
Gli ultimi dati sull'andamento dell'occupazione, recentemente pubblicati dall'Istat, evidenziano un tasso di crescita dell'occupazione pari all' 1.2 percento, nonostante la grande frenata della crescita del Prodotto Interno Lordo (PIL); secondo l'ultima stima governativa, il tasso di crescita del PIL nel 2002 sarà soltanto pari allo 0.6 percento, la metà della crescita degli occupati. Il mercato del lavoro sta evidentemente continuando la sua performance iniziata nel 1995: il tasso di disoccupazione, oggi pari al 9 percento, è al suo più basso livello degli ultimi dieci anni. Inoltre, la crescita del lavoro non è un fenomeno che tocca soltanto alcune regioni. La crescita dell'occupazione nel mezzogiorno è stata addirittura del 2 percento, largamente superiore alla media nazionale. Inoltre, i nuovi lavori non paiono lavori precari: la quota di contratti temporanei è ferma al 10.4 percento dei lavoratori dipendenti.
Crescita del lavoro senza crescita economica
Come mai gli occupati aumentano quando l'economia non cresce? E per di più in Italia, dove il mercato del lavoro è uno dei mercati più ingessati del mondo? Fino alla metà degli anni novanta, numerosi economisti sostenevano che in Europa continentale, ed in Italia in particolare, a causa delle troppe rigidità istituzionali, si era instaurato un regime di crescita economica senza crescita di posti di lavoro. In questi ultimi anni, sembra invece quasi che il modello sia cambiato e che, paradossalmente, si sia passati ad una crescita del lavoro senza crescita economica. Indubbiamente, dal 1995 il tasso di crescita dell'occupazione è superiore alla crescita della produzione. Anche se è difficile identificare un' unica causa del cambiamento in atto, è comunque possibile identificare almeno tre possibili concause: la flessibilità, la moderazione salariale, e gli incentivi all'occupazione. Vediamoli in dettaglio.
Tre possibili concause
Innanzitutto la flessibilità. Dalla metà degli anni novanta, numerosi interventi legislativi (il pacchetto Treu del 1997, la legge Salvi sul part-time del 2000, la liberalizzazione dei contratti a termine del 2001) hanno reso più semplice creare posti di lavoro "atipici": temporanei, interinali, part-time. E poi l'esplosione dei CO.CO.CO, le collaborazione coordinate e continuative che spesso assumono i connotati del lavoro dipendente, ma senza doverne subire i vincoli e le protezioni. Indubbiamente, queste forme contrattuali hanno avuto un ruolo centrale nella crescita dell'occupazione tra il 1997 ed il 2000, quando la crescita del PIL si aggirava intorno al 2 percento. Ma la crescita del lavoro legata alla flessibilità dovrebbe avere una caratteristica precisa, quella di creare tanti posti di lavoro quando le cose vanno bene, e di distruggerne altrettanti quando le cose vanno male. Se il fenomeno italiano fosse soltanto spiegabile con la flessibilità, oggi che l'economia non cresce o cresce pochissimo dovremmo osservare una diminuzione dei posti di lavoro, non un aumento sostenuto! Evidentemente, la flessibilità da sola non può spiegare il fenomeno in atto.
Un ruolo importante lo ha avuto anche la moderazione salariale. Dal 1992-3, con i famosi accordi di luglio, i sindacati si sono impegnati a negoziare accordi salariali sulla base del tasso di inflazione programmata (vedi Bertola-Boeri), che spesso è stato inferiore al tasso di inflazione effettivo. In sostanza, il meccanismo di legare la crescita salariale al tasso d'inflazione programmato ha determinato un notevole contenimento del potere d'acquisto dei lavoratori, con una conseguente diminuzione dei salari reali. A questo contenimento salariale, le imprese hanno risposto con un aumento della domanda di lavoro, esattamente come insegnato nei testi di base di economia del lavoro.
Ma nei dati più recenti, c'è qualche cosa d'altro: il boom dei posti di lavoro permanenti. Nonostante la liberalizzazione dei contratti a termine, operata nel settembre del 2001, la quota di questi ultimi è rimasta invariata negli ultimi 12 mesi. Si è, invece, assistito ad un vero e proprio boom dei lavoratori permanenti, specialmente nel Sud d'Italia. Questo fenomeno è probabilmente legato al bonus per le assunzioni, una sostanziale riduzione fiscale (che poteva portare le imprese al Sud ad accumulare un credito di 23.400 euro nei confronti dell'erario nell'arco dei 3 anni originariamente previsti per la misura) concessa alle imprese che assumono a tempo indeterminato senza diminuire il loro livello occupazionale. Il bonus fiscale è risultato molto attraente per le imprese, e la sua introduzione è probabilmente alla base della frenata dei contratti a termine. Il bonus naviga oggi in acque instabili, a causa dell'improvviso congelamento dei suoi fondi effettuato a fine luglio 2002. Il bonus, anche in seguito alla mini rivolta degli industriali, è stato poi rifinanziato per l'anno in corso, ma leggendo la finanziaria appena approvata non è chiaro cosa succederà nel 2003. Alcuni commentatori hanno anche sostenuto che il bonus fiscale sarebbe alla base di una sostanziale riemersione del lavoro sommerso. In virtù della generosità del bonus, è effettivamente possibile che alcune imprese abbiano deciso di far emergere lavoratori sommersi. Ma questa tesi richiede maggiore evidenza empirica. Inoltre, bisognerebbe anche spiegare come mai le imprese sommerse avrebbero risposto in modo massiccio al bonus fiscale sull'occupazione, mentre hanno ignorato gli incentivi fiscali all'emersione.
Un modello vincente?
Ma il modello di crescita di lavoro senza crescita economica, se di modello si può parlare, è un modello sostenibile, opportuno e desiderabile? Indubbiamente un'ampia crescita del lavoro è opportuna, in quanto l'Italia ha un grande bisogno di aumentare il numero di occupati, che oggi rappresentano soltanto il 55.8 percento degli individui in età lavorativa, contro un obiettivo europeo del 70 percento per il 2010. Tuttavia, un modello di questo tipo non è desiderabile nel lungo periodo, in quanto un aumento sostenuto di occupati a parità di reddito determina inevitabilmente una diminuzione della produttività del lavoro. Ma l'analisi economica della crescita, ed un secolo di evidenza empirica in proposito, ci insegnano che l'aumento del benessere collettivo nel lungo periodo è sempre associato ad un aumento della produttività, ossia ad una crescita economica superiore alla crescita degli occupati. Morale, auguriamoci che l'Italia prosegua su questa strada ancora per qualche anno, ma non illudiamoci di aver trovato un modello vincente.