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Università: spendiamo poco e male?

di Dino Rizzi 05.11.2002
In questi giorni i Rettori delle università italiane stanno facendo pressione sul Governo perché la legge finanziaria sia modificata in modo da non diminuire le risorse per le università .....

In questi giorni i Rettori delle università italiane stanno facendo pressione sul Governo perché la legge finanziaria sia modificata in modo da non diminuire le risorse per le università.

I Rettori hanno ampiamente dimostrato che il finanziamento previsto per il 2003 mette in seria difficoltà gli atenei, che non sarebbero più in grado di fornire l'attuale livello di servizi, e forse nemmeno di pagare il personale (si veda Calderini e Mario Calderini e Giuseppe Catalano).

In caso di ristrettezze finanziarie, è certo che le università pagherebbero prima di tutto gli stipendi, tagliando le spese relative alle attività meno necessarie: vale a dire la ricerca scientifica e i servizi agli studenti.

Spendiamo poco per l'Università?

E' noto da tempo che l'Italia spende per il sistema universitario molto meno (in termini di percentuale sul PIL) rispetto ai principali paesi europei (1). Le conseguenze di questo minore impegno finanziario sono un numero inferiore di laureati e di dottori di ricerca, nonché una minore quantità e qualità della ricerca scientifica.

L'Italia si distingue poi per un minor impegno sul fronte del diritto allo studio, con borse di studio che non permettono il mantenimento degli studenti, soprattutto fuori sede, e con insufficienti servizi di alloggio e ristorazione. Per questo motivo gli studenti italiani scelgono quasi sempre l'ateneo più vicino a casa limitando così la mobilità, necessaria invece per attivare la concorrenza tra atenei.

Il livello degli stipendi del personale amministrativo è tra i più bassi del settore pubblico, cosicché si favorisce l'esodo dei dipendenti più preparati che trovano migliori opportunità nel settore privato ma anche in altri comparti dell'amministrazione pubblica.

Anche gli stipendi del personale docente non sono particolarmente allettanti. Sperimentiamo per questo la fuga all'estero dei nostri migliori "cervelli", mentre risulta ovviamente vano lo sforzo di farli ritornare.

Sono inoltre insufficienti le risorse dedicate all'attività di ricerca universitaria, che di conseguenza tende a rivolgersi a sponsor che ne condizionano la direzione e gli esiti.

Spendiamo male?

Osservando i risultati della produzione universitaria è forte il sospetto che le risorse finanziarie impegnate dal Paese per l'università non siano impiegate al meglio. Il dubbio (o la certezza) nasce da alcuni fatti ormai noti a tutti.

La didattica: solo il 35-40% delle matricole arriva alla laurea, e la durata media degli studi è superiore di circa tre anni rispetto a quella legale. Il giudizio degli studenti sull'esperienza di studio all'università è deludente: molti lamentano disservizi e una corrispondenza non sempre soddisfacente tra le nozioni imparate e quelle richieste nel mondo del lavoro (2).

La ricerca: tranne alcune punte di eccellenza, tutti gli indicatori di produttività indicano una scarsa presenza e incisività dei ricercatori italiani nel contesto mondiale (3).

Tra i mali dell'università italiana non dobbiamo dimenticare la presenza di squilibri nelle dotazioni di risorse tra atenei (più antichi e più giovani) e, anche all'interno dello stesso ateneo, di aree disciplinari forti e deboli.

Il mondo universitario ha mostrato forti resistenze al tentativo di ridistribuire le risorse per ridurre gli squilibri e premiare i comportamenti virtuosi. Non è forse un caso se la valutazione delle performance delle attività universitarie non riesce a incidere sulle scelte politiche centrali e locali (4) e se il meccanismo di riequilibrio del ministero non riesce a decollare.

Gli esiti dei nuovi concorsi universitari, oggetto di valutazione in questo periodo (5), fanno pensare ad uno spreco diffuso (per il 90% i nuovi professori risultano semplicemente promossi nello stesso ateneo).

E' ragionevole investire risorse aggiuntive?

La critica situazione finanziaria attuale delle università e la crescita economica richiederebbero un aumento delle risorse investite nella didattica e nella ricerca universitaria, ma c'è da chiedersi se non sarebbe meglio, prima, riformare le norme che regolano il mondo universitario. Negli anni '90 le università sono state dotate di un notevole grado di autonomia, sia normativa (statuti, regolamenti interni), sia didattica (nuovi corsi di laurea) che di bilancio, senza una modifica dei meccanismi decisionali interni. I docenti di fatto sono diventati i proprietari degli atenei: l'università è ora una specie di cooperativa che amministra in larga misura finanziamenti pubblici.

La struttura decisionale interna è improntata alla democrazia diretta: tutte le decisioni più importanti necessitano del consenso dei docenti, che eleggono e compongono il consiglio di amministrazione, il senato accademico e i consigli di facoltà (6). Manca nell'università un'adeguata considerazione delle istanze esterne, sia locali che centrali. Per eliminare il conflitto di interessi in cui si dibattono i docenti (sono i principali beneficiari delle loro decisioni), una radicale riforma delle università richiederebbe che ai veri portatori di interesse, la comunità locale e nazionale, fosse assicurata la gestione delle università, sempre garantendo la massima libertà di insegnamento.

(1) Nel 1998 la spesa pubblica italiana per l'istruzione universitaria arrivava allo 0,7% del PIL, contro l'1% circa degli altri paesi. A questo si accompagna una ridotta spesa anche sul lato della ricerca scientifica. Nel periodo 1990-1998, il tasso di crescita medio annuo è stato negativo per l'Italia (-4,4%), mentre Germania e Regno Unito registravano un +1,7-1,8% e la Francia +2,8%. Nel 1998 la spesa media per studente era in Italia di 6.300 dollari (a parità di potere d'acquisto) contro i 9.700 del Regno Unito, i 9.500 della Germania e i 7.200 della Francia (ma 11.300 in Austria, 13.200 in Svezia e 19.800 negli Stati Uniti). Il rapporto studenti/docenti era nel 1999 pari a 24,8, contro il 12,3 della Germania, il 16,9 della Francia e il 18,5 del Regno Unito. Cfr. Centro Studi Confindustria, Previsioni macroeconomiche. Benchmarking competitivo: il sistema universitario, "Centro Studi Confindustria", numero 2, dicembre 2001 (www.confindustria.it). 

(2) Vedi le indagini ISTAT, L'inserimento professionale di maturi, diplomati universitari e laureati.

(3) Cfr Breno, Fava, Guardabasso, Stefanelli: La ricerca scientifica nelle università italiane. Una prima analisi delle citazioni della banca dati ISI, CRUI, 2002 (http://www.crui.it).

(4) Cfr Rizzi e Silvestri ,La valutazione del sistema universitario italiano: una storia recente" 2001 (http://www.dse.unive.it/0201.htm).

(5) Jappelli, L'immobilità dei docenti universitari10/9/02.

(6) Cfr Rizzi., Silvestri., Mercato, concorrenza e regole nel sistema universitario italiano. Riflessioni in margine ad un articolo di H. Hansmann , in "Mercato concorrenza regole", Numero 1, 2001, pp. 147-174.