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Previdenza complementare, arrivederci al 2008

di Marcello Messori 25.11.2005
La riforma del Tfr scatterà nel 2008. Restano irrisolti tutti i gravi problemi del decreto attuativo, approvato dal Consiglio dei ministri senza modifiche. Aumenta invece l'incertezza. Sotto il profilo giuridico, lo stato di sospensione che caratterizzerà il funzionamento della previdenza complementare italiana per i prossimi due o tre anni rischia di creare temporanei, ma rilevanti vuoti rispetto alle norme fino a ieri vigenti. Sotto il profilo economico, rappresenta un potente disincentivo all'adesione spontanea dei lavoratori, specie se giovani, ai fondi pensione.
Previdenza complementare, arrivederci al 2008. di Marcello Messori

Almeno riguardo alla previdenza complementare, il governo Berlusconi non finisce mai di sorprendere. Giovedì 24 novembre ha infatti sovvertito il motto "tertium non datur", spiazzando sia chi aveva scommesso sull’ennesimo rinvio e sul conseguente insabbiamento del decreto attuativo relativo alla "disciplina delle forme pensionistiche complementari", sia chi aveva puntato sulla sua approvazione nella versione suggerita dalle Commissioni parlamentari alla fine dello scorso settembre e già bocciata dal Consiglio dei ministri ai primi di ottobre.

Il compromesso

Il punto di equilibrio fra la posizione del ministro Maroni, fermo nel difendere il suo pessimo schema di attuazione della legge delega e quella (opposta) della presidenza del Consiglio, volta a nascondere il conflitto di interesse del primo ministro-azionista dietro il fragile schermo di una distorta concorrenza fra i Pip e i fondi pensione, consiste nel posporre il varo dei nuovi assetti previdenziali al gennaio del 2008. Formalmente, il ministro Maroni ha così ottenuto l’agognato lasciapassare del Consiglio dei ministri: a quanto è dato sapere, il testo è stato approvato senza sostanziali modifiche, fatte salve la data di attuazione del decreto legislativo e l’ampliamento della tipologia di imprese temporaneamente escluse perché non coperte dal "fondo di garanzia".
Nella sostanza, Berlusconi si è assicurato però la possibilità di stimolare, fin da subito, le adesioni individuali e di ridisegnare le norme sgradite in caso di vittoria elettorale ma, al limite, anche prima delle elezioni.
Questa interpretazione non è capziosa; prova ne sono due elementi: la mancanza di ogni altra plausibile ragione di rinvio; e, soprattutto, il varo immediato (ossia, le entrate in vigore il giorno successivo alla pubblicazione del decreto sulla Gazzetta ufficiale) dei nuovi compiti della Covip e dello stanziamento dei fondi per la campagna pubblicitaria. Riguardo al primo elemento, nonostante la voluta coincidenza temporale, non vi è infatti alcun legame con la revisione dei requisiti per l’accesso alla pensione pubblica: in quel caso, al di là di ogni giudizio di merito, la dilazione al 2008 trova una possibile giustificazione nell’impossibilità di creare, senza preavviso, uno scalino normativo tanto ripido. È inoltre davvero difficile pensare che siano necessari due anni di attesa per informare i potenziali aderenti rispetto alle nuove regole e per consentire i necessari adattamenti ai diversi offerenti. Riguardo al secondo elemento, i nuovi compiti della Covip prevedono l’emanazione delle istruzioni necessarie a ricondurre i Pip e le altre forme pensionistiche complementari "nell’ambito di applicazione" del decreto attuativo. Pertanto, mentre il meccanismo della "adesione tacita" dovrà attendere due anni per diventare operativo, le adesioni individuali otterranno un forte stimolo dalla rapida emanazione dei regolamenti della Covip; e una campagna pubblicitaria finanziata dalla fiscalità generale, potrà completare la distorsione. Le vittime del "patto scellerato" fra il presidente del Consiglio e il ministro del Lavoro diventeranno così, inutile sottolinearlo, i lavoratori giovani perché maggiormente coinvolti nelle passate riforme del pilastro previdenziale pubblico e perché condannati a decidere, per altri due o tre anni, in un quadro di incertezza o di informazione parziale.

Un vuoto legislativo

Ho avuto più occasioni di sottolineare su lavoce.info che le diverse versioni dello schema di decreto attuativo presentavano problemi così gravi da costituire un ostacolo anziché uno stimolo per lo sviluppo della previdenza complementare italiana; e che, quindi, sarebbe stato meglio "fermare tutto". Alla luce delle considerazioni fatte, il posponimento al 2008 non equivale, però, al ripristino dello statu quo ante. Sotto il profilo giuridico lo stato di sospensione delle parti principali del decreto per un biennio e l’anticipazione dei regolamenti Covip, rischiano di creare temporanei, ma rilevanti, vuoti rispetto alle norme sino a oggi vigenti, aumentando così le aree di indeterminatezza e imponendo pesanti vincoli alla futura definizione di più equilibrati assetti legislativi.
Sotto il profilo economico, questi due fattori rappresentano un potente disincentivo all’adesione spontanea dei lavoratori - specie se giovani. Tale situazione offre terreno di caccia ideale agli operatori più aggressivi e spregiudicati, come hanno finora mostrato di essere i canali distributivi dei prodotti previdenziali assicurativi.
Ciò sarebbe, a maggior ragione, vero qualora il governo trovasse anche il modo di anticipare, rispetto alla data del 2008, gli incentivi fiscali sulle contribuzioni dei lavoratori autonomi. In linea di principio, non mi iscrivo al partito di quanti auspicano di modificare l’insieme delle nuove leggi a ogni cambio di maggioranza governativa. Mi sembra però che, nel caso della previdenza, vi siano tutte le condizioni perché un tale cambio corregga le gravi distorsioni introdotte e sfoci in una proposta organica a tutela di tutte le tipologie di lavoratori più giovani.

 
La risposta di Pier Paolo Baretta

Sono passati 10 anni dall’istituzione della previdenza complementare e poco si è fatto perché decolli. Questa sembrava la volta buona.
Infatti, nonostante la tenace battaglia delle assicurazioni che consideravano la soluzione prospettata dal decreto Maroni non conveniente per i loro particolari interessi, non c’erano argomenti di merito in grado di smontare quanto ventitre associazioni sindacali ed imprenditoriali avevano ripetuto in più fasi.
Ciononostante, gli interessi politici che si sono scontrati in questi mesi, provocando un continuo rinvio della decisione, hanno finito per produrre il peggiore dei compromessi: l’approvazione inutile di una buona riforma. Un trucco degno della peggior politica. Una decisione formale svuotata della sostanza.
E così, come titola Marcello Messori nel suo articolo, apparso su lavoce.info il 25 novembre scorso, per la previdenza complementare si tratta di un "arrivederci al 2008".
Questo è quanto è avvenuto la scorsa settimana in Consiglio dei ministri.
L’approvazione dei contenuti della riforma costituisce, peraltro, un indubbio successo politico dei sindacati confederali che si sono battuti perché fosse approvato un testo equilibrato, in grado di salvaguardare, da un lato la libertà del lavoratore sulla destinazione del Tfr a qualsiasi forma previdenziale collettiva o individuale, ma, dall’altro, la prerogativa della contrattazione di decidere la destinazione delle risorse aggiuntive a carico del datore di lavoro.
Questo risultato consente, davvero, di far decollare la previdenza complementare. Da questo punto di vista, non concordo con l’opinione del professor Messori, secondo il quale sarebbe stato meglio "fermare tutto".
Ma la decisione di rinviare la partenza della riforma al 1 gennaio del 2008 vanifica questo positivo dato politico.
A pagare le conseguenze del rinvio sono i lavoratori, soprattutto i giovani, che vedono rinviata la possibilità di accumulare una integrazione alla pensione. È risaputo, infatti, che il sistema contributivo, che abbiamo tutti voluto per risanare il sistema previdenziale italiano, comporta una riduzione della pensione fino al 50 per cento dell’ultima retribuzione.
Per questo motivo la previdenza complementare, pur volontaria, è ormai una necessità sociale indispensabile. Altri tre anni persi si aggiungono ai dieci e se calcoliamo che si tratta di un terzo della vita lavorativa per chi ne è già incappato, la perdita è davvero grave.
Ma, anche chi viene assunto ora, o di recente, subisce un danno. Tanto più se si pensa che la stragrande maggioranza entra al lavoro con contratti di flessibilità che già contengono un pesante ridimensionamento della pensione attesa.
Nel corso delle ultime settimane, a fronte di una scarsa disponibilità di risorse da destinare alle imprese per la compensazione, Confindustria, rompendo il fronte unitario, aveva chiesto una moratoria di tre anni per le piccole aziende.
Avevamo più volte contestato questa posizione, in quanto essa divideva il mondo del lavoro tra lavoratori di serie A (quelli per i quali la previdenza integrativa partiva subito) e lavoratori di serie B (quelli che avrebbero dovuto aspettare tre anni). Troppa grazia Sant’Antonio: la soluzione salomonica del Governo è ineffabile. Tutti di serie B.
Non credo, però, che qualcuno possa, sinceramente, cantare vittoria. Non gli industriali, che si tengono sì il Tfr ancora per un po’ in tasca, ma perdono il vantaggio di un accordo con l’Abi che, in ogni caso, forniva loro garanzie superiori a quelle previste dalla legislazione vigente.
Non le assicurazioni che sono private di ogni portabilità, tant’è che si sono già fatte avanti perché, in questo lasso di tempo la legge venga nuovamente modificata. Inoltre, il mercato attuale è asfittico e tra i fondi contrattuali (1 milione di aderenti) e le polizze individuali (700mila) si raggiunge solo una piccola parte dei lavoratori e dei cittadini. Il rischio di questo rinvio, motivato dalla opportunità per le assicurazioni di preparasi meglio alla novità, può essere peggiore dell’apparente vantaggio temporale.
C’è da temere, infatti, che l’effetto di questa decisione sia quello di sfiduciare le persone, spaventate dalla ingordigia degli ambienti finanziari che continuano ad agire senza regole di trasparenza, e che questa sfiducia penalizzi l’intero mercato previdenziale.
Il rischio, in questa situazione di incertezza, è che la gente non scelga nulla e che la previdenza non decolli. Contro questo rischio dobbiamo reagire subito.
Il rinvio al gennaio 2008 salda la previdenza complementare alla partenza dell’aumento secco di tre anni della età pensionabile. Quella che, nei giorni scorsi, proprio il ministro Maroni aveva definito la parte "cattiva" della riforma.
L’accordo di Governo che tiene insieme le due parti della riforma, pensando che si sostengano a vicenda, ha come risultato che non ne viene applicata nessuna. Una riforma sulla carta. Ma, al tempo stesso, si è prodotto un concentrato esplosivo scaricato al nuovo Governo che dovrà dipanare l’intera matassa. Sarà bene non aspettare quel giorno. Con questa decisione sbagliata il Governo ha rimesso la questione previdenziale al centro dell’agenda politica. Sicché, sarà necessario avviare, da subito, col prossimo esecutivo un confronto che abbia come obiettivo quello di riformare questa fantomatica riforma delle pensioni.
La disparità ormai insostenibile dei contributi previdenziali tra un eccessivo 32,70 per cento per la generalità dei dipendenti del settore privato ed un irrisorio 17 per cento per il lavoro autonomo, la necessaria flessibilità nella uscita dal lavoro e nell’accesso alle prestazioni previdenziali, il rilancio della solidarietà generale soprattutto a favore dei lavori più discontinui e precari, la dimensione collettiva della previdenza complementare sono i capisaldi sui quali dovrà misurarsi una nuova riforma che consenta di trovare un equilibrio certo tra sostenibilità finanziaria e sostenibilità sociale.
Assicurare una pensione dignitosa per tutti è il compito che abbiamo di fronte. Anche questa volta il Governo ha perso una occasione.
Cerchiamo di non perderla anche noi.