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Responsabilità sociale d'impresa, ma non per legge

di Pietro Garibaldi e Fausto Panunzi 07.03.2005
La dottrina della responsabilità sociale d'impresa ha pro e contro. Sicuramente non vanno ostacolate le iniziative che il mercato produce spontaneamente. Ma i fautori di un intervento legislativo che ne favorisca l'adozione devono porsi due domande: è vero che le attività imprenditoriali coerenti con la Rsi e generate spontaneamente dalle aziende sono socialmente insufficienti? Ed è vero che i benefici sociali legati all’aumento di queste attività superano i costi? Qualche dubbio anche sull'efficacia di norme nazionali in un'economia globalizzata.

Per avere una società giusta, non basta avere imprese profittevoli, è necessario avere imprese socialmente responsabili. E per essere un buon manager, non è sufficiente massimizzare i profitti (o il valore delle azioni) nel lungo periodo, è invece necessario tenere in considerazione esplicita gli interessi di tutte le parti sociali coinvolte con l’attività aziendale: i lavoratori, la comunità locale, l’ambiente, e così via. Capita molto spesso di leggere dichiarazioni simili di opinion leader, policy maker, e anche politici. Si riferiscono alla cosiddetta dottrina della "responsabilità sociale d’impresa" (Rsi), vista in contrapposizione alla dottrina d’impresa legata al valore degli azionisti (VA).

I compiti di un manager

Nella visione liberale e neoclassica della attività impresa, il comportamento dei manager deve puntare alla massimizzazione del valore degli azionisti, ovviamente nel rispetto delle leggi vigenti. In altre parole, un buon manager deve sempre fare gli interessi dell’azionista, ma al tempo stesso pagare le tasse, redigere bilanci veritieri e trasparenti, offrire solo lavoro regolare, non discriminare certe categorie di lavoratori, eccetera.
Secondo i fautori della Rsi, tutto ciò non basta. Un "buon manager" dovrebbe operare in pieno accordo con il lavoratori, non dovrebbe licenziare in un’area depressa; dovrebbe inoltre svolgere, per conto dell’azienda, attività caritatevoli e culturali, e dovrebbe ovviamente sempre proteggere l’ambiente, anche quando tutto ciò finisce per ridurre i profitti aziendali.  La questione è molto difficile e delicata, in quanto inevitabilmente tocca i confini tra etica ed economia. Certamente non vogliamo entrare nella sfera dell’etica. Non è il nostro mestiere. Possiamo però fare alcune riflessioni "da economisti".

I pro e i contro della Rsi

Cerchiamo innanzitutto di capire meglio il confine tra responsabilità sociale dell’impresa e valore degli azionisti.
Partiamo da un esempio. Costruire un asilo aziendale, e offrire il servizio relativo, è un’attività di "welfare aziendale" che aumenta certamente i costi nel breve periodo. Ma tale politica può essere coerente con la massimizzazione dei profitti di lungo periodo, in quanto può essere interesse delle imprese offrire maggior tranquillità famigliare ai propri dipendenti. In modo simile, servirsi soltanto di fornitori che rispettano l’ambiente può essere profittevole per l’immagine d’impresa nel lungo periodo. In generale, la massimizzazione intertemporale del valore d’azienda richiede spesso costi e sacrifici nel breve periodo, in cambio di benefici di lungo periodo. Quando Rsi e massimizzazione del valore d’impresa vanno nella stessa direzione, non esiste alcun trade-off e nessuno si può ragionevolmente opporre a imprese che si definiscono socialmente responsabili. Ma in tal caso probabilmente viene meno anche la necessità che lo Stato incoraggi la responsabilità sociale d’impresa. Il problema vero sorge quando la responsabilità sociale e la massimizzazione del valore d’impresa sono obiettivi (almeno parzialmente) in conflitto tra di loro.
La dottrina della Rsi si basa su uno dei principi fondamentali dell’economia. Nella misura in cui l’attività imprenditoriale genera effetti esterni e correlati, non regolati dal prezzo (l’esempio ovvio da libro di testo è l’inquinamento), ogni intervento volto a internalizzare tali esternalità è auspicabile. E in effetti, alcune attività della Rsi sembrano andare in questa direzione. Al di là di questioni etiche, la letteratura economica evidenzia tre difficoltà associate al perseguimento degli interessi degli stakeholder diversi dagli azionisti. (1)
Il primo problema ha a che fare con il finanziamento aziendale. Come si può essere certi che una "società responsabile" sarà in grado di avere le risorse necessarie a operare? Potrebbe benissimo accadere che, una volta che la politica di impresa diventa socialmente responsabile, gli azionisti sottraggano le risorse finanziarie.
Il secondo è il rischio di rendere l’attività imprenditoriale ingestibile. Su molte decisioni, i manager hanno visioni diverse dei lavoratori. Come si possono dirimere queste questioni? E una volta che nel consiglio di amministrazione entreranno i rappresentanti della comunità locale, chi deciderà alla fine se un certo investimento si deve davvero fare?
Il terzo problema è legato alla possibilità di controllare il management. Nel caso del valore degli azionisti, la misura della performance è relativamente semplice. È invece terribilmente difficile giudicare il manager socialmente responsabile: ha di fronte a sé un numero illimitato di missioni e di attività, tutte lecite, e difficilmente misurabili dagli azionisti. Come valutare la sua scelta di finanziare una particolare missione umanitaria? E perché proprio quella?

L’intervento pubblico

La questione più importante rimane però quella dell’intervento pubblico. Il mercato, spontaneamente, genera una serie di iniziative che possono essere assimilabili alla dottrina della Rsi. Siamo certi che tali attività e iniziative non debbano essere ostacolate, indipendentemente da una loro motivazione coerente con la dottrina di VA o di Rsi. Se le aziende aprono asili nido per i dipendenti, avranno i loro buoni motivi, e senza dubbio creeranno un servizio ai loro dipendenti e alla comunità locale. Ma in generale, per invocare l’intervento pubblico a favore della Rsi, dobbiamo prima porci due domande.

1. È vero che le attività imprenditoriali coerenti con la Rsi e generate spontaneamente dalle imprese sono socialmente insufficienti?

2. È vero che i benefici sociali legati all’aumento di attività coerenti con la Rsi superano i costi?

Per auspicare un intervento pubblico volto a sussidiare attività coerenti con la Rsi bisogna rispondere "sì" ad entrambe. Noi non siamo in grado di rispondere, ma siamo curiosi di capire la posizione e le argomentazioni di chi è convinto di poter rispondere si ad entrambe le domande. Se anche fosse possibile concordare che la risposta alla prima domanda è affermativa, la risposta alla seconda domanda dipende necessariamente dal tipo di strumenti usati dallo Stato per incoraggiare la responsabilità sociale dell’impresa. Si è ultimamente parlato in Italia e in Europa di una certificazione pubblica di coerenza con la Rsi, presumiamo accompagnata da benefici di qualche tipo per le imprese certificate. Questo schema di incentivazione della Rsi non ci sembra esente da problemi. In un’economia caratterizzata da sempre maggiore outsorcing, in cui parte dei processi produttivi viene svolta in nazioni in via di sviluppo sprovviste di un affidabile sistema di certificazione sulla Rsi si fronteggiano due tipi di rischi diversi. Il primo è prendere per buone certificazioni "fasulle" (per esempio, che in nessuno stadio della produzione si è usato lavoro minorile). Il secondo è dare la patente di responsabilità sociale solo a imprese che svolgono l’intero processo produttivo in ambito nazionale (o in paesi in grado di avere un sistema di certificazione Rsi affidabile).
Ma una politica di questo tipo sembra più vicina al protezionismo che alla responsabilità sociale d’impresa. Sarebbe un grave errore farsi scudo della Rsi per far passare provvedimenti che con essa nulla hanno a che fare.

(1) Si veda, ad esempio, J. Tirole (2001), Corporate Governance, Econometrica, 69:1, pagg. 1-35.