
Le statistiche del mercato del lavoro si stanno normalizzando, e purtroppo il quadro che ne emerge non è roseo. Secondo gli ultimi dati dell’inchiesta delle forze lavoro, relativi al terzo trimestre del 2005, a una crescita economica stagnante corrisponde una crescita occupazionale pressoché nulla. Tra il 2001 e il 2004, l’incremento sostenuto dell’occupazione senza crescita economica ha rappresentato una vera e propria anomalia statistica e macroeconomica.
Il terzo trimestre
Vediamo i dati. Rispetto al terzo trimestre del 2004, i nuovi posti di lavoro sono stati 57mila, con una crescita pari allo 0,3 per cento su base annua. Se invece paragoniamo l’occupazione nel terzo trimestre rispetto al livello del secondo, si osserva addirittura una diminuzione. E la distribuzione geografica dei nuovi 57mila posti di lavoro è particolarmente preoccupante. Non solo aumenta il divario Nord-Sud, ma addirittura il Sud arretra. Nel Nord i nuovi posti sono stati più di 150mila, mentre nel Mezzogiorno sono diminuiti di quasi 90mila unità.
La diminuzione del tasso di disoccupazione, che ha raggiunto il 7,1 per cento, il livello più basso da più di un decennio, non può far sorridere, in quanto è collegata all’aumento del numero di inattivi, individui non più interessati al mercato del lavoro.
I perché di un repentino peggioramento
Per capire questo repentino peggioramento è necessario ricordare i due fenomeni che, almeno in parte, spiegavano l’anomalia macroeconomica dell’ultimo triennio.
Innanzitutto, gli immigrati. La regolarizzazione di lavoratori immigrati è stata assorbita lentamente dalle statistiche ufficiali del mercato del lavoro. Gli immigrati regolarizzati devono prima entrare nell’anagrafe dei residenti, e solo successivamente nel campione delle forze lavoro. Questo meccanismo ha determinato una crescita statistica collegata al lento rilevamento dei lavoratori immigrati regolarizzati. Il fenomeno è però "in via di attenuazione", come riconosce esplicitamente l’Istat.
La seconda spiegazione è più economica, ed è legata alla fine del periodo di "luna di miele" delle riforme marginali del mercato del lavoro, come evidenziato dai più recenti studi. Questo tipo di riforme, dal pacchetto Treu del 1997 alla legge Biagi del 2003, aumentano la flessibilità in entrata nel mercato del lavoro, ma lasciano inalterata la regolamentazione dei lavoratori protetti e "insider". Nel periodo post riforma, le imprese utilizzano la flessibilità per aumentare l’occupazione, mentre non hanno a disposizione la stessa flessibilità per diminuire l’occupazione, in quanto vincolati dallo stock di lavoratori "insider". Via via che questi ultimi lasciano la forza lavoro, l’effetto luna di miele dovrebbe attenuarsi. Gli ultimi dati sembrano coerenti con questa interpretazione.
La rilevazione Istat evidenzia anche un aumento impressionante del numero di lavoratori dipendenti, con un incremento pari a più di 430mila posti di lavoro, e una simultanea diminuzione del lavoro autonomo di più di 350mila posti. La dimensione del fenomeno è talmente elevata che potrebbe essere associata a un assestamento statistico della nuova inchiesta delle forze lavoro. Ad ogni modo, appare soltanto in minima parte legata alla conversione di lavoratori a progetto (ex co.co.co) in lavoratori a tempo indeterminato. Tra i lavoratori dipendenti l’incremento è principalmente legato a un aumento dell’occupazione dei lavoratori più anziani e a un aumento del part-time femminile nel Nord del paese.
Queste ultime sono le notizie più incoraggianti di un quadro che, altrimenti, resta deludente, come suggerisce la diminuzione a 57,4 del tasso di occupazione, ossia il rapporto tra occupati e popolazione in età lavorativa. Il famoso obiettivo di Lisbona, che prevede un tasso di occupazione pari al 70 per cento si allontana.
È evidente che nei prossimi anni ci sarà molto da fare anche nell’area del mercato del lavoro.