Logo stampa
 
 
 
  Invia la notizia  PDF dell'articolo

Pensioni tra lezioni del passato e rinvii al futuro

di Vincenzo Galasso 08.10.2002

Rispondendo alle critiche sulla Finanziaria, il Presidente del Consiglio, Silvio Berlusconi, ha definito “ineludibile” un’ulteriore riforma delle pensioni. ..........

Rispondendo alle critiche sulla Finanziaria, il Presidente del Consiglio, Silvio Berlusconi, ha definito "ineludibile" un'ulteriore riforma delle pensioni. Al tempo stesso ha aggiunto che "ora non ci sono le condizioni politiche per attuarla" e ne ha richiesto una legittimazione all'Unione Europea. Intanto la delega sulle pensioni è ferma in Parlamento da oltre un anno, e il Ministro Maroni, intervenendo ad un convegno in Università Bocconi, ha annunciato che non se ne parlerà fino a gennaio 2003. Come spiegarsi questa incongruenza di comportamenti e di affermazioni?

 

Il fervore iniziale – testimoniato dai lavori della commissione Brambilla – i successivi rinvii nell'attuazione delle misure suggerite da tale commissione e per ultimo l'enfasi posta dal presidente del consiglio sul ruolo in materia previdenziale dell'Unione Europea sembrano indicare che il tempo delle riforme non è ancora giunto. Ci si attende forse che un diktat dell'Unione Europea consenta al governo di sottrarre la propria politica al giudizio degli elettori? Se così fosse non si tratterebbe di una politica lungimirante. Questo clima di attesa e di incertezza ha dei costi economici – i lavoratori sono incentivati ad anticipare il pensionamento – ma soprattutto politici. Ogni ulteriore invecchiamento della popolazione aumenta il peso politico degli anziani e, di conseguenza, il costo politico delle riforme. È quindi necessario intervenire subito.

 

Una breve analisi delle riforme – tentate e fallite – degli ultimi dieci anni ci consente di comprendere il contesto economico e politico in cui tali riforme sono state effettuate, individuare chi ne ha sostenuto l'onere e valutarne la fattibilità politica.

 

Riforma Amato: crisi finanziaria e riforma incisiva

Nel 1992, a fronte dei gravi squilibri finanziari del sistema previdenziale, la riforma Amato ha rappresentato un provvedimento d'emergenza volto a garantire il rispetto degli impegni assunti nell'immediato futuro. La manovra é stata molto incisiva. Come si mostra nella tabella qui sotto, la ricchezza pensionistica netta – ovvero il valore attuale delle prestazioni promesse dalla legislazione vigente al netto dei contributi ancora da versare – dei lavoratori è diminuita di 1605 migliaia di miliardi di lire, pari al 52,9%. Inoltre, tutti gli appartenenti al sistema previdenziale hanno sostenuto l'onere del risanamento, benché in misura molto diseguale – la diminuzione della ricchezza pensionistica dei lavoratori con meno di 30 anni è stata di oltre venti volte superiore a quella dei lavoratori con più di 60 anni e dei pensionati.

 

Riforma Berlusconi: oneri suddivisi e crisi politica

Nel 1994, la proposta di riforma del governo Berlusconi ha inteso correggere ulteriormente gli squilibri finanziari del sistema, riducendo la ricchezza pensionistica dei lavoratori di 378 migliaia di miliardi, pari a 27,5%. Tale riduzione – che non avrebbe riguardato i pensionati – sarebbe stata relativamente omogenea, non richiedendo ai giovani un sacrificio economico superiore a quello sostenuto dei lavoratori anziani o di età intermedia. Come noto, la riforma è fallita di fronte alle proteste della piazza.

 

Riforma Dini: oneri sulle generazioni future

Nel 1995, la riforma Dini (già ministro delle tesoro nel precedente governo Berlusconi) ha introdotto due modifiche all'impianto della riforma Berlusconi: (i) l'entità della manovra é stata più modesta, riducendo la ricchezza pensionistica dei lavoratori di 151 migliaia di miliardi, pari all'11%,  e (ii) la distribuzione degli oneri è stata molto diseguale – ancor più che nella riforma Amato – interessando esclusivamente i lavoratori con meno di 40 anni.

 

Questi episodi suggeriscono due considerazioni. In primo luogo, la distribuzione degli oneri tra gli appartenenti ai diversi gruppi d'età è stata cruciale per la sostenibilità politica delle riforme pensionistiche in Italia. Nel 1995, la maggioranza della popolazione votante aveva più di 44 anni e dunque non è stata interessata dalla riforma Dini, mentre avrebbe dovuto sostenere parte degli oneri nel progetto Berlusconi. In secondo luogo, il provvedimento più incisivo e con un maggior grado di ripartizione tra generazioni degli oneri – la riforma Amato – ha costituito una misura inderogabile di risanamento in una situazione di evidente squilibrio finanziario di breve periodo del sistema previdenziale.

 

Le dichiarazioni circa la "ineludibilità" di una riforma e la richiesta di una legittimazione a livello di Unione Europea potrebbero allora far pensare ad una strategia intesa a creare consenso circa la necessità di riforme che – come nel caso della riforma Amato – non concentrino l'onere esclusivamente sulle generazioni future. 

 

Eppure, oggi sarebbe già possibile congegnare una riforma politicamente fattibile che non gravi sui giovani, basterebbe applicare il metodo contributivo introdotto dalla riforma Dini a tutti i lavoratori e aumentare l'età effettiva di pensionamento disincentivando il ricorso alle pensioni di anzianità per le poche generazioni ancora interessate.

 

I tempi stringono – soprattutto per l'Italia. Procrastinare le decisioni ha un costo non solo economico – l'aumento dell'incertezza riguardo il futuro del sistema spinge i lavoratori ad anticipare il pensionamento – ma anche politico. La maggioranza della popolazione votante ha oggi più di 46 anni e continuerà ad invecchiare, aumentando quindi la rilevanza politica dei sostenitori dei "diritti acquisiti" (vedi Galasso). Tra qualche anno, anche in presenza di una legittimazione dell'Unione Europea, il peso delle direttive Europee potrebbe non essere sufficiente a compensare l'opposizione di una larga parte degli elettori.