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Il sindacato e la ribellione nelle banlieues

di Tito Boeri 18.11.2005
Il sindacato italiano può giocare un ruolo sociale importante nel dare voce agli immigrati: non avranno così bisogno di incendiare le nostre periferie per fare sentire le loro ragioni. Ma non basta proporre corsi di formazione. Bisogna riconciliare le esigenze degli immigrati con quelle della base tradizionale del sindacato su tre temi fondamentali: le politiche dell'immigrazione, la protezione di chi ha carriere lavorative discontinue e la liberalizzazione dei servizi.

Ora che non si bruciano più macchine a Aubervilliers e si sono spenti i riflettori sulla ribellione nelle banlieues, rischiamo di dimenticare in fretta la lezione. Male perché può succedere anche in Italia.
Da noi la disoccupazione è oggi meno concentrata tra gli immigrati, ma è socialmente più costosa perché non abbiamo reti di protezione sociale e il nostro modello sociale famigliare non copre i nuovi arrivati. Non abbiamo definito un percorso di integrazione a pieno titolo nella vita pubblica degli immigrati, che li porti all’acquisizione della cittadinanza. Questo offre spazio all’odio etnico. Minore la partecipazione degli immigrati alla vita pubblica, più deboli gli incentivi a informarsi anziché credere a chi cerca in tutti i modi di alimentare l'odio etnico.
Abbiamo, tuttavia, un vantaggio importante rispetto alla Francia: un sindacato che non è mai stato ostile agli immigrati e che conta tra le sue fila ben 350mila immigrati, quasi un lavoratore immigrato dipendente su due, con un tasso di sindacalizzazione molto più alto che fra i lavoratori italiani.
Il sindacato italiano può oggi giocare un ruolo sociale fondamentale nel dare una voce agli immigrati: per far sentire le loro ragioni, non avranno così bisogno di incendiare le nostre periferie. Può al contempo ringiovanirsi (è oggi il sindacato più vecchio d'Europa) sfuggendo al rischio di estinzione.  Ma non basta proporre corsi di formazione per gli immigrati. Bisogna riconciliare le loro esigenze con quelle della base tradizionale del sindacato su tre temi fondamentali: i) le politiche dell’immigrazione, ii) la protezione di chi ha carriere discontinue e iii) la liberalizzazione dei servizi.

La gestione dei flussi

I ribelli delle banlieues sono i figli (e i figli dei figli) delle grandi ondate migratorie del Dopoguerra francese. Fino alla metà degli anni Settanta, la parola d’ordine Oltralpe era fare arrivare più braccia possibile. Ne arrivarono davvero tante, facendo crescere la popolazione immigrata di due milioni nel giro di un ventennio. Per almeno un paio di generazioni gli immigrati tradizionalmente fanno più figli dei cittadini dei paesi che li accolgono. Bene che ci siano più figli (la Francia ha, anche per questo, il tasso di fertilità più elevato d’Europa), ma il loro ingresso nella vita attiva pone problemi di integrazione, soprattutto in un mercato del lavoro con forti barriere all’ingresso.
Da noi le ondate migratorie sono state più recenti, ma non meno intense. Negli ultimi vent’anni anche la nostra "legione straniera" è cresciuta di due milioni. Chi è arrivato ha sin qui, in larga parte, trovato lavoro. Ma non sarà necessariamente il caso dei figli e dei figli dei figli.
È proprio per questo che ci vogliono politiche dell’immigrazione che impongano gradualità ai flussi, soprattutto all’immigrazione di lavoro poco qualificato, quella che può creare più problemi alla base tradizionale del sindacato e che è più difficile da integrare nel nostro paese. Ci vogliono norme applicabili e una vera pianificazione dei flussi, il contrario di quanto fatto in questa legislatura. Il sindacato dovrebbe rivendicare un ruolo importante in questo campo, chiedendo che si faciliti soprattutto l’ingresso di manodopera qualificata e imponendo che l’incremento degli ingressi richiesto dai datori di lavoro si accompagni a controlli sui posti di lavoro, volti a reprimere l’occupazione irregolare degli immigrati. Serviranno a scoraggiare l’immigrazione clandestina.

Protezione nel mercato

In Francia, il tasso di disoccupazione fra gli immigrati è del 25 per cento, tre volte più alto che fra i cittadini francesi ed è stato documentato che la disoccupazione fra i giovani porta ads un aumento della criminalità (1). Da noi, italiani e immigrati hanno pressoché lo stesso tasso di disoccupazione. Non tanto perché il nostro mercato del lavoro funzioni meglio, quanto perché l’immigrazione è un fenomeno recente. La prima generazione di immigrati si insedia dove c’è un impiego e, in un mercato del lavoro come il nostro, per metà senza lavoratori e per l’altra senza lavori, in cui gli italiani hanno da tempo rinunciato a spostarsi in massa per cercare un’occupazione, è relativamente facile per chi viene da fuori andare nel "posto giusto". Il 90 per cento dei nostri immigrati risiede nel Centro-Nord. Ma i loro figli rischiano di non trovarsi più, come i genitori, "al posto giusto nel momento giusto". E, al contrario dei giovani disoccupati meridionali che possono contare sulla protezione informale delle loro famiglie estese, saranno disoccupati al Nord, dove tutto, a partire dalla casa, costa di più, e non avranno una rete informale di sostegno. Se le riforme parziali hanno facilitato l’ingresso nel mercato del lavoro (non sempre per gli immigrati, che non possono essere assunti nell’ambito di molte nuove figure contrattuali), è più difficile accedere a contratti a tempo indeterminato. Per chi ha frequenti cambiamenti di lavoro e opera in piccole imprese – come accade a molti immigrati – non ci sono ammortizzatori sociali.
Una battaglia dalla parte degli immigrati, e degli italiani che lavorano nelle piccole imprese, è quella volta a estendere il grado di copertura dei nostri sussidi di disoccupazione e rendere i contratti a tempo determinato una specie di periodo probatorio esteso, al termine del quale accedere a un contratto di lavoro permanente, la cui interruzione ha un costo (elevato, ma certo) per le imprese. Vuol dire tutelare i diritti di tutti nel mercato anziché contro il mercato. Vuol dire anche non segregare le fasce più deboli, tra cui gli immigrati, in una condizione cronica di precarietà nel lavoro.

I lavoratori autonomi

Un sindacato che intenda aiutare gli immigrati senza aumentare ulteriormente le pressioni competitive sul lavoro dipendente, dovrebbe anche battersi per creare più opportunità tra le fila del lavoro autonomo.
La liberalizzazione delle professioni incentiva una immigrazione più qualificata e, al contempo, offre maggiori opportunità di mobilità sociale agli immigrati qualificati che sono già nel nostro paese. La riduzione delle barriere all’entrata nel commercio al dettaglio o dall’aumento del numero di licenze per i taxi possono creare anche opportunità di lavoro per gli immigrati con qualifiche più basse.
Secondo le stime dell’Ocse, c’è uno spazio per aumentare la dimensione dei nostri mercati dei servizi del 20-30 per cento. Le liberalizzazioni dei servizi riducono anche i costi per le imprese che li utilizzano, offrendoci un ulteriore dividendo occupazionale, in termini di lavori nel settore di esportazione.
C’è un fronte vastissimo oggi in Italia che si oppone alla liberalizzazione dei servizi. Ne fanno parte i consulenti del lavoro, gli avvocati, i notai e, più in generale, le libere professioni. Ci sono poi i lavoratori autonomi dei settori sin qui posti al riparo dalla concorrenza degli altri paesi dell’Unione, che comprensibilmente guardano con qualche apprensione all’arrivo dell’"idraulico polacco". Non è un fronte di cui deve far parte il sindacato. Se vuole permettere una più rapida e socialmente meno costosa integrazione degli immigrati nel nostro paese e, al contempo, proteggere i lavoratori autonomi più poveri, bene che si batta per liberalizzare i servizi e introdurre anche da noi una rete di protezione sociale di ultima istanza.

(1) Denis Fugère, Francis Kramarz e Julien Pouget, Crime and Unemployment in France, Crest, 2003.

 
Il commento di Guglielmo Loy*

Ben venga una sincera e concreta riflessione sulle analogie e le differenze tra i fenomeni che investono i paesi europei sui processi migratori. Certamente vi sono forti e storiche differenze, in particolare tra i Paesi con lunga storia in termini d’afflusso da paesi non europei, Francia e Inghilterra per ragioni storico-coloniali, Germania, Belgio, Olanda, Svizzera, Svezia e altri per motivazioni più "economico-industriali" (anni 50-60) e Italia e Spagna, giovani new-entry nel mondo dei paesi "accoglienti". Ragioni che segnano le diverse condizioni e che meritano cautela nel considerare inevitabili le contraddizioni che il fenomeno migratorio porta con se.
Le riflessioni di Boeri sono chiare e meritano considerazioni altrettanto sincere:

La relativa "tranquillità" con cui il Paese sta vivendo il fenomeno ha tante ragioni, tra le quali: il bisogno di bilanciare il calo demografico, una scarsa rete pubblica d’assistenza alle persone (il caso delle Badanti, anomalo fenomeno italiano); la necessità di parti importanti del sistema produttivo nazionale e locale (edilizia, servizi, agricoltura) di avere manodopera "disponibile"; una crescita delle aspettative lavorative e professionali dei giovani italiani (e delle loro famiglie) che liberano posti di lavoro meno qualificati; una cultura dell’accoglienza derivante, anche, dall’essere paese "esportatore" fino a pochi anni fa.
Aggiungerei, e ciò investe il ruolo, le funzioni e il compito del sindacato Italiano, una rete sociale radicata con forte cultura solidaristica e confederale. In sostanza un Sindacato storicamente confederale e non settoriale, aziendale o, peggio, corporativo.
Non è uno spot ma una considerazione storica che però non può esimerci da farci e fare una domanda: questa condizione è l’antidoto a possibili lacerazioni, lotte tra poveri, reazioni xenofobe? Ad oggi direi si. Ma la storia non si ripete sempre uguale e lo stesso fenomeno migratorio italiano, pur giovane, non potrà rimanere statico. Intanto siamo di fronte ad una presenza, nel nostro paese, di circa 3 milioni di cittadini non italiani e tra loro c’è, ovviamente, di tutto. Giovani nati e cresciuti in Italia, donne arrivate recentemente senza figli al seguito, lavoratori stagionali a bassa qualifica, cittadini che cercano di costruirsi un futuro stabile nel nostro paese con la speranza di un rapido ricongiungimento, lavoratori che hanno visto una crescita sociale significativa (dapprima operaio, poi autonomo e adesso imprenditore) e tanti altri casi, diversi e a volte lontanissimi uno dall’altro. E in più: provenienze tra le più varie con storie, culture, comportamenti, credi religiosi diversi. E se oggi è così non si può non prevedere che la diversificazione tenderà ad aumentare e, con essa, il modo con cui il Sistema Paese, dovrà adeguarsi. In primo luogo con la fisiologica ricerca della crescita economica che i cittadini non italiani cercheranno, come ad esempio delle laureate o diplomate dei paesi dell’est che, oggi assistono gli anziani ma che un domani potranno ambire ad altri lavori più gratificanti da vari punti di vista, o il manovale rumeno che si metterà in proprio evitando di stare sotto "padroncino"; quando questo fenomeno sarà significativo potrà avvenire quello che fino ad oggi è e fenomeno limitato: il sentire lo straniero come "concorrente".
Ecco che la questione che pone Boeri (in sintesi:più alte qualifiche e più attenzione a regolare i flussi delle medio- basse...) è tanto necessaria quanto da affrontare con cautela. Cautela, inoltre, perché tale scelta investe, ancor di più, il nostro (come Paese) modo di costruire i lavoratori del futuro, le nostre capacità di avere un sistema formativo adeguato a competere con altri sistemi di altri paesi...
Ed infine, come sia sempre più urgente riscrivere il sistema delle tutele in un mercato del lavoro che dia più opportunità, sia più aperto e consideri la mobilità e la flessibilità non come sinonimo di precarietà (ma questo è tema che non è il caso di affrontare in queste poche righe) poiché, anche per le ragioni che sintetizza Boeri, il lavoratore non italiano rischia di essere ancor più debole mancandogli un sistema informale di "assistenza" (in primis la famiglia) che renderebbe un dramma la già difficile situazione di chi perde reddito e lavoro e, con l’attuale Legge sull’immigrazione, addirittura la possibilità di rimanere nel nostro Paese essendoci, come noto, un automatico legame tra permesso di soggiorno e lavoro stabile.

Un ultima riflessione riguardo il fenomeno banlieus e il caso Italia. I dati, e ancor più la conoscenza del fenomeno, spingono a sottolineare l’assoluta necessità di "glocalizzare" l’approccio al tema e cioè, per dirla chiara tenere certamente sotto osservazione i grandi e globali effetti delle migrazioni, ma nello stesso tempo anche la profonda diversità con cui il nostro paese, da punto di vista territoriale, vive il fenomeno: nord-sud, aree urbane e piccoli centri, periferie e centri storici. Un approccio generalista non consente sempre di leggere il fenomeno stesso e, di conseguenza, proporre soluzioni o politiche adeguate ad affrontare ciò che sta avvenendo o potrebbe avvenire. Compresa la questione di "alcune" periferie le cui condizioni persistono, come dire, a prescindere il fenomeno migratorio ma che un domani…

*Segretario Confederale Uil