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La sanità pubblica e i vincoli di bilancio delle Regioni

di Nerina Dirindin 10.10.2002
Una finanziaria che non "tocca" la sanità pubblica. Questo il commento più frequente alla pubblicazione del Disegno di Legge per il 2003.

Una finanziaria che non "tocca" la sanità pubblica.

Questo il commento più frequente alla pubblicazione del Disegno di Legge per il 2003. Gli interventi in materia sanitaria paiono relativamente minori e sembrano testimoniare l'intenzione del Governo di evitare ogni ulteriore scontro su un terreno così delicato. I problemi aperti sono ancora molti, a partire dal riparto dei fondi per l'anno in corso fino alla copertura dei disavanzi pregressi già pattuita con l'accordo dell'agosto 2001.

In merito ai criteri di riparto per il 2002, l'intenzione del Governo di abbandonare i precedenti sistemi di ponderazione della quota capitaria e il veto di alcune Regioni nei confronti di possibili schemi di riparto hanno fino ad ora paralizzato un provvedimento fondamentale per la programmazione regionale. Inoltre, il ritardo nell'erogazione dei fondi per la copertura dei disavanzi accumulati dal 1994 ad oggi è stato superato solo da pochi giorni, con l'approvazione da parte del Governo di un decreto che avvia il trasferimento delle risorse già previste. Questo ritardo ha prodotto effetti devastanti sulla liquidità delle aziende, sul costo delle anticipazioni di cassa e sulle condizioni di mercato per gli acquisti di beni e servizi 

 

Si tratta di questioni non marginali che rischiano di vanificare gli sforzi fatti con il federalismo fiscale al fine di rendere progressivamente più stringenti i vincoli di bilancio delle Regioni: quale politica di rigore potrà mai essere adottata da amministrazioni che ad ottobre non conoscono ancora l'ammontare delle risorse disponibili per l'anno corrente? Quale contenimento dei costi potrà mai essere realizzato da amministrazioni costrette a rinviare continuamente i pagamenti dei fornitori?

 

La decadenza automatica dei direttori generali

All'interno di questo quadro si inserisce un provvedimento apparentemente ispirato da motivi di rigore e responsabilizzazione finanziaria: la previsione di "decadenza automatica dei direttori generali nell'ipotesi di mancato raggiungimento dell'equilibrio economico delle aziende sanitarie ed ospedaliere" (art. 30 della Finanziaria).

La previsione appare discutibile innanzitutto sotto il profilo della fattibilità. Dati i meccanismi ancora inefficienti di allocazione delle risorse regionali fra le aziende sanitarie e di finanziamento delle aziende ospedaliere (attraverso le tariffe e le altre modalità di remunerazione) il rischio è che si diffondano comportamenti volti a garantire solo prestazioni remunerative e adeguatamente finanziate, a prescindere da ogni riferimento ai reali bisogni di salute della popolazione. Inoltre, la norma inevitabilmente favorisce le aziende ospedaliere (rispetto alle aziende sanitarie locali) che già in passato hanno registrato un più alto tasso di bilanci in attivo per effetto del diverso sistema di finanziamento, con conseguente attenuazione del processo di riduzione della centralità dell'ospedale a cui tendevano invece le recenti riforme.

 

In altri termini, l'articolo 30 della Finanziaria induce comportamenti orientati alla produzione di servizi remunerativi anziché di prestazioni efficaci e innesca un possibile contenzioso fra i diversi livelli di governo che si rimbalzeranno le responsabilità del mancato pareggio di bilancio. Il tutto senza alcuna certezza sulla quantità di risorse disponibili per l'anno in corso.

 

(1) A partire dal 1997, i fondi complessivamente destinati alla sanità pubblica sono ripartiti fra le Regioni in base alla popolazione residente, adeguatamente ponderata per tenere conto, nei limiti delle informazioni disponibili, del diverso fabbisogno di assistenza legato essenzialmente alla demografia e all'epidemiologia. Sui criteri di riparto è in atto un'accesa polemica, posto che l'impiego di sistemi di ponderazione anche solo lievemente diversi sposta quote di risorse (ad esempio dalle Regioni più vecchie alle Regioni più giovani) che possono trasformare un avanzo in disavanzo (e viceversa).