris described themselves as the Klinex generation, since they feel totally unsecured about their medium term employment prospect once the proposed contract would expire. They have a point.  In France, 50 per cent of new hires is in flexible contracts.  In Italy, the last economic bulletin published by the Bank of Italy reported that also in our country almost 50 percent of young workers are hired under a temporary contract, and the rate of conversion of temporary contracts into permanent contracts is low (around 10 per cent per year) pointing to a high risk of segregation of young workers into flexible contracts. Some parties that will be represented in the Government that will likely rule Italy after the general election are claiming that this flexibility should be reversed, in spite of the strong employment performance of the Italian economy in the last 10 years.

 We feel that the debate in both countries is taking on a wrong and dangerous direction. Insomuch as the debate becomes an intergenerational fight between the “insider protected fathers” and the “outsider sons”, there is little hope that much needed labour market reforms will ever be introduced in both countries. A coalition between young workers and inside union members will always prevail.

Since some of the concerns of young workers are sensible, we believe that politicians are making mistakes in both countries. A sensible and credible long term reform plan should offer a clear “tenure track” prospect to young workers. Currently, there is no long term prospect after the expiration of a temporary contract. The CPE proposed by the French government is rigidly kinked after two years, and firms are likely to be reluctant to suddenly convert fully flexible contracts into fully rigid positions. The problem with the CPE is that job security provisions moves suddenly from very low to very high level as the second year is approached. The likely outcome is that most contracts will lead to unemployment after the first two years as the costs of converting them into permanent contracts is just too high. 

 A more sensible policy should aim at promoting permanent entrance in the permanent labour market in stages, introducing employment protection smoothly and avoiding the formation of a long term dual market. The contract should be open ended from the outset. Job security provisions, in the form of mandated severance payments, should be phased in gradually as workers acquire tenure without large discontinuities. Ideally, severance payment should increase very gradually week after week, so that firms would not face any dramatic discontinuity as the workers’ tenure increase. In practice, the implementation of this tenure track will have necessarily to rely on existing national regulations on standard contracts. In Italy, for instance, we envisage a 6 month probationary period, followed by an “engagement” period up to third year of tenure, in which the worker is covered against the risk of dismissal by severance pay lasting from 2 to 6 months. From the third year onward the current legislation would apply. We also propose to reduce the maximum duration of fixed-term contracts to two years as they should only be used when jobs are genuinely temporary. Young workers would likely accept the idea of a “tenure track” in the labour market, in which they can realistically aim at a long tenure, conditional on their performance on the job. Unions may like it less, but if they oppose it, it would be clear for everybody that they do it to protect the insiders and in opposition of the aspirations of the young generations.

 

Tito Boeri, Bocconi University and Pietro Garibaldi, University of Torino