
L’influenza aviaria suscita ormai preoccupazioni planetarie. Le notizie degli ultimi giorni sembrano indicare che il processo di diffusione del virus A(H5N1) procede molto più velocemente di quanto si temesse soltanto alcune settimane fa. I ritardi nell’adozione di precauzioni e di un’adeguata strategia difensiva sono già gravi. Sarebbe ancor più grave non adottare le misure necessarie per contenere questo terribile rischio. Sono in gioco milioni di vite umane. E i costi economici possono essere così elevati da giustificare ogni sforzo nella prevenzione.
L’impatto economico
L’influenza aviaria ha già avuto un impatto economico rilevante nel settore agricolo, e in particolare sul pollame.
In Vietnam, ove il settore è relativamente importante, si calcola che un solo, marginale, episodio di influenza aviaria abbia determinato, nel 2003, un costo dell’ordine dello 0,2 per cento del Pil. Costi di questa natura vengono sopportati oggi anche in Europa.
Enormemente più gravi sarebbero, naturalmente, i costi di un’eventuale pandemia che interessasse l’uomo. Ma è interessante sottolineare che anche il solo timore della pandemia genera rilevanti effetti economici negativi.
Un’esperienza recente piuttosto significativa è quella della Sars. Nel tentativo di ridurre la probabilità di contrarre il virus sono cambiati gli stili di vita e di consumo, con conseguenze negative sul turismo, i trasporti, l’alimentazione e, attraverso effetti di induzione, su numerosi altri settori. Va poi aggiunta la crescita dell’assenteismo nei luoghi di lavoro e il probabile abbassamento della produttività individuale. Secondo alcune stime, nel secondo trimestre del 2003, questo insieme di fenomeni ha inciso, per circa il 2 per cento sul Pil dei paesi asiatici interessati. Ed è bene ricordare che alla fine la Sars ha provocato meno di mille morti. Dunque, gli effetti economici che ha generato appaiono, ex-post, eccessivi in rapporto ai rischi reali. Nel caso di rischi estremi definire ex-ante il confine tra razionale cautela e ingiustificato allarmismo è però estremamente complicato.
Oggi, di fronte all’influenza aviaria, si chiedono alle autorità messaggi rassicuranti sulla possibilità di evitare la pandemia. Rassicurazioni ampie e, al tempo stesso, fondate non possono però esserci. L’unica strategia efficace per contenere l’allarmismo è allora quella di agire in modo rapido e concreto per assicurare la produzione in quantità adeguata dei farmaci in grado di prevenire o contrastare il virus. Sotto questo profilo, in passato non si è fatto quasi nulla e in queste settimane si sta facendo, a livello nazionale e internazionale, troppo poco.
Vaccini e antivirali
Gli studi sui vaccini sono a uno stadio avanzato, tuttavia non è ipotizzabile una loro produzione su vasta scala. Se anche si concludessero con successo i test sperimentali, si superassero i problemi connessi agli alti dosaggi necessari a indurre la risposta immunitaria e si accertasse l’efficacia dei vaccini contro il virus A(H5N1), resterebbe perciò da risolvere il problema di una capacità produttiva limitata. Si stima che l’attuale capacità sia, a livello mondiale, tra i 25 e i 100 milioni di dosi mensili: nulla in confronto alla domanda che si scatenerebbe in un arco temporale ristrettissimo in caso di pandemia.
In mancanza di vaccini, i Governi di molti paesi hanno acquistato gli antivirali per la profilassi e il trattamento della variante umana dell’influenza aviaria. Non tutti però con la stessa decisione. L’Olanda ha stock di antivirali in grado di coprire il 31,5 per cento della popolazione, gli altri grandi paesi europei sono su percentuali superiori al 20 per cento, mentre l’Italia dispone soltanto di 154-180 mila dosi di antivirali, che potrebbero proteggere soltanto lo 0,3 per cento della popolazione.
Il ritardo italiano è, dunque, gravissimo. Un fatto piuttosto inspiegabile se si tiene conto che in una recente pubblicazione scientifica internazionale alcuni epidemiologi dell’Istituto superiore di sanità hanno documentato il contagio di un ceppo meno insidioso di influenza aviaria, A(H7N3), in sette allevatori avicoli del Nord-Est dell’Italia;, e che da almeno da due anni vengono effettuate vaccinazioni di animali contro il virus A(H7N1) negli allevamenti avicoli del Nord-Est.
Com’è possibile che si ritenga probabilmente avvenuto anche in Italia il salto della barriera di specie di un virus aviario, si adottino strategie di vaccinazione per i polli e non si approntino per tempo, come indicato dall’Oms, almeno gli stock minimi di antivirali per l’uomo? Dovrà pur esservi qualcuno che è responsabile di questa leggerezza precauzionale.
Il nostro ministro della Salute è recentemente corso ai ripari, ordinando 2,5 milioni di dosi di antivirali e firmando un contratto di prelazione con tre case farmaceutiche per l’acquisto di 35 milioni di dosi di vaccino (per il periodo 2006-2010). Ma queste misure rischiano di essere puramente formali. I vaccini non sono in questo momento disponibili e i tempi di produzione degli antivirali sono stimati in dodici mesi. Considerata la crescente domanda mondiale, sorge il dubbio che il problema sia ben lungi dall’essere risolto. Conoscere i dettagli del contratto di prenotazione sottoscritto dal ministero della Salute potrebbe essere utile per fugare almeno qualche preoccupazione. Intanto, crescono i tentativi di procurarsi gli antivirali nei mercati virtuali che, essendo ben poco controllati, si prestano a frodi e truffe di varia natura. Il Governo farebbe bene a occuparsi seriamente della questione, ad esempio consentendo e agevolando anche in Italia la vendita in farmacia dei due prodotti ritenuti dall’Oms efficaci nel trattamento dell’influenza aviaria.
Le soluzioni possibili
Tuttavia, il vero problema è quello della produzione di antivirali e vaccini a livello mondiale. Qui occorrono misure sicuramente più coraggiose di quelle di cui finora si è parlato. Ad esempio, il commissario europeo alla Salute, Markos Kyprianou, ha invitato i Governi dell’Unione a realizzare partnership con le industrie farmaceutiche per avviare una produzione sufficiente di farmaci antiepidemici. Questi inviti sarebbero appropriati se ci trovassimo ancora in una fase pre-emergenziale come tre o quattro anni fa. Anche dall’incontro tra George W. Bush e le principali industrie farmaceutiche produttrici di vaccini non sembrano essere emerse soluzioni concrete.
In questa situazione, il nostro ministro della Salute potrebbe farsi promotore di un’iniziativa atta a costituire unità di produzione di farmaci antivirali e antiepidemici (gli istituti chimico-farmacologici militari potrebbero ricoprire questo ruolo?), capaci di coprire le necessità indotte da profilassi e trattamenti di massa, sotto la diretta responsabilità del commissario europeo alla Salute. In tal modo, si potrebbero affrontare preventivamente i problemi legali, legati al regime dei diritti di proprietà dei farmaci, magari prevedendo il pagamento di royalty in somma fissa. (1)
Potrebbero essere risolti così anche i problemi tecnici connessi alle strozzature per le limitate capacità produttive, e che potrebbero portare i paesi produttori di vaccini a sospenderne, per motivi sanitari, l’esportazione. L’esperienza di paesi come il Sud Africa, che da tempo produce antivirali contro l’Aids, può rivelarsi preziosa per evitare che gli effetti di scarsità si scarichino immediatamente sui paesi in via di sviluppo, in prima linea nel fronteggiare la possibile epidemia.
La pandemia di influenza aviaria A(H5N1) appare sempre più probabile, soprattutto dopo la recente scoperta che la terribile Spagnola altro non era che un virus mutato di influenza aviaria. Tuttavia, si è ancora in tempo per impedire che si trasformi in una catastrofe umanitaria di medievale memoria. E dagli incalcolabili danni economici.
Per saperne di più
WHO, 2005, Responding to the avian influenza pandemic threat. Recommended strategic actions, (2 settembre 2005),
http://www.who.int/csr/resources/publications/influenza/WHO_CDS_CSR_GIP_05_8-EN.pdfBasili, M. e Franzini, M. 2005, "The Avian Flu Disease: A Case of Precautionary Failure", Quaderni del Dipartimento di Economia Politica 454, Siena,
http://www.econ-pol.unisi.it/quaderni.html.)Basili, M. e Franzini, M. 2004, "Institutions and the Precautionary Principle: the Case of Mad Cow Disease", in Risk, Decision and Policy, 9 (1), pp. 9-21.
(1) Aspri conflitti legali già si segnalano tra le due imprese di biotecnologie inventrici di due farmaci antivirali e le due imprese produttrici europee.