Le firme sul "Patto per l'Italia" sono ancora fresche e già i firmatari si accapigliano sul suo contenuto. Che cosa è accaduto esattamente?
È accaduto quello che accade sovente nelle trattative sindacali: su di un punto le parti non si accordano e si sceglie di lasciare la questione irrisolta. Quando questo accade nella trattativa per la stipulazione di un contratto collettivo o nel dibattito parlamentare su di una nuova legge, tocca poi ai giudici trovare la soluzione. Nel caso del "Patto per l'Italia" la patata bollente viene rifilata al Parlamento, che dovrà tradurlo in legge.
Il Patto, però, prevede che le parti dopo tre anni esaminino i primi risultati dell'esperimento.
Sì; ma al termine della verifica le parti possono accordarsi per un nuovo intervento legislativo oppure no. Il Patto non dice se, in assenza di nuovi interventi legislativi, la deroga è destinata a restare in vigore oppure no.
Quali sono gli effetti che derivano da ciascuna delle due soluzioni?
Se in Parlamento prevarrà la linea preferita dal Governo, accadrà che, col passare del tempo, si consoliderà una situazione di doppio regime: tutte le aziende che avranno superato la soglia dei quindici dipendenti dopo l'autunno 2002 saranno esentate dall'articolo 18, mentre quelle che l'hanno superata prima resteranno vincolate. Mi sembra improbabile che la Corte costituzionale possa convalidare una disparità così rilevante. Comunque, l'incertezza circa l'esito della verifica costituzionale peserà non poco sull'effetto che il Governo si propone di conseguire, di incentivazione alla crescita delle piccole imprese.
Se invece prevarrà la linea di Cisl e Uil?
In quel caso, la norma avrà carattere temporaneo: fra tre anni cesserà automaticamente di produrre effetti, salvo che un nuovo intervento legislativo la renda permanente. Ma in questo caso l'effetto di incentivazione alla crescita delle piccole imprese si ridurrebbe a zero.
Un pasticcio politico e un pasticcio giuridico. Quale dei due è più grave?
Il pasticcio giuridico, come sempre, è destinato a dare nuovo lavoro agli avvocati: in questo senso, effettivamente, il Patto può creare nuova occupazione. Il pasticcio politico fa un danno peggiore: rafforza l'idea diffusa che il nostro diritto del lavoro non debba essere riformato.
Lo si poteva evitare?
Certo che si poteva. Ma sarebbe stato necessario che Cisl e Uil avessero il coraggio di proporre una riforma vera: questo avrebbe rafforzato anche quella parte della Cgil che non si riconosce nella parola d'ordine di Cofferati "l'articolo 18 non si tocca". E avrebbe potuto costituire la base programmatica per un rilancio dell'unità sindacale.
Quale avrebbe potuto essere una linea di riforma politicamente praticabile?
Cisl e Uil avrebbero potuto proporre di eliminare gli effetti assurdi dell'articolo 18, lasciando al giudice la valutazione se applicare la reintegrazione nel posto di lavoro (nel caso di licenziamento discriminatorio o antisindacale), oppure il risarcimento del danno, o entrambe le sanzioni, e ponendo un limite minimo e massimo al risarcimento; ma al tempo stesso di estendere la disciplina così riformata a tutte le imprese dai cinque dipendenti in su. È quello che accade oggi in Germania. Questa linea avrebbe costituito anche una risposta forte al referendum di Rifondazione tendente all'estensione dell'articolo 18, così com'è, alle piccole imprese.