
Con l’avvicinarsi delle elezioni, il dibattito politico è destinato a farsi più acceso. La speranza espressa da più parti è che i due schieramenti spieghino ai cittadini le proprie ricette per affrontare i problemi del paese, così da consentire loro una decisione "informata" al momento del voto. Questa speranza poggia però su due ipotesi: che gli elettori riconoscano i problemi come tali e che la decisione di voto dipenda dalla validità delle proposte avanzate per risolverli. Purtroppo, viste le caratteristiche della società odierna, non è possibile assumere acriticamente le due ipotesi come vere.
L’informazione e la conoscenza
Secondo i più la "gente" conosce i problemi, anche perché li vive sulle propria pelle. A conferma di ciò si portano i risultati dei sondaggi che indicano come principali preoccupazioni dei cittadini il lavoro, la sicurezza personale, l’inflazione, eccetera.
Pochi però sottolineano il fatto che preoccuparsi per qualcosa non vuol dire necessariamente conoscere i termini del problema che genera quella preoccupazione. In effetti, indagini sul campo come quella condotta per gli Stati Uniti da Alan Blinder e Alan Krueger dimostrano come, anche in società avanzate, solo una quota limitata della popolazione conosca cosa accade nel proprio paese. Per esempio, i due autori mostrano come solo una parte degli intervistati mostri una conoscenza accettabile dell’andamento (o l’ordine di grandezza) di variabili macroeconomiche di cui si parla tutti i giorni sui mezzi di comunicazione, nonché di variabili rilevanti per la situazione individuale, quali le aliquote fiscali, i sussidi di disoccupazione, e così via. Molti dei disinformati dichiarano poi di non volere essere informati di più o meglio su come vanno le cose, il che porta i due ricercatori a concludere che non solo l’ipotesi di razionalità degli operatori economici è tutt’altro che scontata, ma che gran parte delle decisioni sono assunte sulla base di convinzioni puramente ideologiche o di messaggi trasmessi dalla propaganda politica (soprattutto attraverso la televisione).
Un tale risultato appare ancora più drammatico considerando la massa di informazioni che viene ogni giorno trasmessa ai cittadini dai vari media. Ecco allora che la considerazione di Albert Einstein "informazione non è conoscenza" si adatta perfettamente alle nostre cosiddette "società dell’informazione" e pone un problema di fondo sul funzionamento dei sistemi democratici.
Se, infatti, i cittadini non esprimono le proprie preferenze politiche sulla base di dati di fatto, se non giudicano i Governi uscenti sulla base dei risultati ottenuti o le opposizioni sulla base di proposte innovative, se basano le loro scelte sull’ideologia o la propaganda, possiamo ancora parlare di processo pienamente democratico? Analogamente, se un paese non trova una base comune di riferimento sulla situazione "reale" dell’economia e della società, come può un cittadino valutare la qualità dell’azione di una coalizione politica, forse in termini di numero di leggi approvate?
Gli strumenti di una "conoscenza condivisa"
Una possibile risposta a queste domande è la costruzione di strumenti volti ad accrescere la "conoscenza condivisa" di cui dispongono cittadini e forze politiche.
Alcuni paesi (Australia, Irlanda, Stati Uniti, paesi nordici) hanno avviato iniziative bipartisan per un monitoraggio della situazione economica, sociale e ambientale basato su un numero limitato di indicatori statistici, scelti attraverso un laborioso dialogo che coinvolge le coalizioni politiche, le parti sociali, l’accademia, i media, e pubblicati periodicamente dall’istituto nazionale di statistica.