
Le tasse universitarie sono aumentate considerevolmente negli ultimi anni. Ciononostante, laurearsi rimane ancora un ottimo investimento. Le tasse e i contributi universitari incidono in misura minima sui costi di frequenza.
I costi
Un giovane che scelga di acquisire un titolo universitario piuttosto che entrare immediatamente nel mercato del lavoro sostiene costi aggiuntivi per (i) le tasse e i contributi di iscrizione e frequenza all’università; (ii) le spese varie per frequentare e sostenere gli studi; (iii) i salari non percepiti durante la frequenza.
Nelle università statali le tasse di iscrizione e i contributi universitari sono cresciuti rapidamente a partire dal 1994 in seguito alla "legge Ruberti" sull’autonomia finanziaria degli atenei. La legge stabilisce anche diversi livelli di esenzione a seconda del reddito familiare. Riportiamo nella figura la distribuzione dei contributi nell’anno accademico 2002-03.

Mentre rimane l’esenzione totale per gli studenti provenienti dalle famiglie più povere (circa il 10 per cento degli studenti), il contributo medio per studente nell’anno accademico 2003-04 è stato pari a circa 585 euro. (1) I contributi per un titolo universitario di quattro anni ammontano quindi a un totale di 2.178 euro (attualizzato all’anno di iscrizione a un tasso di interesse reale di riferimento del 5 per cento).
Si noti che questo livello di contribuzione copre solamente il 10 per cento dei costi del sistema universitario, e costituisce circa il 20 per cento della spesa pubblica per l’università.
La componente principale delle spese varie per frequentare e sostenere gli studi è costituita dal costo dei libri e da altre spese minori (costo della tesi di laurea, eccetera). Non includiamo naturalmente le spese di vitto, alloggio e trasporto che vengono sostenute in maniera diretta o indiretta anche da chi sceglie di entrare nel mercato del lavoro. Non abbiamo dati ufficiali sulle spese varie per sostenere gli studi, ma stimiamo che questa voce ammonti a circa mille euro l’anno che, attualizzati al tasso del 5 per cento, corrispondono a 3.723 euro per il corso di studi.
I redditi medi percepiti al netto delle imposte nel 2002 da donne e uomini a seconda del loro titolo di studio nel 2002 sono riportati nella tabella 1, una nostra elaborazione di dati contenuti nell’Indagine sui bilanci delle famiglie italiane condotta ogni due anni dalla Banca d’Italia. (2)
Tabella 1: Redditi annui medi 2002 (in euro) | ||
Donne | Uomini | |
Diplomati | 11956 | 17683 |
Laureati | 16776 | 26733 |
Differenza | 4820 | 9050 |
Fonte: Indagine sui bilanci delle famiglie italiane, Banca d'Italia | ||
Il costo di rinunciare al reddito di un diplomato per quattro anni, attualizzato a un tasso del 5 per cento, è pari quindi a 65.838 euro per un uomo, e 44.490 euro per una donna. La differenza considerevole fra i redditi di uomini e donne riflette in parte il fatto che molte donne scelgono di lavorare a tempo parziale. Per questa ragione, in quanto segue riportiamo i calcoli relativi solo ai redditi degli uomini.
La tabella 2 riassume i costi di un corso di laurea quadriennale.
Tabella 2: Costo di una laurea quadriennale per un uomo (in euro, attualizzato all'anno di iscrizione) | |
Tasse e contributi | 2178 |
Altre spese dirette | 3723 |
Redditi non percepiti | 65838 |
Spesa totale | 71739 |
I contributi universitari costituiscono dunque una componente minoritaria, circa il 3 per cento, del costo totale di conseguire una laurea. Per chi paga 1.500 euro l’anno (solo il 2 per cento degli studenti delle università pubbliche pagano di più), la spesa per le tasse equivale al 7,5 per cento del totale delle spese.
I benefici: quanto rende la laurea?
Quanto guadagna un laureato più di un diplomato? Come possiamo osservare dalla tabella 1, il differenziale salariale medio tra un uomo con titolo universitario e uno con diploma di maturità è in media di 9.050 euro l’anno.
Quanto rende la laurea? Assumendo una vita lavorativa di un laureato di quaranta anni, il titolo universitario in media produce quindi un differenziale di reddito attualizzato che ammonta a circa 134mila euro. (3)
Il valore attualizzato del titolo universitario al netto dei costi indicati nella tabella 2 è dunque di 62.408 euro. Assumendo un guadagno costante di 9.050 euro l’anno per quaranta anni a partire dalla data della laurea, il rendimento del titolo di laurea corrisponde a quello di un titolo che frutta il 9,9 per cento annuo (si noti che si tratta di rendimento al netto delle imposte). (4)
Il rendimento non diminuisce di molto per chi paga le tasse senza riduzioni. Per esempio, per chi spende 1.500 euro l’anno, il rendimento è del 9,5 per cento. (5)
L’università rappresenta dunque un ottimo investimento. I contributi, ai livelli attuali, non hanno un effetto sostanziale sul rendimento dell’investimento. Rappresentano infatti una minima percentuale dei costi, la cui componente più importante è il salario non percepito durante il corso di studi. Per esempio, aumentare il contributo medio a 5mila euro annui per studente garantirebbe un rendimento percentuale dell’investimento comunque pari a circa l’8 per cento annuo.
(1) Questa media include gli studenti con esenzione totale. Il sito della Conferenza dei rettori riporta invece una contribuzione media per il 2002 di
879 euro per studente. Il nostro dato è stato ricavato da quelli del ministero dividendo il totale della contribuzione studentesca per il numero di studenti; calcolando la media direttamente dalla distribuzione dei contributi riportata nella figura otteniamo quasi la stessa cifra. Anche adottando l'importo maggiore indicato dalla Crui, le nostre conclusioni non cambiano.La decisione di iscriversi a un corso di laurea è una delle scelte più importanti della vita. Se pensiamo ai motivi economici della scelta (ma non sono forse i più importanti per molti di noi) dobbiamo calcolarne i costi e i benefici, ovvero dobbiamo trattare la laurea come un investimento. Questo è quello che hanno fatto Alberto Bisin e Andrea Moro nel loro ottimo articolo di ottobre. Bisin e Moro stimano che una laurea di quattro anni costi 71.739 euro e conduca a un guadagno attualizzato per un laureato maschio di 134mila euro. Concludono quindi che la laurea è un ottimo investimento. (1)
I fattori di rischio
Quando valutiamo un investimento, che sia l’acquisto di una casa o di azioni di Borsa, valutiamo il rendimento e il rischio. Quando parliamo di decisione di iscriversi all’università tendiamo a dimenticarci che anche quest’investimento ha un suo rischio - il risultato è incerto - e che la nostra naturale avversione al rischio può, in linea di principio, essere una delle ragioni per cui non tutti si iscrivono all’università.
In particolare, esistono tre rischi. Il primo è abbandonare gli studi prima della laurea. In Italia il tasso di abbandono è un impressionante 50 per cento. Questo si traduce in una perdita netta in termini di investimento monetario e chi affronta la decisione di iscriversi o meno, ne dovrebbe tenere conto. Il rischio di abbandono è difficile da valutare perché dipende da tanti fattori, tra i quali la capacità personale dello studente e il suo impegno nello studio. Uno studente che inizia l’università incerto delle sue capacità e della sua voglia di studiare, sicuramente corre il rischio di abbandonare prima della laurea e di perdere così il suo investimento.
Il secondo rischio è che un laureato può trovarsi di fronte a guadagni molto più variabili rispetto a un non-laureato. Il fatto di possedere una laurea dovrebbe ridurre l’incertezza dei redditi perché riduce l’eventualità di essere disoccupato (anche se in Italia molti dei disoccupati meridionali hanno un diploma di laurea); ma potrebbe aumentarla perché i laureati trovano lavoro in settori e occupazioni dove i redditi sono più variabili.
Un terzo fattore di rischio è costituito dal fatto che il rendimento economico di una laurea può essere influenzato negativamente dallo sviluppo tecnologico: se oggi mi iscrivo a medicina perché so che i medici trovano lavoro facilmente, questo sarà ancora vero tra cinque anni quando mi sarò laureato? Se questo è il caso, molti giovani avversi al rischio non si iscrivono volentieri all’università. D’altra parte, una laurea può essere anche pensata come un’assicurazione contro il cambiamento tecnologico, se è vero che i laureati hanno maggiori capacità di adattamento alle nuove tecnologie. E allora, i giovani avversi al rischio dovrebbero iscriversi in massa.
Quanto conta l’avversione al rischio
Il secondo e il terzo tipo di rischio sono complicati da quantificare e in questa sede non mi addentro nei particolari. Tuttavia, se prendiamo i dati di Bisin e Moro possiamo ricalcolare il beneficio netto medio tenendo conto del primo tipo di rischio, quello di non finire il corso di studi.
Per uno studente che ha capacità medie e voglia di studiare media, la scelta di isciversi a un corso di laurea equivale alla lotteria in cui spendi con certezza 71.739 euro (o meno se ti ritiri in tempo) e guadagni 134mila euro con probabilità un mezzo, cioè se appartieni al quel 50 per cento che ce la fa. (2) Anche senza dare i numeri sul grado medio di avversione al rischio degli studenti italiani, mi sembra chiaro che non tutti giocherebbero questa lotteria.
Ho fatto questo esempio volutamente estremo per mostrare quanto possa essere in principio scoraggiante le percezione del rischio nella decisione di iscriversi all’università. (3) Di qui la domanda: se è vero che iscriversi all’università è una scelta dal risultato così incerto, come si può valutare se e quanto effettivamente la nostra avversione al rischio la condiziona? Per averne un’idea possiamo utilizzare i dati di Banca d’Italia che misurano l’avversione al rischio in un campione rappresentativo di italiani. (4)
Per valutare l’importanza dell’avversione al rischio bisogna tenere conto di altri fattori che influenzano la scelta di iscriversi all’università. Il primo è la propria capacità personale e la propria applicazione agli studi: è chiaro che mentre le probabilità di successo per uno studente medio sono 50 per cento, le probabilità di uno con molta voglia di studiare sono assai maggiori e quindi la lotteria è più conveniente da giocare. (5)
Un secondo elemento va al di là del motivo economico: se i genitori hanno una laurea, questo per varie ragioni spinge lo studente a iscriversi all’università.
A questo punto, è possibile studiare quali di questi elementi spiegano la scelta di iscriversi all’università e se la laurea è considerata un investimento rischioso. Se si guarda l’evidenza disponibile, si vede che la nostra avversione al rischio in effetti influenza negativamente la scelta di studiare. Più sono avverso al rischio, meno vado all’università, segno che l’università è una scelta rischiosa. Tuttavia, l’avversione al rischio spiega relativamente poco della nostra scelta di andare all’università. Molto più importanti sono il livello di istruzione dei nostri genitori o la misura della nostre capacità personali e della nostra applicazione allo studio (per quanto un economista le possa misurare).
Elementi di una buona riforma
La morale sembra essere che una buona riforma dell’università, prima ancora che aumentare le tasse agli studenti, deve eliminare per quanto possibile l’incertezza riguardo alla scelta dell’università. E attenuare il legame fortissimo che esiste tra genitori laureati e la probabilità che i figli vadano a loro volta all’università.
Una buona riforma deve tenere presente che l’obbiettivo non è garantire a tutti l’accesso all’università, quanto piuttosto garantire a tutti le stesse possibilità di laurearsi. L’accesso indiscriminato non necessariamente aumenta il numero dei laureati né uguaglia per tutti le possibilità di laurearsi. Questo accade perché l’accesso in massa, oltre a peggiorare i servizi delle università, crea un alto grado di incertezza riguardo al conseguimento della laurea.
Un’alternativa possibile sarebbe un sistema di selezione all’entrata che riduca poi drasticamente il tasso di abbandono successivo. In questo modo, il numero e la qualità dei laureati sarebbe maggiore e molti studenti non butterebbero via il costo dell’iscrizione.
(1) Alcune stime alternative dei rendimenti netti di una laurea si possono trovare in A. Ciccone, F. Cingano e P.Cipollone, "The individual and social returns to schooling in Italian macro regions", Giornale degli Economisti, 2004.
(2) 134mila euro sono i rendimenti di una laurea ex-post, cioè calcolati tra quelli che ce l’hanno fatta. Nell’esempio 134.000*1/2=67.000 sono i rendimenti ex-ante, cioè quelli di uno studente al momento dell’iscrizione, quando non sa se finirà. I rendimenti ex-ante sono quelli rilevanti al momento della scelta. Inoltre uno studente può essere incerto non solo sulla probabilità di finire, ma anche sull’entità del rendimento.
(3) L’esempio è estremo perché se uno si ritira dagli studi dopo il primo o il secondo anno non spende 71.739 euro, ma meno. E perché forse anche un solo anno di università, invece di zero, ha un rendimento in termini monetari. Infine, perché il tasso di abbandono sembra essersi ridotto negli ultimi anni. Nessuno di questi tre argomenti mi sembra in grado di rovesciare il punto centrale che la laurea è un investimento rischioso.
(4) Per una trattazione tecnica dell’argomento si veda C. Belzil e M. Leonardi "Can Risk Aversion Explain Schooling Attainment? Evidence form Italy" IZA Discussion Paper forthcoming.
(5) Le capacità personali condizionano anche i costi di andare all’università se come costi si intende non solo quelli economici ma anche quello di studiare. Per semplicità qui assumiamo che le capacità individuali condizionano solo i rendimenti di andare all’università riducendone il rischio. La capacità personale è distinta dall’avversione al rischio: persone con le stesse capacità personali e la stessa voglia di studiare potrebbero avere una diversa avversione al rischio e alcune potrebbero non volere giocare la lotteria dell’università perché troppo rischiosa.
L'articolo di Marco Leonardi evidenzia un punto importante dell'analisi dei rendimenti dell'universita', il rischio. Nell'articolo da noi scritto e pubblicato su LaVoce a Ottobre, "La Laurea, un ottimo investimento", abbiamo semplicemente calcolato rendimenti attesi, astraendo dal rischio. Naturalmente questo risulta in una notevole approssimazione, come anche vari lettori hanno rimarcato. A noi pare che questa approssimazione sia ragionevole, in virtu' della considerazione che il reddito di un laureato non appare piu' variabile del reddito di un diplomato. Ad esempio, per chi sceglie facolta' umanistiche il salario atteso e'probabilmente non molto dissimile dal salario in un impiego pubblico : poca varianza, e rendimento monetario basso ma rendimento in utilita' alto (altrimenti avrebbero scelto altre discipline): quindi varianza bassa per loro. La varianza potrebbe essere alta per i professionisti ma siamo sicuri che il decimo percentile sia tanto piu' basso della media dei diplomati? Queste considerazioni sono frutto di osservazioni informali e senza dubbio sarebbe molto interessante produrre evidenza empirica sulla variabilita' relativa dei redditi per livello di educazione e anche per disciplina.L'autore discute anche il rischio dovuto all'innovazione tecnologica. Si noti al riguardo che negli ultimi 30 anni il progresso ha beneficiato i laureati molto piu che i diplomati, aumentando I rendimenti e possibilmente anche riducendo l'incertezza.
L'articolo di Marco Leonardi si sofferma pero' essenzialmente su un'altra fonte di rischio, "il rischio di abbandonare gli studi prima della laurea." Si nota infatti che il tasso di abbandono e' elevatissimo in Italia, circa il 50 per cento.Ci permettiamo di notare che l'argomento dell'autore e' incorretto. L'abbandono degli studi e' infatti una decisione dell'individuo. Semplificando, ci sono essenzialmente due ragioni per cui uno studente iscritto all'universita' decida di abbandonare gli studi. La prima e' che lo studente abbia trovato qualcosa di meglio da fare. Considerare questa eventualita' porterebbe a un aumento della stima dei rendimenti dell'universita', nella misura in cui l'essere all'universita' ha contribuito a far si' che lo studente trovi qualcosa di meglio. La seconda ragione per cui uno studente decida di abbandonare l'universita' (probabilmente la piu' importante empiricamente) e' che lo studente ha invece scoperto qualcosa riguardo alle sue preferenze o alle sue capacita' (ad esempio, che studiare e' piu' noioso o piu' difficile di quanto non siaspettasse all'entrata in univerisita'). In questo caso lo studente avrebbe buttato del tempo e dei soldi. Ma questo non e' un rischio dell'universita', e' un rischio della vita. Non e' un gioco di parole il nostro: l'incertezza riguardo alle proprie preferenze e alle proprie abilita' e' un rischio che corre, in senso opposto anche uno studente che decida di non iscriversi all'universita'. E se studiare non fosse cosi' noioso e difficile? Il nostro diplomato avrebbe perso il differenziale di reddito che noi abbiamo calcolato per tutta la vita, senza nemmeno saperlo.
Detto questo, sarebbe interessante capire se il nostro sistema universitario rende piu' o meno dispendioso di altri scoprire le proprie preferenze e abilita'. Sarebbe ancor piu' interessante capire perche' in Italia il numero dei fuori-corso o degli abbandoni e' relativamente alto. Sarebbe interessante soprattutto capire meglio quanto il problema della selezione infulenzi le stime dei rendimenti (il differenziale salariale che noi abbiamo calcolato e' relativo a coloro che ex-post si laureano, ed e' possibile/probabile che questi siano individui con abilita' elevata rispetto alla popolazione e che quindi molti di coloro che non si iscrivono alla universita' lo facciano sulla base di aspettative corrette di un piu' basso differenziale salariale che essi percepirebbero).
Ma e' assolutamente incorretto attribuire il rischio di non finire l'universita' ai rendimenti dell'universita' stessa!Come sono di conseguenza incorrette le implicazioni di politica economica che l'autore deduce dall'analisi. Inoltre, queste implicazioni dell'autore sono basate sull'ipotesi che una selezione all'entrata sia piu' efficiente dell'auto-selezione che gia' avviene e che avverrebbe soprattutto qualora lo studente (invece che non lo stato) fosse ritenuto maggiormente responsabile dei costi dello studio. Ma questo e' un altro discorso.