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Una Finanziaria di rinvii e scommesse

di Tito Boeri 30.09.2002
Nelle parole del Presidente del Consiglio, questa doveva essere una “Finanziaria di rigore e sviluppo”. Ma sembra, più che altro, la “Finanziaria dei rinvii e delle scommesse” ..........

Nelle parole del Presidente del Consiglio, questa doveva essere una "Finanziaria di rigore e sviluppo".  Ma sembra, più che altro, la "Finanziaria dei rinvii e delle scommesse": nessuna misura strutturale di contenimento della spesa pubblica, ricorso a misure una tantum per compensare un calo permanente del gettito fiscale, scommessa in una crescita sostenuta nel 2003, di cui non si hanno le avvisaglie.  Dovremo perciò rassegnarci a vivere un altro anno pericolosamente, nel buio più totale, cercando di immaginare quali misure di contenimento della spesa verranno prese nel 2004, quando i problemi non saranno più eludibili.  A quel punto, tra l'altro, il ciclo politico renderà difficile prendere le decisioni più opportune.

 

Un lungo respiro di sollievo…. 

Sfogliando le pagine della Finanziaria si ode un lungo respiro di sollievo.  E' quello tirato dal Ministro dell'Economia, Giulio Tremonti, all'apprendere la decisione della Commissione Europea, all'indomani delle elezioni tedesche, di rinviare dal 2004 al 2006 il termine per raggiungere il pareggio di bilancio nei paesi dell'Unione Monetaria.  Questa proroga permette al Governo di mantenere alcuni impegni presi nel Patto per l'Italia (ritocco verso il basso dell'Irpef e aumento della generosità dei sussidi di disoccupazione), senza interventi strutturali di taglio della spesa pubblica. Il grosso dei risparmi (8 miliardi di euro) dovrebbe provenire dal blocco delle assunzioni nel pubblico impiego, una misura inevitabilmente transitoria e di problematica attuazione, soprattutto a livello decentrato.  Apprezzabile il tentativo di contenere le spese di gestione delle amministrazioni pubbliche, ma difficile quando il 30% della spesa complessiva è appannaggio delle autorità locali.  Sul lato delle entrate, si prevedono solo sanatorie, per definizione misure una-tantum: gli 8 miliardi di entrate aggiuntive dovrebbe provenire soprattutto dal concordato di massa (anticamera di un condono generalizzato) e dal concordato preventivo triennale per le piccole imprese.  Completano la manovra i 4 miliardi provenienti dalle cartolarizzazioni e dalle neonate Patrimonio e Infrastrutture Spa.    Al di là degli alambicchi contabili, si tratta anche in questo caso di entrate straordinarie (come messo in luce da Piero Giarda).

 

…ma a chi serve il rinvio?  

Non solo queste operazioni non comportano miglioramenti permanenti nei conti pubblici, ma caricano di oneri gli esercizi futuri.  Le cartolarizzazioni e le dismissioni alle due nuove società anticipano entrate future e comportano oneri impliciti per lo Stato superiori a quelli normalmente pagati sul debito pubblico (vedi Pisauro).  I condoni, soprattutto quando sbandierati come interventi volti a fronteggiare emergenze sul versante dei conti pubblici,  alimentano fra i cittadini l'aspettativa che a queste misure si tornerà a ricorrere in futuro in caso di nuovi cali del gettito (vedi Bordignon), col risultato che aumentano gli incentivi a non pagare le tasse.  Il concordato preventivo anticipa entrate che si sarebbero comunque avute in futuro, con un congruo sconto per il contribuente e, dunque, una perdita per il fisco.  Anche il blocco delle assunzioni spingerà nel 2004 molte amministrazioni pubbliche ad anticipare assunzioni, originariamente previste più in là nel tempo, per tutelarsi da possibili nuovi blocchi in futuro.  I rinvii hanno poi costi rilevanti nell'alimentare incertezza presso famiglie e imprese, dunque aumentano la propensione al risparmio e riducono i consumi e gli investimenti. 

A chi servono allora questi costosi rinvii? Forse che l'auspicabile (ma tutt'altro che certa)  ripresa della nostra economia ci permetterà nel 2004 di meglio affrontare una manovra più consistente e, questa volta, strutturale? Purtroppo non è così.  Il saldo di bilancio che ormai conta rispetto ai nostri partner nell'Unione Monetaria è il saldo strutturale, quello depurato dagli effetti del ciclo.  In assenza di interventi strutturali, il saldo non è destinato a migliorare. 

 

E lo sviluppo?  Solo una scommessa 

Il rinvio non servirà neanche, se non in minima misura, a contrastare il rallentamento congiunturale (la parte "di sviluppo" della manovra).  La riforma dei sussidi di disoccupazione amplia solo in minima misura il raggio d'azione dei cosiddetti stabilizzatori automatici: il grosso dei flussi in entrata nella disoccupazione provengono ormai dalle file del lavoro temporaneo, quello che accede ai soli sussidi a requisiti ridotti, destinati a rimanere tali e quali con la riforma.  L'unica misura che può stimolare la domanda è la riduzione delle aliquote Irpef per i redditi medio-bassi, anche se le riduzioni d'imposta più significative (quasi il 70% del totale, vedi Baldini e Bosi ) beneficeranno il 50 per cento più ricco della popolazione italiana, quello con la propensione al consumo più bassa.  Se è apprezzabile la decisione di partire dai redditi medio-bassi, il provvedimento non servirà a ridurre la povertà (vedi Boeri-Bosi), concentrata fra famiglie che già oggi non pagano le tasse. 

Più che incoraggiare lo sviluppo, lo si da per acquisito a un tasso del 2,3 per cento nel 2003.  E' una scommessa che ricorda quella fatta (e persa) nel DPEF di inizio legislatura in cui si preconizzava il passaggio "dal declino allo sviluppo".  Viene in mente anche la scommessa di Reagan che, tra il 1980 e il 1984 ridusse del 9% le tasse sul reddito personale aumentando al contempo la spesa pubblica, col risultato di far esplodere i disavanzi pubblici statunitensi.  E' un'esperienza che non possiamo proprio permetterci.

 

Il ciclo politico 

La nuova scommessa è ancora più rischiosa di quella fatta a inizio legislatura perché bisogna fare i conti con il ciclo politico. Negli ultimi 20 anni ci sono state in Europa solo 10 riforme strutturali delle pensioni, che hanno permanentemente ridotto la generosità dei sistemi pubblici, favorendo il decollo della previdenza integrativa.  Di queste 10 riforme, ben 8 sono state attuate entro i primi due anni di vita di un governo.  Un caso?  Il fatto è che alla vigilia di nuove elezioni, non si riesce ad avviare riforme che arrecano benefici soprattutto nel medio-lungo periodo.

A ben pensarci, il Ministro Tremonti non dovrebbe allora gioire della proroga concessagli da Bruxelles.  La maggioranza ha in questa legislatura più del 57 per cento dei seggi in Parlamento.  Per trovare un governo (non di unità nazionale o "pentapartito") con una maggioranza così solida bisogna risalire a 50 anni fa, al sesto Governo De Gasperi.   Il vincolo del bilancio in pareggio nel 2004 dava a Tremonti un'arma formidabile per imporre anche ai più riluttanti tra le fila della maggioranza il completamento della riforma della previdenza.  Si trova oggi, invece, a dover subire misure – come la rimozione del divieto di cumulo anche per chi ha almeno 37 anni di contributi e 58 di età (vedi Brugiavini-Peracchi) – che aumentano ulteriormente la generosità del nostro sistema previdenziale.  Quando bisognerà fare davvero i conti con la realtà, l'opposizione di chi teme di perdere voti alla prossima tornata elettorale sarà molto più agguerrita.